Disastri Planetari: morte per annegamento
Ottomila anni fa, i sedimenti che coprivano un’area sottomarina delle dimensioni della Scozia scivolarono al largo della costa occidentale della Norvegia e corsero lungo il fondo del mare. La frana di Storegga ha innescato uno tsunami che ha percorso con onde oltre i 20 metri fino alle vicine isole Shetland e probabilmente ha spazzato via alcune tribù costiere mentre schiacciava le coste intorno al nord Europa.
Secondo alcuni studi effettuati grazie al radiocarbonio presente nei sedimenti depositati a seguito dello tsunami, l’evento è accaduto nel 6.100 a.C. circa. Alcuni studiosi cercano di capire meglio questi fenomeni di frane subacquee, in modo da individuare possibili zone e territori a rischio e prevenire eventi simili.
Lo tsunami porta con sé un’onda di distruzione e morte, creando veri e propri disastri naturali . Le popolazioni colpite da questi eventi catastrofici vengono decimate. La causa di morte più comune durante un cataclisma del genere è sicuramente l’annegamento.
Questo consiste in una insufficienza respiratoria causata dal fatto che essendo in acqua si trattiene il respiro fino a quando l’ipossia , ovvero la condizione patologica di carenza di ossigeno, non danneggia i tessuti degli organi, primo fra tutti il cervello, che necessita di grandi quantità di questo gas vitale.
Durante un evento come lo tsunami, contribuiscono alla morte per annegamento tre fattori: l’ipossia di cui abbiamo parlato in precedenza; l’ipotermia, dovuta alla bassa temperatura dell’acqua in cui si è immersi; l’inalazione dei liquidi, nel momento in cui non si riesce più a trattenere il respiro e gli spasmi della laringe cominciano a far entrare l’acqua nei polmoni, danneggiandoli.
Peter Talling è un sedimentologo dell’Università di Southampton , nel Regno Unito, e sta studiando i possibili meccanismi che scatenarono la frana di Storegga , nel contesto di un progetto che ha l’obiettivo di valutare il rischio di eventi simili nel suo paese. Ma il Regno Unito non è l’unico territorio a rischio.
Uri Ten Brink, geofisico presso l’US Geological Survey di Woods Hole , nel Massachusetts, afferma che esistono diverse aree potenzialmente a rischio. Egli nel 2008 ha infatti condotto uno studio sulle coste occidentali degli Stati Uniti, e ha evidenziato la presenza di sedimenti addirittura più grandi di quelli che hanno scatenato la frana di Storegga. Su queste coste il rischio di uno tsunami è potenzialmente devastante, in quanto sono presenti diverse centrali nucleari che , se fossero colpite da un evento simile, potrebbero innescare condizioni devastanti.
Queste frane possono essere causate anche da terremoti relativamente piccoli: nel 1998 un terremoto di magnitudo 7 ha innescato una frana sottomarina in Papua Nuova Guinea che ha fatto partire uno tsunami alto 15 metri , causando la morte di 2.200 persone. Sempre secondo Ten Brink, infatti, le frane di più piccola entità sono più frequenti, ma possono comunque avere un impatto locale, e comunque devastante.
Pur essendo questi eventi relativamente più frequenti , rimangono eventi rari; quindi, lo studioso invita a studiarli con attenzione e cercare di capirne il più possibile, in quanto rimane complicato per i ricercatori quantificare la minaccia delle frane marine, soprattutto per quanto riguarda quelle di grandi dimensioni.
