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Luca Mercalli ed il cambiamento climatico. Esaustiva, chiara ed eloquente intervista

Andrea Meloni di Andrea Meloni
20 Ago 2025 - 11:15
in A La notizia del giorno, Cambiamento climatico, Multimedia
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(METEOGIORNALE.IT) Luca Mercalli è un climatologo, divulgatore scientifico e giornalista italiano. è stato intervistato sui cambiamenti climatici. Ed essendo io stesso molto preoccupato per questa catastrofe, e siccome leggo una quantità di informazioni non corrette che vengono distribuite su internet, ho deciso di condividere questo video e di riassumere, per chi non avesse molto tempo, quello che ha detto Luca Mercalli nel video intervista. Ovviamente, appena avrete tempo, vi suggerisco di ascoltare il video.

 

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Ma chi è Luca Mercalli. È conosciuto soprattutto per i suoi studi e per le attività di comunicazione sui cambiamenti climatici, sulla meteorologia e sulla sostenibilità ambientale. Ha fondato e diretto la rivista scientifica Nimbus e collabora spesso con la RAI e con altri media per sensibilizzare l’opinione pubblica sul riscaldamento globale e sull’importanza della transizione ecologica.

Oltre al lavoro accademico e divulgativo, Mercalli è anche autore di diversi libri dedicati a clima, energia e al futuro del pianeta, con uno stile accessibile al grande pubblico. La sua figura è legata a un forte impegno civile ed educativo sui temi ambientali.

 

Il video è stato diffuso da su youtube.com da Lucysullacultura.

Qui troverete anche un video breve: https://www.youtube.com/watch?v=lyK87vbGM50 

 

Cosa dice Mercalli: “sentiamo spesso dire che il clima è sempre cambiato e che quindi non dobbiamo preoccuparci dei cambiamenti attuali. È assolutamente vero, il clima è sempre mutato, ma dobbiamo preoccuparci dei cambiamenti odierni perché le variazioni climatiche del passato non sono uguali a quelle di oggi.

 

Il clima del passato, come ho spiegato in Breve storia del clima in Italia, è cambiato principalmente per delle cause naturali che noi oggi conosciamo. Sono soprattutto le grandi eruzioni vulcaniche che hanno generato in passato dei raffreddamenti temporanei, cioè di qualche anno, ma in qualche caso anche di qualche secolo del nostro clima. Vulcani giganteschi, spesso non erano nemmeno vicini ai luoghi dove si sperimentava poi l’anomalia climatica.

 

Erano vulcani in giro per il mondo, lontani anche migliaia o decine di migliaia di chilometri, esplodevano, mandavano in atmosfera colossali quantità di zolfo e di altri aerosol che opacizzavano l’atmosfera. Il Sole si indeboliva così per chi stava sotto e questo generava un raffreddamento che poteva portare poi a cattivi raccolti agricoli e da qui alla carestia e da qui anche alle pestilenze, ai tumulti, a problemi sociali.

 

Di grandi eruzioni vulcaniche la storia è piena e abbiamo anche molte eruzioni significative per l’Italia. Quasi tutte sono eruzioni che avvengono in Centroamerica, in Indonesia, in Alaska, in Islanda, quindi nessuno le vedeva dall’Italia, si accorgevano soltanto che il cielo si offuscava. Direi che due sono le eruzioni che mi piace ricordare per il grande cambiamento che hanno indotto.

 

La prima è quella del 536 d.C., che viene chiamato dagli storici l’anno peggiore nel quale aver vissuto. È un anno nel quale avviene una grande eruzione vulcanica da qualche parte del mondo, non si sa dove, ma nel decennio successivo, quindi diciamo attorno al 540 e anni limitrofi, vi sono altre due o tre eruzioni imponenti. La somma di tutte queste eruzioni genera un raffreddamento nettissimo in un periodo che è già molto difficoltoso per le popolazioni d’Italia.

