Cloudburst supera di forza il nubifragio è esattamente
Il termine indica un rovescio estremo concentrato su pochi chilometri quadrati: nato nelle valli dell'Himalaya, oggi viene usato anche in Europa e nel resto del Mondo per descrivere i nubifragi più violenti e improvvisi. Effetti del cambiamento climatico.
La parola arriva dall’inglese e si traduce male: Cloudburst significa letteralmente “scoppio della nube”, immagine suggestiva ma scientificamente inesatta: nessuna nube esplode, semplicemente rilascia in pochissimo tempo una quantità d’acqua che di norma – ovvero in passato – impiegherebbe settimane a cadere. Il Dipartimento meteorologico indiano ha fissato una soglia operativa: 100 millimetri di pioggia in un’ora su un’area di venti o trenta chilometri quadrati. Sotto quel valore si parla di rovescio intenso, sopra si entra nel territorio del disastro. in Liguria, una settimana fa, come anche in Lunigiana, nel nord della Toscana, questi fenomeni si sono avuti anche più intensi. Il cloudburst è una realtà mediterranea, e non solo.
ContentsLa soglia dei 100 millimetri in un’ora e cosa genera un simile diluvio
Dietro un cloudburst c’è quasi sempre un cumulonembo di grande sviluppo verticale, alimentato da correnti ascensionali capaci di superare i 20 metri al secondo. Finché la corrente ascendente regge, le gocce restano sospese in quota e continuano ad accrescersi. Quando cede, l’intero carico precipita insieme. È il motivo per cui un nubifragio di questa intensità comincia senza preavviso, con una violenza estrema.
Se poi ci sono condizioni orografiche favorevoli, il fenomeno può essere molto più probabile. L’aria umida costretta a salire lungo un versante si raffredda, condensa e libera calore latente, che a sua volta rinforza la convezione. Non a caso i casi più letali si concentrano nelle valli strette dell’Himalaya, dove India e Pakistan pagano ogni monsone un tributo pesantissimo, con centinaia di vittime tra colate di fango e alluvioni improvvise. Ma ripeto, questi fenomeni sono diventati consueti anche da noi, e così in molte altre aree del Pianeta.
Il temporale autorigenerante
Il meccanismo che rende un evento davvero distruttivo è la persistenza. Un temporale autorigenerante continua a produrre nuove celle nello stesso punto, mentre le precedenti si esauriscono: il sistema appare immobile al radar ma al suo interno si rinnova senza sosta. In autunno, sul Mediterraneo ancora caldo, è il pericolo numero uno per le coste esposte. La Liguria lo sa bene, e Genova ne ha fatto una dolorosa specialità.
Perché la previsione resta un problema aperto
I modelli matematici globali lavorano su griglie troppo larghe per prevedere un fenomeno meteo che occupa una decina di chilometri di lato. Anche i modelli matematici ad alta risoluzione, quelli che scendono sotto i tre chilometri, indicano l’area a rischio ma non il punto esatto. Restano il radar e il nowcasting, cioè l’allerta a brevissima scadenza, mentre la ricerca su una previsione più anticipata procede a fatica.
Il punto che riguarda tutti è la frequenza, ogni grado di temperatura in più l’atmosfera di trattenere circa il 7% di vapore acqueo aggiuntivo, e quel surplus prima o poi torna giù. In Italia i 100 millimetri orari sono stati misurati a più riprese nel Nord, tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma il Centro e il Sud non sono immuni, comprese persino le Canarie nel marzo scorso. Il termine, entrato ormai nel lessico comune, descrive un rischio concreto per un territorio fragile, ma il fenomeno è meteorologico, è un super nubifragio, e consentitemi, una vera bomba d’acqua.
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