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Sapevate che in Val Padana cadeva anche più neve di quella vista ieri a New York?

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
24 Feb 2026 - 19:41
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Cambiamento climatico, Meteo News
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Neve a Milano. Ricostruzione.

L’eccezionale nevicata di New York e le nevicate della Pianura Padana, un confronto storico

(METEOGIORNALE.IT) La precipitazione nevosa che ha investito il settore nord orientale degli Stati Uniti tra il 22 e il 23 febbraio 2026 è stata etichettata come epocale dai mezzi di comunicazione e dalle istituzioni americane. Nello specifico si è trattato di un ciclone a sviluppo rapidissimo trasformatosi in un nor’easter, caratterizzato da un minimo barico sprofondato a 965 hPa al largo della costa atlantica.

 

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Stando ai rilevamenti ufficiali forniti dal National Weather Service e dall’agenzia NOAA, la stazione meteorologica di Central Park situata a New York City ha misurato ben 50,0 centimetri di coltre bianca, piazzandosi al nono posto tra gli episodi più intensi mai trascritti negli archivi di quella postazione.

Spostandosi a Long Island, precisamente a Islip, gli accumuli hanno raggiunto i 79 centimetri, mentre in specifiche zone del New Jersey, come Lyndhurst, e nello stato del Connecticut i totali hanno oltrepassato i 76 centimetri. Le correnti d’aria hanno soffiato con raffiche spaventose comprese tra 129 e 158 chilometri orari nel New England, innescando veri e propri blizzard certificati con una visibilità crollata a zero e cumuli eolici alti svariati metri.

 

Ovviamente, il fenomeno meteo americano è stato non paragonabile per intensità della tempesta ad alcun evento padano noto. Nessun ciclone nevoso ha interessato la Valle Padana, e soprattutto, la velocità del vento così furiosa come quella di New York è impensabile. Qui parliamo di quantità di neve in centimetri, senza però sottovalutare l’evento meteo storico americano.

 

Questo fenomeno atmosferico estremo ha bloccato totalmente la grande metropoli, lasciando oltre 600.000 utenze prive di energia elettrica nella fase più acuta, causando la cancellazione di migliaia di voli aerei, imponendo blocchi alla viabilità stradale a New York e nel New Jersey, oltre a determinare la chiusura degli istituti scolastici in sette stati differenti. La natura violenta dell’evento deriva principalmente dall’intensità eolica, capace di mutare una nevicata già copiosa in un disastro di proporzioni smisurate.

Tuttavia, quantitativi di neve fresca compresi tra 40 e 80 centimetri sulle zone pianeggianti, del tutto simili a quelli misurati nella metropoli statunitense, non costituiscono una rarità assoluta per la Pianura Padana settentrionale, territorio nel quale episodi comparabili o persino più estremi si sono palesati a più riprese nel corso del secolo passato e pure nell’epoca attuale, così come certificato da autorevoli istituzioni italiane.

 

L’episodio del 6 e 7 gennaio 2009 in Lombardia, accumuli simili e sinottica da scorrimento

Un caso emblematico recente e minuziosamente studiato coincide con i giorni del 6 e 7 gennaio 2009. Come riportato nell’approfondimento divulgato sulla rivista Neve e Valanghe numero 67 dell’agosto 2009 a cura di AINEVA, l’Associazione Interregionale Neve e Valanghe che rappresenta il punto di riferimento per le misurazioni nivometriche, la perturbazione ha avvolto quasi l’intera Pianura Lombarda. In tale frangente si sono osservati depositi medi di 35 e 50 centimetri nei territori provinciali di Pavia, Lodi e Cremona, tra i 30 e i 40 centimetri nel Milanese e valori compresi tra 25 e 35 centimetri lungo la fascia pedemontana che unisce Varese, Como e Lecco.