 

È caduto da poco l’Impero romano. C’è una grande incertezza, una grande tristezza anche nell’aver visto crollare un millennio di storia dell’Impero romano e arrivano delle estati fredde con dei raccolti pessimi e veramente la società collassa in questo periodo. Tant’è che poi l’indolimento dovuto probabilmente alla malnutrizione facilita la diffusione di una delle più grandi epidemie dell’antichità: la peste di Giustiniano.

 

Un’altra grande eruzione vulcanica invece avviene in Indonesia. Si tratta del vulcano Samas. È stato scoperto soltanto poco più di una decina di anni fa. Prima non si sapeva dove era avvenuta questa eruzione. Oggi viene chiamata la Pompei d’Oriente perché polverizzò un’intera isola del Pacifico e la città che vi era costruita. Questa grande eruzione opacizza nuovamente i cieli. È una delle più violente eruzioni della storia dell’umanità e genera l’inizio di un raffreddamento che verrà poi rinforzato dall’estensione dei ghiacci polari, da una leggera diminuzione dell’attività del Sole. Ecco, sono tutti piccoli cambiamenti che però, uniti insieme, daranno inizio proprio verso la seconda metà del Duecento e fino alla fine dell’Ottocento a circa sei secoli di freddo che chiamiamo infatti la piccola età glaciale.

 

Piccola età glaciale che è quella che ha segnato la storia più vicina a noi, il periodo del Rinascimento, l’epoca del Barocco, quella dell’Illuminismo e quella dell’Ottocento. Sono tutti secoli freddi. L’Italia diventa un Paese dove sicuramente c’è un’estate che potremmo paragonare oggi a quella dei paesi più a nord delle Alpi, un’estate che potremmo definire tedesca, mentre l’inverno è un inverno assolutamente nordico per gran parte dell’Italia.

 

Sulle città padane ci sono nevicate gigantesche, ci sono dei freddi che congelano il corso del Po al punto che si può attraversare con i carri. La città di Firenze vede nevicate di mezzo metro, gela l’Arno. Il freddo arriva spesso anche nelle regioni del Centro Sud Italia, nevica frequentemente anche a Roma. In linea generale sono inverni lunghi, severi, in particolare quello del 1708-09, forse il più freddo inverno della storia a noi nota. Con questo periodo della piccola età glaciale la nostra società però lentamente si struttura e in Italia arriviamo anche ad avere qualcosa di molto importante per la scienza meteorologica.

 

Nel Seicento vengono inventati i primi strumenti di misura, quelli che usiamo ancora oggi: il termometro, il pluviometro, l’anemometro, il barometro. Sono tutti strumenti che nascono alla scuola di Galileo e all’Accademia del Cimento di Firenze. Questo è il grande think tank, potremmo dire, della scienza meteorologica mondiale. Quindi nel Seicento e all’inizio del Settecento possiamo dire che l’Italia è veramente un Paese all’avanguardia che fa scuola nel campo dell’osservazione meteorologica.

 

Quindi dal Settecento abbiamo anche i numeri, non soltanto le cronache, ma questo per dirvi che tutti questi cambiamenti del clima del passato avevano cause naturali e riguardavano prevalentemente dei fenomeni di freddo.

 

Di caldo abbiamo pochi riscontri nel passato, mentre se li paragoniamo al cambiamento climatico attuale vediamo che, nella seconda metà del Novecento, la temperatura comincia a crescere come mai aveva fatto in precedenza. Questi primi 25 anni del Duemila sono i più caldi in assoluto almeno degli ultimi 5.000 anni. Lo sappiamo grazie alla mummia Ötzi che è emersa nel 1991 sul ghiacciaio del Similaun sopra Merano. Una mummia che si è conservata perfettamente sotto il ghiaccio fino al 1991 e che, se fosse emersa più volte per il caldo, per esempio nel Medioevo, nell’epoca romana, si sarebbe deteriorata, l’avremmo perduta, forse ci sarebbero rimaste un po’ di ossa, e invece abbiamo una mummia perfettamente conservata oggi al Museo Archeologico di Bolzano.

