La grandine forte, quella con chicchi grandi come noci o più, in Italia ha una stagione precisa. Va da maggio a settembre, con il picco tra giugno e luglio, e ha il suo epicentro nella Pianura Padana: Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia orientale ed Emilia. Ottobre sta sul confine stagionale. L’energia disponibile per i temporali cala e i fenomeni più frequenti sono piuttosto le alluvioni, da Salerno nel 1954 a Genova nel 1970, dal Piemonte nel 2000 alle Cinque Terre nel 2011.
Quando ottobre ha fatto eccezione
Il caso più estremo resta quello del 9 ottobre 1990 a Lanusei, in Ogliastra. Chicchi fino a 10 centimetri di diametro, alcuni pesanti fino a 500 grammi, con danni anche a Ulassai, Ilbono e Gairo: blackout, edifici danneggiati, feriti, campagne devastate. Per la Sardegna, non un evento da manuale.
Roma custodisce invece una curiosa coincidenza di calendario. Il 21 ottobre 1988 una grandinata colpì Monteverde con circa 48 millimetri di precipitazione in pochi minuti; nelle strade in discesa l’acqua trascinò il ghiaccio fino a formare cumuli di 50 centimetri, poi scaricati dalle ruspe nel Tevere. Trent’anni dopo, esattamente il 21 ottobre 2018, un temporale stazionario imbiancò i quartieri orientali – Prenestina, Tor Sapienza, Torre Spaccata – con chicchi da 3-5 centimetri e accumuli locali di 30-40 centimetri. Sottopassi allagati, stazioni della metropolitana chiuse, nessun ferito grave.
Il 15-16 ottobre 2016 toccò a Vasto e ai comuni vicini, Casalbordino, Pollutri e Villalfonsina: chicchi a forma di rosa di ghiaccio, larghi quasi quanto il palmo di una mano, parabrezza in frantumi e alcuni feriti. Questo è solo un cenno delle tante grandinate di ottobre.
Il confronto con l’estate
Accanto alle grandinate estive, però, questi episodi cambiano proporzione. Il 19 luglio 2023 in Veneto cadde un chicco da 16 centimetri, record europeo, di una serie di eventi assurdi di grandine durati cinque giorni: il 24 luglio ad Azzano Decimo, in Friuli, ne fu raccolto uno da 19 centimetri. Quella settimana contò oltre cento feriti e danni per miliardi di euro. E non è solo questione di taglia: massa e velocità di caduta crescono insieme, così un chicco da 15 centimetri colpisce con un’energia enormemente superiore a uno da 3.
A fare la differenza è il motore che lo genera: d’estate suolo e mare sono caldi, l’aria è carica di umidità e il vento cambia direzione e intensità con la quota (il cosiddetto wind shear): condizioni ideali per le supercelle, temporali rotanti che tengono sospesi i chicchi a lungo e percorrono decine o centinaia di chilometri. Per capire come la grandine grossa cresce dentro una nube basta pensare a un nastro trasportatore: ogni giro aggiunge uno strato di ghiaccio. In ottobre quel motore gira più piano. Serve un nucleo freddo in quota che incontri aria ancora tiepida e umida: ne nasce di solito una cella breve e localizzata, con grandine abbondante ma di calibro medio.
Una stagione che si allunga
Secondo l’European Severe Storms Laboratory, nel Nord Italia la grandine oltre i 5 centimetri è oggi circa tre volte più probabile rispetto agli anni Cinquanta, e la stagione si è allungata, soprattutto con un avvio più precoce in primavera. È il quadro che spiega perché i chicchi sono sempre più giganti e perché, come indicano studi recenti, grandina meno spesso ma con chicchi più grandi. Un Mediterraneo molto caldo a fine estate, come nello scenario di temporali e grandine di settembre, può allungare la finestra utile anche in autunno.
Ottobre resta comunque un mese di confine: può fare notizia a livello locale, mentre i record nazionali ed europei e i danni da miliardi appartengono all’estate. Anche per l’autunno che si apre, il rischio principale rimane quello di sempre: la pioggia intensa e persistente, più che la grandine.
Credit
- New study: More (very) large hail in most of Europe – European Severe Storms Laboratory
- Hail record broken again: 19 cm hailstone confirmed in Italy – European Severe Storms Laboratory