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Onda di Kelvin che si abbatte nelle coste occidentali degli USA

Una massa d’acqua calda partita dall’equatore

Un’onda gigantesca sta per abbattersi sulle coste della California e potrebbe preannunciare l’innalzamento del livello del mare che ci aspettiamo nei prossimi decenni. Il fenomeno, chiamato onda di Kelvin, è una grande massa d’acqua che si è originata all’equatore a causa, come avrete intuito, dello storico El Niño di quest’anno. Le condizioni hanno fatto sì che quest’acqua si spostasse verso il Nord America e il Sud America, dove si è bloccata lungo le coste occidentali. Gli scienziati del clima ritengono che l’onda potrebbe causare un innalzamento del livello del mare di circa 35 centimetri quest’inverno, e altre onde simili sono in arrivo.

Chi immagina un muro d’acqua in stile tsunami resterà deluso, e per fortuna. Un’onda di Kelvin oceanica non si alza e non si frange sulla battigia: è un rigonfiamento lento della superficie marina, largo centinaia di chilometri e quasi impercettibile a occhio nudo, che solleva per settimane la base su cui scorrono maree e mareggiate. Dalla spiaggia nessuno la vede passare, ma i mareografi – gli strumenti che registrano di continuo l’altezza dell’acqua lungo la costa – e gli altimetri satellitari la seguono centimetro dopo centimetro.

 

Come nasce un’onda di Kelvin

Tutto comincia dagli alisei, i venti costanti che in condizioni normali soffiano da est verso ovest sul Pacifico equatoriale e ammassano acqua calda verso l’Indonesia e l’Australia. Quando questi venti perdono forza, o si invertono con improvvise raffiche da ovest, quel serbatoio di calore comincia a scivolare verso oriente. Lo strato caldo superficiale si ispessisce, il termoclino – la fascia che separa le acque calde di superficie da quelle fredde profonde – sprofonda, e la risalita di acque fredde che di solito rinfresca le coste americane si attenua fin quasi a spegnersi.

L’attraversamento dell’oceano richiede diverse settimane. Raggiunto il continente, l’onda non ha più spazio per proseguire verso est e si divide: una parte scende lungo le coste del Perù e del Cile, l’altra risale verso Messico e California, restando confinata contro il litorale sotto forma di onda di Kelvin costiera. A questo si aggiunge un principio fisico elementare, ma decisivo: l’acqua che si scalda si dilata. È l’espansione termica, e spiega perché un oceano più caldo sia anche un oceano più alto.

Il satellite Sentinel-6 Michael Freilich, nato dalla collaborazione tra NASA, ESA, EUMETSAT e NOAA, misura l’altezza dell’intero oceano ogni dieci giorni e ha seguito queste pulsazioni fin dall’inizio dell’anno, quando la transizione da La Niña a El Niño muoveva i primi passi. La NOAA dichiara ufficialmente un episodio di El Niño quando le acque superficiali del Pacifico centro-orientale restano almeno 0,5°C sopra la media per più mesi consecutivi, e questa volta la soglia è stata superata con uno degli avvii più rapidi mai documentati.

 

Perché l’onda di Kelvin preoccupa la costa occidentale

Le onde di Kelvin sono comuni durante gli anni di El Niño, e i ricercatori prevedono che un numero maggiore di esse colpirà la California. Insieme alle temperature oceaniche da record, che provocano la dilatazione dell’acqua, queste onde potrebbero comportare – affermano gli scienziati – un innalzamento del livello del mare di oltre 60 centimetri sulla costa occidentale degli Stati Uniti.

E sono eventi destinati a diventare sempre più frequenti con il continuo riscaldamento del pianeta. Il cambiamento climatico ha già causato un innalzamento del livello del mare di circa 20 centimetri nell’ultimo secolo a San Francisco e a La Jolla, in California, secondo un rapporto statale del 2022: un dato coerente con l’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare osservata su scala globale dai satelliti.

Il punto, va detto, non è l’onda in sé ma il momento in cui arriva. I grandi episodi di El Niño raggiungono di norma il picco tra novembre e gennaio, proprio quando sul Pacifico settentrionale si intensificano le tempeste invernali. Un mare già sollevato di qualche decina di centimetri lascia meno margine alle difese costiere: le alte maree scavalcano più facilmente argini e scogliere, le mareggiate spingono l’acqua più all’interno e le spiagge si erodono in fretta. La memoria corre agli inverni del 1997-1998 e del 2015-2016, gli ultimi due grandi El Niño, quando la California fece i conti con piogge torrenziali e allagamenti lungo il litorale. Rispetto ad allora, però, il livello medio del mare parte da una quota più alta, e quei centimetri accumulati in un secolo pesano.

 

Cosa dicono gli esperti

“Ciò che ci dice davvero è che, se le nostre infrastrutture non riescono a gestire questo inverno, sicuramente non saranno in grado di gestire condizioni simili quando diventeranno la media”, afferma Daniel Swain, climatologo della Divisione Agricoltura e Risorse Naturali dell’Università della California.

Il ragionamento di Swain ribalta la prospettiva con cui siamo abituati a leggere questi fenomeni. L’El Niño di quest’anno funziona come una prova generale: per qualche mese la costa californiana sperimenterà un livello del mare che, con il Riscaldamento Globale, diventerà la normalità nei prossimi decenni. Ogni tratto di costa che andrà in difficoltà questo inverno indicherà dove intervenire prima che l’eccezione diventi la regola.

Per chi osserva la vicenda dall’Italia, gli effetti di questo El Niño viaggiano su altri binari, quelli delle teleconnessioni atmosferiche che collegano il Pacifico alla circolazione sull’Europa, come abbiamo spiegato analizzando le possibili conseguenze sul nostro autunno e sul nostro inverno.

 

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