 

Quindi i cambiamenti climatici di oggi portano due novità. La prima è che il caldo che abbiamo sperimentato su tutto il pianeta e pure in Italia in questi primi decenni del Duemila è inedito, e il secondo elemento è che conosciamo la causa. Questo riscaldamento non è determinato dalle cause naturali che avevano generato i cambiamenti del passato, ma è dovuto all’aumento dei gas serra emessi dall’umanità negli ultimi 200 anni, cioè dopo l’inizio della Rivoluzione industriale. Quando l’umanità comincia a bruciare prima il carbone, poi il petrolio, poi…

 

…poi il gas per produrre energia. Oggi siamo 8 miliardi di persone ed emettiamo in atmosfera 60 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Questa CO₂ e altri gas come il metano e gli ossidi di azoto riscaldano l’atmosfera del pianeta Terra, e sappiamo bene che la quantità di CO₂ che c’è nell’atmosfera oggi non ha eguali almeno negli ultimi 800.000 anni, ed è il valore più elevato. Perché? Come facciamo a saperlo così bene?

 

Termometri e strumenti di misura 800.000 anni fa non c’erano. Lo sappiamo perché nei ghiacci, soprattutto quelli polari, quelli della Groenlandia, ancor più quelli del Polo Sud, abbiamo un accumulo di 3.000 m di ghiaccio, e lì dentro è scritta la storia del clima attraverso i residui delle grandi eruzioni vulcaniche o le bollicine d’aria che contengono l’aria del passato.

 

Analizzando l’aria antica intrappolata dentro i ghiacci del Polo Sud, non abbiamo dubbi. La quantità di CO₂ che c’è adesso nell’atmosfera, pari a circa 430 parti per milione, è il valore più alto almeno degli ultimi 800.000 anni. Vuol dire che l’umanità è alla prima esperienza di un cambiamento climatico di questo genere, anche perché Homo sapiens esiste solo da circa 300.000 anni. Con l’Ottocento termina la piccola età glaciale.

 

Il clima, possiamo dire, si normalizza, guarisce da questa infreddatura che si era preso nei sei secoli precedenti. Ma la buona salute dura poco, dura lo spazio di qualche decennio verso l’inizio del Novecento e poi comincia a palesarsi la febbre. La febbre che emerge come nuovo sintomo dovuto al riscaldamento globale delle emissioni che nel frattempo, già da più di un secolo, cominciavano ad accumularsi sotto l’uso sempre più massiccio del carbone. La temperatura cresce sempre più rapidamente e in maniera evidente dagli ultimi anni del Novecento.

 

Attorno al 1990 si può dire che il riscaldamento globale fa la sua comparsa sulla scena, non soltanto come un elemento per gli addetti ai lavori, ma cominciamo a sentirlo anche come persone normali. Gli ultimi anni del Novecento cominciano a essere caldi, ma l’esordio vero e proprio, almeno in Italia, potremmo dire, del riscaldamento globale nella società, è l’estate del 2003, un’estate nella quale per la prima volta si sfonda il muro dei 40° nelle città della pianura padana: Milano, Torino, Bologna. È un’estate che sorprende tutti e anche la sanità, che si ritrova impreparata. Ci saranno più di 70.000 morti di caldo in Europa per questa ondata di calore africana che durerà circa tre mesi.

 

Da allora è un crescendo di aumento della temperatura. Abbiamo avuto tanti altri anni caldi. Citiamo semplicemente che il 2023 e il 2024 attualmente sono gli anni più caldi della serie dei dati disponibili sul pianeta e lo sappiamo molto bene anche perché oggi l’osservazione satellitare tiene d’occhio tutto il clima del pianeta, anche gli oceani, anche le terre remote, le zone polari, le aree delle foreste tropicali. Quindi oggi, attraverso, per esempio, il sistema Copernicus dell’Unione Europea e la costellazione dei satelliti Sentinel, noi possiamo avere in tempo reale lo stato della temperatura del pianeta Terra, e questa temperatura ormai è aumentata di circa 1,5° rispetto al periodo preindustriale, quindi possiamo dire dalla metà dell’Ottocento, e potremmo paragonare questo aumento di temperatura a una febbre.