Nel cuore urbano di Milano i nivometri hanno segnato all’incirca 40 centimetri di coltre intonsa, posizionandosi come il quinto dato più rilevante degli ultimi settant’anni, preceduto solo dagli 82 centimetri del febbraio 1947, dai 75 centimetri del gennaio 1985 (anche se si parla anche di 90 cm complessivi), dai 63 centimetri del gennaio 1954 e a pari merito con i 40 centimetri del gennaio 2006.

 

L’evoluzione atmosferica del 2009 ha ricalcato le classiche configurazioni da scorrimento tipiche del catino padano, un vortice depressionario posizionato sul Golfo di Genova ha assecondato l’afflusso di masse gelide di origine continentale nei bassi strati, nel mentre una seconda area di bassa pressione risaliva dalle isole Baleari in direzione della Costa Azzurra.

Le precipitazioni hanno preso il via con valori termici diffusamente sotto lo zero termico, generando fiocchi asciutti e leggeri con una densità calcolata attorno ai 100 e 150 chilogrammi per metro cubo. Solamente durante la mattinata del 7 gennaio un timido flusso di correnti da nord ha scalfito la sacca d’aria gelida, spingendo il limite delle nevicate verso sud.

La coltre bianca è rimasta inalterata per oltre quindici giorni, grazie a temperature minime notturne sprofondate oltre i 10 gradi Celsius sotto lo zero nella Bassa Padana, accentuando in tal modo le caratteristiche continentali del microclima locale. Tali misurazioni provengono direttamente dai network di monitoraggio di AINEVA e di ARPA, supportate dalle ispezioni sul campo condotte dai dipartimenti valanghe regionali.

 

La grande nevicata del gennaio 1985, il primato moderno registrato da ARPA Lombardia

Ancora più formidabile risulta essere la perturbazione verificatasi tra il 13 e il 16 gennaio 1985. Il Centro Regionale Idrometeo e Clima dipendente da ARPA Lombardia, all’interno del documento celebrativo per il quarantesimo anniversario redatto nel gennaio 2025, menziona misurazioni prossime ai 90 centimetri nella città di Milano, presso lo storico osservatorio di Brera, con picchi circoscritti persino più elevati e depositi compresi tra 40 e 80 centimetri nelle province pianeggianti.

Nella località di Sondrio la dama bianca sfiorò i 120 centimetri, mentre sui rilievi prealpini vicini a Varese, Como e Lecco l’accumulo superò abbondantemente il metro di spessore. L’origine di questo evento straordinario fu l’irruzione di una bolla d’aria artica e russa capace di mantenere la colonnina di mercurio costantemente in territorio negativo per molteplici giornate, combinata simultaneamente con un inesauribile flusso umido proveniente dal Mar Mediterraneo. Il valore termico medio del mese di gennaio 1985 rilevato a Milano Brera si attestò sui 0,6 gradi Celsius sotto lo zero, favorendo una caduta ininterrotta di fiocchi per oltre settantadue ore.

 

I tecnici di ARPA evidenziano come a partire dagli anni Cinquanta le stagioni invernali in Lombardia abbiano subito un riscaldamento pari a circa 0,5 gradi Celsius per ogni decennio. Questa dinamica climatica ha inesorabilmente spinto la quota delle precipitazioni solide verso l’alto di svariate centinaia di metri, determinando che precipitazioni nevose che nel 1985 avrebbero imbiancato le aree di pianura, al giorno d’oggi si trasformano sovente in piogge o episodi misti. L’ultimo mese di gennaio capace di chiudere con una media termica negativa nel capoluogo meneghino coincide proprio con il 1985, considerando che nell’ultima decade il più rigido risulta essere quello del 2017 con i suoi 3,9 gradi Celsius positivi.

