
(METEOGIORNALE.IT) Avrete sentito parlarne, lo scrivono i quotidiani, i siti meteo – ebbene, ben più di qualcosa si sta muovendo nell’Oceano Pacifico, e stavolta non è un segnale da ignorare. I venti in quota stanno cambiando direzione, le acque superficiali rilasciano il calore accumulato in profondità da mesi, e i modelli climatici convergono verso un’unica chiave di lettura scientifica: potrebbe essere in arrivo uno degli El Niño più intensi degli ultimi trent’anni, forse cinquanta. Si sappia che questa è una previsione, e che potrebbe trattarsi anche di un evento record da quando viene censito.
La National Oceanic and Atmospheric Administration, ovvero il NOAA, stima una probabilità di circa il 60% che il fenomeno si sviluppi tra maggio e luglio. Non una certezza, ma una soglia che basta a mettere in allerta la comunità scientifica internazionale. Molti ricercatori ipotizzano già che il prossimo anno possa superare il 2024 come il più caldo dall’avvio delle rilevazioni moderne, a metà del XIX secolo. Insomma, non ci sono buone notizie, non tanto direttamente per l’Italia – che ne viene coinvolta indirettamente – ma questo non significa che non ne avremo gli effetti. C’è un grave caos nel clima mondiale, ci sono anomalie della temperatura terrestri e dei mari che mettono in allerta vari paesi che invece vedranno gli effetti diretti di El Niño. E queste anomalie non faranno altro che accentuarne le conseguenze.

El Niño e La Niña: un ciclo antico, un pianeta diverso, molto caldo in questo 2026
El Niño e La Niña sono le due fasi opposte di un ciclo climatico naturale attivo nel Pacifico da migliaia di anni, e si presentano a intervalli irregolari. Nessun evento è mai identico a quello precedente. Eppure c’è qualcosa di nuovo sullo sfondo, qualcosa che cambia le regole del gioco in modo sostanziale: il Riscaldamento Globale, alimentato dalla combustione di combustibili fossili, sta alterando il modo in cui questi fenomeni plasmano il meteo a livello planetario. E nonostante le prove certe, governi potenti hanno chiuso la ricerca scientifica e vietato l’uso di termini riconducibili al cambiamento climatico. Per fortuna, però, ci sono Europa, Russia, Cina e India, dove i governi stanno attuando, ciascuno con velocità diverse, la transizione energetica, perché il petrolio è all’origine primaria di questo sconvolgimento del clima. E sì, anche quel +1,5°C in più crea catastrofi locali: piogge alluvionali, siccità devastanti, carestie, uragani più intensi.
“Siamo ora in un clima di base diverso”, ha dichiarato la ricercatrice senior al National Center for Atmospheric Research di Boulder, Colorado. In parole semplici: i vecchi El Niño non ci dicono più con affidabilità come saranno quelli futuri. Il passato, insomma, ha smesso di essere un riferimento. Ci attendiamo eventi più forti nel futuro, ma quella parte di futuro sta per iniziare.
Sud America: quando la storia non si ripete
La vita in Sud America è intrecciata da secoli con El Niño, quel caratteristico accumulo di acque oceaniche calde al largo di Perù ed Ecuador. I meteorologi ne classificano l’intensità in base a quanto quelle acque si discostino dalla media stagionale: più è ampio il divario, più gli effetti si moltiplicano. Alluvioni devastanti nel Brasile meridionale nel 1982-83, siccità in Colombia che azzerò i raccolti di caffè nel 1997-98, piogge scarse e incendi in Amazzonia nel 2015-16. Un copione ripetuto con variazioni, ma sempre riconoscibile.
L’episodio del 2023-24, tecnicamente, non era tra i più forti in assoluto. Eppure i suoi effetti, in alcune aree, sono risultati catastrofici. Le precipitazioni scarse hanno portato alcuni fiumi del bacino amazzonico ai livelli più bassi registrati in 120 anni. Gli incendi hanno divorato il Pantanal, la più grande zona umida tropicale del mondo. Le piogge record nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul hanno costretto mezzo milione di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Questo accade anche perché, rispetto a epoche passate, la densità della popolazione è aumentata, e l’impatto di questi eventi coinvolge un numero maggiore di persone.
Il fattore amplificante, come hanno dimostrato diversi studi recenti, è stato il Riscaldamento Globale di origine antropica. Gli effetti hanno seguito lo schema atteso per El Niño, ma erano “molto peggiori a causa del cambiamento climatico, perché ora questo impatto avviene in un’atmosfera che è più calda”, ha spiegato Regina R. Rodrigues, professoressa di oceanografia fisica all’Università Federale di Santa Catarina in Brasile. Il calore extra ha intensificato l’evaporazione, aggravando la siccità in Amazzonia, e allo stesso tempo ha potenziato le piogge nel sud del paese, perché un’aria più calda trattiene quantità maggiori di umidità. Non è una sola scienziata a capo di un team a darne notizia, ma sono centinaia le voci che convergono su questa analisi.
Nord America: previsioni che peggiorano
In Nord America, El Niño porta di norma condizioni più umide nella fascia meridionale degli Stati Uniti e un clima più caldo e secco nelle regioni settentrionali. Il fortissimo El Niño del 1997, ad esempio, portò settimane di tempeste invernali violente in California e record di temperatura abbattuti nel Midwest e nel Nordest. L’attività degli uragani atlantici, nei mesi precedenti, era rimasta sotto la media, un altro effetto tipico del fenomeno.