 

Ormai il pianeta è come se, rispetto a un corpo umano, fosse attorno ai 38°–38,5°. Quindi un clima già patologico, e l’aumento di temperatura ovviamente non si è fermato qui, sta continuando mentre noi stiamo parlando. Tutto dipenderà da quello che faremo in futuro per ridurre le emissioni di gas serra.

 

Ma perché siamo così preoccupati di questo aumento termico? Beh, intanto la temperatura elevata non fa piacere al corpo umano. Noi non stiamo bene con temperature superiori alla temperatura corporea, quindi sopra i 37°C. Il corpo comincia a entrare in una situazione di stress, deve raffreddarsi. Pensate quando ne abbiamo 45 o 50.

Attualmente sul pianeta le temperature più elevate in zone abitate permanentemente sono attorno ai 52°C. Emirati Arabi, India, e la temperatura più elevata del pianeta Terra è stata di circa 54°C in California, nel deserto della Valle della Morte. Un nome che la dice lunga: a 54°C non si sopravvive.

 

Temperature sopra i 40°C sono temperature faticosissime da sopportare. Moltissime popolazioni nei paesi già caldi oggi saranno spinte a emigrare quando le temperature saranno al di là della soglia di sopportazione. Il secondo motivo è dovuto alla maggior frequenza degli eventi estremi. Un clima più caldo ha più energia nell’atmosfera che si deve dissipare. Quindi tutti i fenomeni meteorologici già intensi nella storia passata tendono a diventare più intensi e più frequenti. C’è una sorta di fattore di amplificazione. Le alluvioni in particolare diventano più frequenti e più distruttive perché con un clima più caldo si scaldano anche gli oceani, evapora più acqua e quindi si formano delle precipitazioni più abbondanti, più violente, che aumentano la distruttività delle alluvioni.

 

Quindi è giusto dire “Ci sono sempre state le alluvioni, ma quelle di oggi sono più cattive e sono più frequenti.” Il caso in Italia delle quattro alluvioni in Emilia-Romagna in poco più di un anno e mezzo è perfetto per illustrare questo fattore nuovo nei confronti della società. Un’alluvione in un secolo, in una vita, si sopporta, ma quattro alluvioni che colpiscono la stessa regione e le stesse persone in un anno e mezzo diventano veramente difficili da sopportare, sia da un punto di vista economico, perché i danni una volta che hai ricostruito ritornano e quindi si esauriscono le risorse per farvi fronte, sia anche per motivi psicologici, cioè uno stress dal quale è difficile riprendersi quando si ha la casa distrutta tre o quattro volte di seguito. E in genere verrebbe voglia di emigrare, andare via da posti di questo genere, ma non sempre è possibile farlo.

 

Ci sono persone che hanno la casa che adesso non vale più niente, quindi se anche la vendono non prendono più nulla perché è in una zona riconosciuta a rischio, oppure hanno ancora il mutuo da pagare. E che fanno? Stanno lì e subiscono il rischio di avere nuove alluvioni nella loro vita.

 

Questo può generare l’indebolimento di interi distretti. Troppi eventi estremi rischiano di creare povertà, una povertà che poi si riflette su un’intera regione, un intero Paese. Ma c’è ancora un terzo motivo, leggermente più lento come partenza, ma inesorabile sul lungo periodo.

 

Siccome i ghiacciai fondono, soprattutto quelli dei poli, quindi la Groenlandia in particolare, che è una grande calotta glaciale molto instabile, questo ghiaccio finisce in mare. La sola Groenlandia contiene l’equivalente di 7 m di acqua, quindi la fusione dei ghiacciai fa aumentare il livello dei mari. Attualmente la fusione dei ghiacci, associata all’espansione delle acque – che quando si scaldano si dilatano – sta già facendo aumentare i mari di 5 mm all’anno. E questo vuol dire che il futuro porterà alla sommersione di intere zone costiere. Per l’Italia direi che la zona emblematica è Venezia, tutta la Laguna Veneta e tutto il Delta del Po, le città di Rovigo, Ravenna, le spiagge della Romagna. A seconda delle emissioni che noi faremo nei prossimi anni, potremo avere due scenari di temperatura.

