Il nome fa paura, lo ammetto. Eppure ciclone bomba non è un’etichetta giornalistica, ma una definizione scientifica nata nel 1980 dagli studi di Fred Sanders e John Gyakum sulle tempeste dell’Oceano Atlantico. Il termine tecnico è ciclogenesi esplosiva. Tradotto: una bassa pressione che si rafforza a una velocità fuori dal comune.
Come si forma un ciclone bomba
Alla latitudine di 60 gradi, la pressione al centro della depressione deve calare di almeno 24 hectopascal in 24 ore. Più a sud la soglia si abbassa, e alle latitudini dell’Italia scende attorno ai 18-20 hectopascal.
Servono alcuni ingredienti, e devono presentarsi insieme. Il primo è un forte contrasto termico: aria fredda di origine polare che incontra aria calda e umida, spesso sopra un mare ancora tiepido. Il secondo arriva dall’alt, si avvicina una saccatura – una lingua di aria fredda in quota – mentre la corrente a getto, il fiume di vento che scorre a 9.000-10.000 metri di quota, “aspira” aria dalla colonna sottostante. Al suolo la pressione crolla.
Poi entra in gioco il vapore acqueo. Quando condensa nelle nubi libera calore, l’aria si scalda, sale più velocemente e il vortice si avvita su se stesso. Un meccanismo che si autoalimenta. Da qui arrivano venti violentissimi, piogge torrenziali e mareggiate.
Anche il Mediterraneo produce cicloni bomba
Per anni si è associato il fenomeno alle coste degli Stati Uniti, come nel blizzard che nel febbraio 2026 ha colpito New York e Boston. Ma il Mediterraneo, con le sue acque calde e l’orografia complessa, non ne è immune. Uno studio climatologico ad alta risoluzione pubblicato nel 2024 sul Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society ha mappato frequenza e intensità dei cicloni esplosivi nel bacino. Per approfondire, ecco una guida sul ciclone bomba e un’analisi sui suoi riflessi sul Mediterraneo.
Vaia, il ciclone bomba che ha ferito il Nord-Est
Il caso più noto in Italia resta la tempesta Vaia, tra il 26 e il 30 ottobre 2018. La depressione nacque con una ciclogenesi esplosiva sul Mediterraneo occidentale, poi risalì rapidamente verso nord. Il 29 ottobre un fortissimo scirocco spazzò l’Adriatico. Secondo lo studio di Cavaleri e colleghi, le onde e l’acqua alta davanti a Venezia si collocarono nella coda estrema delle statistiche storiche.
Nell’entroterra andò peggio. Le raffiche superarono i 200 chilometri orari, con un picco di 217 chilometri orari al Passo Rolle, in Trentino. In alcune aree montane gli accumuli di pioggia arrivarono a 870 millimetri in pochi giorni. L’inventario dei danni forestali curato da Chirici e colleghi ha stimato 42.500 ettari di bosco distrutti o gravemente danneggiati e 8,5 milioni di metri cubi di legname abbattuto. Le regioni colpite sono Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, tra il Nord-Est e il Nord Italia. È il danno forestale più grave mai registrato nel Paese. Qui trovate un racconto della tempesta Vaia e una ricostruzione dei venti estremi.
Perché sono pericolosi, e perché oggi li vediamo arrivare
Il pericolo sta nella rapidità. In mezza giornata una depressione ordinaria può trasformarsi in una tempesta che porta insieme, sullo stesso territorio, vento distruttivo, alluvioni, frane e mareggiate. I rischi maggiori riguardano chi si trova all’aperto, in montagna, in mare o lungo le coste.
La buona notizia è che i modelli matematici attuali individuano con buona affidabilità le condizioni favorevoli alla ciclogenesi esplosiva. Le allerte della Protezione Civile restano lo strumento decisivo per ridurre i danni.
Credit
- NOAA National Ocean Service – What is bombogenesis?
- Sanders & Gyakum (1980), Synoptic-Dynamic Climatology of the “Bomb”, Monthly Weather Review – AMS
- Cavaleri et al. (2019), The October 29, 2018 storm in Northern Italy – An exceptional event and its modeling, Progress in Oceanography
- Carniel et al. (2024), A high-resolution climatological study of explosive cyclones in the Mediterranean region, Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society