Poi, però, i due forti El Niño successivi hanno avuto effetti relativamente attenuati sul continente. Per l’episodio del 2023-24, gli scienziati hanno individuato come causa un’anomala ondata di calore negli oceani Indiano e Atlantico tropicali, in grado di neutralizzare parzialmente gli effetti di El Niño. Un pattern guidato, con ogni probabilità, sia dalle emissioni di gas serra sia da variazioni climatiche naturali a lungo termine che la comunità scientifica sta ancora cercando di decifrare.
“I forti El Niño possono solo rendere certi esiti più probabili, ma non li garantiscono”, ha precisato Michelle L’Heureux, meteorologa che coordina gli aggiornamenti NOAA su El Niño e La Niña. Un ammonimento importante, soprattutto per chi è abituato a pianificare sulla base dei precedenti storici.
Ecco, spero sia chiaro come un cambiamento della temperatura – per quanto distante – possa avere un impatto anche a migliaia di chilometri. Per questo vi parliamo di El Niño, senza allarmismi per l’Italia. Lo ribadisco: noi subiamo effetti indiretti, eppure questi possono sconquassare il già fragile equilibrio climatico delle stagioni, quelle che ormai sono sempre meno riconoscibili.
Asia: non solo El Niño a preoccupare, ma quello che arriva dopo
Per la Cina, il problema non è tanto El Niño in sé, quanto ciò che lo segue. Dopo il fortissimo episodio del 1997-98, il paese subì le peggiori inondazioni in quasi cinquant’anni. Il Fiume Yangtze e i suoi affluenti furono flagellati da due mesi di piogge torrenziali, con circa 3.000 vittime. Ma si sa che la Cina patisce per le sue aree densamente abitate, come tutto il sud-est asiatico, e lo stesso vale per l’India.
La causa, secondo Wenju Cai, climatologo all’Ocean University of China, fu il brusco passaggio a una forte La Niña nel 1998. Questo capovolgimento rapido generò un sistema di alta pressione nel Pacifico occidentale che convogliò aria calda e umida dai tropici direttamente verso il paese. Un meccanismo a effetto domino, di quelli che fanno capire quanto sia sottile il confine tra un’anomalia e una catastrofe.
Gli scienziati si aspettano che sia i forti El Niño sia le forti La Niña diventino più frequenti con il proseguire del Riscaldamento Globale. È chiaro che anche gli effetti indiretti sull’Italia sono destinati ad aumentare di conseguenza.
Tutto questo significa oscillazioni più brusche tra i due estremi, con conseguenze potenzialmente devastanti. Fino a oggi, il passaggio rapido da una forte La Niña a un forte El Niño è stato relativamente raro, “perché ci vogliono più anni per riscaldare il Pacifico”, ha spiegato Cai. Ma il Riscaldamento Globale potrebbe rendere questa transizione sempre più comune, come lui stesso e i suoi colleghi hanno documentato in un recente studio.
Africa e Oceania: qui gli estremi meteo sono smisurati
In Africa, El Niño tende a prosciugare le stagioni delle piogge in due aree distinte: tra luglio e settembre nel Sahel, e tra novembre e marzo nell’Africa meridionale. Spesso coincide con venti che sospingono aria calda e umida verso l’Africa orientale, scatenando inondazioni, frane e focolai di malaria. L’episodio del 2015-16 causò il collasso dei raccolti in gran parte dell’Africa meridionale, con una produzione alimentare crollata di due terzi in alcuni paesi. Numeri che, a leggerli, fanno venire i brividi.
Il Riscaldamento Globale da gas serra aggrava sia le siccità sia le alluvioni, indipendentemente dal fatto che siano innescate da El Niño oppure no, ha sottolineato Cai. “Gli estremi secchi e quelli umidi aumentano entrambi.” Una frase che vale la pena fermarsi a metabolizzare.
Per l’Oceania, El Niño significa solitamente precipitazioni sotto la media. In Indonesia si affilano le difese contro gli incendi boschivi, mentre i paesi vicini si preparano a settimane di fumo nell’aria. Ma anche qui il Riscaldamento Globale sta ridisegnando la distribuzione delle temperature marine, modificando la quantità di piogge che El Niño e La Niña effettivamente portano nella regione.
Perché il prossimo El Niño spaventa gli scienziati: tutto quello che c’è da sapere
Nonostante tutte queste incertezze, El Niño e La Niña rimangono strumenti straordinariamente utili per anticipare l’andamento del meteo nei mesi successivi. Lo sostiene con convinzione Andréa Taschetto, climatologa all’Università del New South Wales di Sydney, Australia. Per agricoltori, gestori del territorio, agenzie di protezione civile e compagnie assicurative, non esiste nulla che offra indicazioni comparabili su come potrebbe presentarsi il mondo tra qualche stagione.
“È la cosa migliore che abbiamo”, dice senza mezzi termini. E forse, in un’epoca in cui le certezze climatiche si assottigliano, questa è già una notizia. Tuttavia, giungono notizie preoccupanti dagli Stati Uniti d’America, il paese leader nella ricerca climatica, dove vengono chiuse agenzie sul clima, licenziati scienziati, ridotta se non persino soppressa la ricerca. Insomma, ci sono scelte politiche che trovano consenso anche in altri paesi del mondo; nel frattempo si pagano i danni di questo clima avverso – diverso rispetto al passato – senza che le cause vengano affrontate in modo adeguato.
Credit e fonti internazionali
- NOAA – Climate Prediction Center, aggiornamenti ufficiali ENSO
- WMO – World Meteorological Organization, aggiornamento El Niño maggio 2026
- IRI – International Research Institute for Climate and Society, previsioni ENSO aprile 2026
- NSF NCAR – National Center for Atmospheric Research, ricerca sul clima e fenomeni ENSO
- Bureau of Meteorology Australia – ENSO Outlook e variabilità climatica nel Pacifico