 

Uno scenario che potremmo definire catastrofico, con un aumento di 5° della temperatura da qui alla fine di questo secolo, quindi nel tempo della vita di una persona. A un aumento della temperatura di 5° potrebbe corrispondere un aumento del mare di oltre 1 metro. Questo vuol dire l’inabitabilità di Venezia, del Delta del Po a fine secolo.

Ma poi c’è Londra, c’è Rotterdam, c’è Miami, c’è New York, c’è Mumbai, c’è Shanghai. Tutte le grandi città costiere subirebbero un grande ridimensionamento con una sommersione grave che porterebbe all’emigrazione di centinaia di milioni di persone.

 

Per fortuna c’è anche lo scenario più favorevole. Se riduciamo le emissioni seguendo l’Accordo di Parigi, che è stato firmato nel 2015 ed è un accordo delle Nazioni Unite per ridurre le emissioni – ma ridurle in modo drastico, portandole a zero al 2050 – allora la temperatura aumenterà ancora un po’, fermandosi a non più di 2°C di aumento alla fine di questo secolo. Questi 2 gradi sono ritenuti un limite di sicurezza per non consegnare alle generazioni più giovani un mondo invivibile.

 

Ma oggi stiamo percorrendo la strada dei 2 gradi? Purtroppo no. Purtroppo le politiche del clima hanno avuto un momento di favore tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Tant’è che la prima convenzione sul clima delle Nazioni Unite si firma a Rio de Janeiro nel 1992, ma a questi bei propositi firmati sui trattati internazionali non è poi corrisposta una riduzione effettiva delle emissioni, che stanno continuando a crescere in tutto il mondo.

 

Allora, se manchiamo il periodo dell’ordine di 10–20 anni – siamo adesso, insomma, tra il 2025 e il 2035 – nei quali dare una svolta alle emissioni, portandole poi rapidamente alla riduzione totale entro il 2050, percorreremo purtroppo la strada dei 3, dei 4 o dei 5°C, entrando quindi in un pianeta con un clima pericoloso. Se invece riusciamo finalmente a ridurre le emissioni, allora possiamo stabilizzare la temperatura a questi 2°C, cioè appiattendo la curva: invece di avere un grafico che continua a salire nel tempo, avere una curva che si ferma, come una febbre che rimane ma non cresce di più. È difficile tornare indietro, ci vorranno millenni, ma almeno non peggioriamo una malattia.

 

Questa è l’unica grande opportunità che noi abbiamo ancora davanti, ma dobbiamo assolutamente mettere in atto le politiche di transizione energetica verso le energie rinnovabili, la riduzione degli sprechi, la riduzione della deforestazione, tutte quelle cause di aumento dei gas a effetto serra. Il rischio di avere un clima inedito è proprio grave a livello evoluzionistico. La nostra specie si è evoluta in un clima tendenzialmente più fresco di quello in cui siamo diretti oggi. Abbiamo sopportato già delle glaciazioni, e non è poco nella nostra storia evolutiva. Non abbiamo invece una memoria di un pianeta tutto tropicale, ed è questo che deve intimorirci.

 

Intimorirci non vuol dire deprimerci, intimorirci vuol dire avere quella giusta dose di ansia e di paura che sempre ci ha accompagnato nella nostra storia, evitandoci le trappole più grandi. Purtroppo in questo momento è difficilissimo spiegarlo alle persone.

 

La comunicazione sui temi ambientali e climatici è da 40 anni almeno che ci prova, forse anche qualche anno in più, insomma, dagli anni ’70, ma non ha avuto successo. Forse perché non è tanto la comunicazione ambientale che è sbagliata, è sbagliato l’atteggiamento con cui la società degli esseri umani raccoglie questa informazione e spesso la respinge, non la vuole acquisire per pigrizia, per interessi economici, per non avere un ennesimo problema. Insomma, noi siamo maestri nel guardare solo il qui e ora e nel non occuparci mai dei problemi a lungo termine. Ma quando parliamo di clima il problema è proprio quello: un processo lento all’inizio che si ingigantisce via via che il tempo passa e dopo diventa irreversibile.