 

Le misurazioni storiche di Parma e le tendenze plurisecolari del clima

L’archivio più duraturo a livello nazionale riguardante le precipitazioni nevose mensili scientificamente vagliato appartiene all’Osservatorio di Parma, un database che copre l’arco temporale dal 1777 al 2018, esaminato nel 2021 sulle pagine della rivista scientifica International Journal of Climatology da Diodato e collaboratori. Superato il punto di svolta individuato nel 1897, le giornate contraddistinte da nevicate nell’arco dell’anno sono calate da una media di 8,3 a 4,5, evidenziando contestualmente un restringimento della finestra temporale propizia da 80 a 52 giorni. Lo spessore totale della neve non palesa una tendenza lineare statisticamente rilevante, eppure i massimi picchi si raggruppano durante la fase finale della Piccola Era Glaciale, un periodo in cui l’attività di blocco degli anticicloni era esaltata dal minimo dell’attività solare conosciuto come minimo di Dalton. Episodi eclatanti come quello occorso nell’inverno tra il 1928 e il 1929, caratterizzato da nevicate estese su tutta l’Italia e dalla totale congelazione dei canali di Venezia, oppure la gelata del 1955 e 1956, si inseriscono perfettamente in questo ciclo di maggiore incidenza fredda.

 

Ricerche similari condotte sul versante meridionale delle Alpi, pubblicate nel 2024 sempre dal team di Bozzoli sull’International Journal of Climatology, segnalano una flessione del 34 per cento per quanto concerne le precipitazioni nevose fresche tra il 1920 e il 2020. Tale calo risulta ancor più severo al di sotto dei 2000 metri di altitudine e sui pendii esposti a sud ovest, dove la perdita sfiora il 49 per cento. Anche i dati preliminari presentati al congresso EGU del 2025 da Wani e associati sul Bacino del Po ribadiscono una contrazione del volume idrico equivalente stoccato nella neve del 6,5 per cento, confrontando i decenni racchiusi tra il 1991 e il 2021 per le quote inferiori ai 2000 metri, associando tale deficit a una sempre più precoce fusione primaverile.

 

Dinamiche sinottiche a confronto, le ragioni per cui la Pianura Padana cattura(va) le perturbazioni nevose

La divergenza basilare tra il nor’easter abbattutosi su New York e le bufere padane risiede primariamente nell’assetto topografico e nelle complesse dinamiche a mesoscala. Sulla metropoli americana il gelo giunge dai settori di nord ovest, originandosi in Canada, mentre il carico di umidità viene prelevato direttamente dall’Oceano Atlantico, portando il sistema frontale a spostarsi con estrema rapidità lungo la fascia costiera. All’interno della Pianura Padana, viceversa, il celebre cuscino freddo si genera per via di un vero e proprio blocco orografico, le masse d’aria artica o siberiana scivolano seguendo l’arco delle Alpi per poi ristagnare al suolo, mentre i venti miti e carichi di pioggia in arrivo dal Mar Mediterraneo, spesso legati a minimi sul Golfo di Genova o a gocce fredde isolate sulle Isole Baleari, scorrono letteralmente al di sopra di questo lago gelido.

 

Questo marcato dislivello termico produce uno scorrimento duraturo, favorendo nevicate copiose anche qualora i termometri al suolo segnino valori prossimi allo zero. Un meccanismo del genere, definito nella letteratura specialistica internazionale come overrunning, chiarisce come possano accumularsi 40 o 50 centimetri di manto bianco a fronte di precipitazioni equivalenti a soli 30 o 40 millimetri di pioggia, producendo una coltre estremamente secca e farinosa.

 

Le bufere del 2009 e del 1985 aderiscono in maniera ineccepibile a questa configurazione. La tenuta prolungata della sacca d’aria fredda, capace a volte di resistere per svariati giorni, garantisce accumuli stratosferici evitando una fusione repentina, un comportamento diametralmente opposto rispetto a quanto si osserva nelle realtà urbane affacciate sull’oceano, dove la salsedine marina e il rialzo delle temperature disciolgono il manto in breve tempo.

 

Crediti Ricerca e Fonti Internazionali

  • National Weather Service (NWS) e NOAA: weather.gov
  • International Journal of Climatology (RMetS): rmets.onlinelibrary.wiley.com
  • European Geosciences Union (EGU): egu.eu

  (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: accumuli nevosibacino idrologicociclone bombaclima padanodanni nevemeteo estremoneve pianurarecord nevicateriscaldamento globaleStoria meteo
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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