 

Quindi o cambiamo modo di pensare e interveniamo nell’ultima finestra di prevenzione che abbiamo ancora davanti, oppure dopo sarà troppo tardi. Di fronte a questi scenari che possono anche risultare un po’ cupi, è venuto però il momento di trovare la terapia. La diagnosi è fatta, la prognosi può prendere strade diverse a seconda della dieta che l’umanità voglia fare per ridurre l’impatto sul clima. E la terapia è ben nota da molti anni e si chiama green economy.

 

È ovviamente una terapia complessa che richiede anche dei sacrifici. A monte di tutto richiederebbe un cambiamento del sistema economico, perché l’attuale sistema economico mondiale fondato sulla crescita infinita è incompatibile con la finitezza delle risorse del pianeta Terra. In attesa che l’economia possa cambiare – sarà un grande sforzo che può avvenire soltanto in maniera concertata, una decisione di tutti i leader del mondo insieme – la vedo dura, ma bisogna sperare. Abbiamo però uno spazio di manovra individuale. Quindi sicuramente la politica, quella internazionale e quella nazionale, deve aiutare a costruire dei quadri di azione per le persone che facilitino i gesti di sostenibilità ambientale. L’individuo su questo può influire soltanto con il voto, con le proteste, con le sollecitazioni ai propri rappresentanti, ma intanto ognuno di noi può fare qualcosa per abbassare la propria impronta ecologica, la propria emissione di carbonio.

 

Non tutti i paesi del mondo emettono nella stessa maniera. I paesi che emettono meno sono quelli più poveri, in particolare l’Africa, dove nei paesi poverissimi, dove si fa fatica a mangiare, dove non si ha la casa, dove non si ha l’auto, dove non si ha la corrente elettrica, non si hanno gli ospedali, non si hanno le scuole, è facile emettere poco. Siamo nell’ordine di 200–300 kg di CO₂ per persona. All’estremo opposto abbiamo i paesi ricchi dissipatori, cioè quelli che sprecano: in testa gli Stati Uniti, 15.000 kg di CO₂ per persona all’anno, insieme al Canada, all’Australia, agli Emirati Arabi.

 

A metà strada l’Europa e l’Italia, possiamo dire, dove c’è uno stile di vita sicuramente soddisfacente, ma dove siamo più sobri, dove storicamente abbiamo pagato di più l’energia e la sappiamo usare con un po’ più di senso della misura. Un italiano emette in media 6.500 kg di CO₂ per anno.

 

Questi sono i numeri nei quali dobbiamo muoverci. Devono arrivare tutti a zero entro il 2050. Un americano oggi potrebbe tranquillamente dimezzare le sue emissioni arrivando ad avere uno stile di vita europeo.

 

Ma allora perché non lo fa? È difficile per chi si è abituato a sprecare cambiare mentalità. Ed è per questo motivo che gli Stati Uniti tendono quasi sempre a sfuggire dagli accordi internazionali sul clima. Lo hanno fatto con il Protocollo di Kyoto sotto l’amministrazione di George Bush. Lo hanno fatto con l’Accordo di Parigi sotto il primo mandato di Trump. Lo rifanno ora con il secondo mandato di Trump, sotto l’aforisma “il livello di vita degli americani non è negoziabile”.

La colpa in genere viene data ai Cinesi, ma i Cinesi emettono molto perché sono tanti, non perché hanno uno stile di vita così dissipativo come gli Americani. I Cinesi sono 1 miliardo e 500 milioni, ma emettono circa 10.000 kg per persona, quindi un po’ più di un italiano ma meno di un americano. Inoltre i Cinesi emettono molto soltanto negli ultimi 20 anni, perché il boom economico della Cina è cominciato all’inizio degli anni 2000, mentre l’Europa e l’America emettono da 200 anni, bruciando carbone come prime potenze coloniali che lo hanno impiegato per prime.

 

Veniamo allora proprio all’Italia, che mi sembra un buon esempio per partire su cosa potremmo fare. 6.500 kg di CO₂ all’anno. Dove cominciare per abbassarli? Prima di tutto dalla casa. Le nostre case sono dei colabrodo e il 40% dell’energia viene usata o per scaldarle o per rinfrescarle d’estate, ma la maggior parte di questa energia sfugge dagli spifferi, dalle finestre, dai muri non sufficientemente isolati.

 

Quindi agire sulla propria casa vuol dire fare il cappotto, cambiare le finestre, mettere tutti quei dispositivi che ci aiutano a evitare la dispersione della preziosa energia. Questo corrisponde anche a un bel risparmio nella bolletta, quindi non si capisce perché non lo si faccia. Lo si fa, ma in misura troppo lenta.

 

La casa poi ha bisogno di energia, e questa energia possiamo produrla passando dal fossile alle energie rinnovabili, che sono l’idroelettrico, l’eolico, il solare, il geotermico, e se volete anche un po’ il biogas. Ora, le energie rinnovabili si stanno diffondendo, ma anche queste troppo lentamente. Non riescono a sostituire il gigantesco uso di energia fossile che ancora oggi occupa l’80% dell’uso energetico del mondo. In casa nostra però possiamo, se possibile, mettere i pannelli solari, perché è energia che possiamo produrre a casa nostra, sul nostro tetto. (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: cambiamento climatico
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Andrea Meloni

Andrea Meloni

Sono il fondatore, editore e responsabile di questo portale, nonché di numerosi altri siti dedicati alla meteorologia. La mia avventura nel mondo digitale è iniziata nel 1995, quando pubblicai i primi articoli meteorologici in lingua italiana sui portali dell’epoca e su siti web amatoriali. Dopo aver sfiorato l’ingresso all’Accademia Aeronautica, ho intrapreso un percorso formativo alternativo che mi ha permesso di costruire una solida competenza in meteorologia. Tale preparazione, avviata con il corso per controllore di volo, si è consolidata attraverso lo studio indipendente di oltre 500 testi specialistici in meteorologia, climatologia e fisica dell’atmosfera. Coltivo inoltre una profonda passione per le lingue straniere — inglese, francese, spagnolo e portoghese — che continuo a studiare con costanza, anche in relazione alle mie attività professionali internazionali. Ho fondato il primo giornale meteorologico online italiano, recensito alla fine degli anni Novanta da La Repubblica e da altre testate nazionali. Nel corso degli anni ho creato società editoriali e imprese specializzate nella fornitura di servizi meteorologici per realtà di rilievo, curando previsioni e analisi per gruppi editoriali e aziende di primo piano come RCS – Corriere della Sera, Libero Quotidiano, ENI Italgas, Siemens e molte altre. Mi sono occupato anche della gestione contrattuale e della realizzazione dei siti web per i clienti, sviluppando — attraverso la mia agenzia web — le sezioni meteo dei principali quotidiani italiani. Tra le prime esperienze innovative figurano la creazione di servizi di informazione meteo via SMS per compagnie come TIM ed Eutelia, e una linea telefonica dedicata alle previsioni con un meteorologo in diretta. Le mie competenze hanno raggiunto una dimensione internazionale, con la fornitura di dati e previsioni a società in Australia, Sud America, Stati Uniti e in diversi Paesi europei. Attualmente gestisco il flusso informativo meteorologico per aziende editoriali e per operatori del settore energetico. Sono stato inoltre il primo al mondo a ideare i “Report Grandine” per l’Italia, l’Europa e il resto del mondo. Negli ultimi anni ho ampliato i miei interessi professionali, dedicandomi anche ai servizi per il turismo, allo sviluppo software e alle strategie avanzate di SEO e SEM per imprese di diversi settori. Parallelamente, ho approfondito e applicato le potenzialità dell’intelligenza artificiale avanzata, campo nel quale opero oggi come consulente e imprenditore. Sono attualmente CEO di diverse aziende, impegnate nell’innovazione digitale e nella diffusione della conoscenza meteorologica su scala globale.

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