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Super El Niño 2026: in arrivo la tempesta perfetta

Un fenomeno di intensità mai vista da oltre 150 anni potrebbe abbattersi sul pianeta entro fine 2026. Gli scienziati osservano il Pacifico con crescente preoccupazione: le anomalie termiche rincorrono il record del 1877, quando milioni di persone morirono di fame in India. E nemmeno l'Italia resterà a guardare, mentre il sistema globale appare già fragile su più fronti contemporaneamente.

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
21 Mag 2026 - 19:27
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Meteo News
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Super El Niño 2026: tutti gli ingredienti della tempesta perfetta

Super El Niño 2026

(METEOGIORNALE.IT) Un fenomeno di intensità mai vista negli ultimi 150 anni potrebbe abbattersi sul pianeta entro la fine dell’anno. Gli scienziati osservano il Pacifico con crescente preoccupazione: le anomalie termiche superficiali rincorrono il record del 1877, quando milioni di persone morirono di fame. E l’Italia non resterà a guardare, mentre il sistema globale appare già fragile.

 

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Il colosso di calore che si sta formando nel Pacifico

Ben prima che ne comprendessimo il significato, El Niño lasciava già il segno sull’umanità. Si tratta del nome dato a quelle potenti oscillazioni dei venti e delle temperature dell’Oceano Pacifico capaci di sconvolgere, in un colpo solo, gli schemi del clima dell’intero pianeta. Nel corso dei secoli, questi fenomeni naturali hanno scatenato siccità e ondate di calore anche di proporzioni epiche, hanno favorito la diffusione di epidemie, hanno piegato interi raccolti.

Alcuni studiosi, addirittura, sostengono di individuare le tracce di El Niño persino nelle crisi politiche dell’antico Egitto o nel declino della civiltà Moche nell’attuale Perù, oltre 1000 anni fa. E poi c’è quello che resta nella memoria collettiva: tra il 1877 e il 1878, una carestia alimentata da El Niño spazzò via milioni di vite nelle regioni tropicali, accentuando le disuguaglianze che, come affermava uno studio pubblicato nel Journal of Climate, “sarebbero state in seguito definite come ‘primo mondo’ e ‘terzo mondo'”.

Oggi siamo di nuovo a un crocevia. Il mondo entra in una nuova fase di El Niño e i ricercatori avvertono: potrebbe essere uno dei più intensi mai registrati. Il parallelo storico fa una certa impressione. Le forze naturali, quando raggiungono il loro picco, sanno generare instabilità profonde, durature, che lasciano il segno. Certo, il fenomeno è ancora nelle prime fasi di formazione e potrebbe non rispettare le attese più cupe. Ma se le previsioni cogliessero nel segno, le conseguenze si abbatterebbero su un pianeta che è diventato più resiliente, sì, ma che ha anche scoperto nuove fragilità.

 

Una tempesta perfetta in un Mondo già fragile dovuto anche al Cambiamento Climatico

Rispetto al passato, oggi i Paesi sorvegliano gli eventi di El Niño con sofisticati strumenti di misurazione oceanica e sistemi di allerta precoce. L’agricoltura è cambiata, è cresciuta, si è raffinata. Molti Paesi vulnerabili agli shock alimentari custodiscono riserve strategiche di cereali. Nessuno, oggi, prevede carestie di massa.

Però, attenzione. Gli esperti avvertono che El Niño metterebbe a dura prova un sistema globale già traballante. La carenza di fertilizzanti, dovuta alla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, pesa come un macigno sugli agricoltori. Il caro energia, frutto dei conflitti in Ucraina e in Iran, sta erodendo i bilanci pubblici di mezzo mondo. E la rete di sicurezza sociale, faticosamente costruita negli anni, si è indebolita a causa dei tagli agli aiuti esteri varati dagli Stati Uniti e da altre nazioni.

Esiste la possibilità che si verifichi, ha affermato Laurie Laybourn, a capo della Strategic Climate Risks Initiative, “una tempesta perfetta di fattori. Si potrebbe assistere a un aumento della povertà, della malnutrizione, dei conflitti, dell’indebitamento e di tutti gli effetti a catena che ne derivano”.

Se la storia ci insegna qualcosa, è proprio questo: i grandi eventi di El Niño, come quello iniziato nel 1877, vanno a infilarsi nelle crepe preesistenti. Quell’El Niño scatenò condizioni di siccità estrema su scala intercontinentale, dal Brasile all’Africa meridionale, fino alla Cina.

Poche regioni, però, furono colpite duramente come l’India meridionale, dove le cronache dell’epoca raccontano di persone scheletriche che cercavano di sopravvivere nutrendosi di radici, e talvolta vendendo i propri figli. Oggi, quella parte del Paese ospita centinaia di milioni di esseri umani. E già le recenti cronache parlano di centinaia, forse migliaia di vittime dovute dalla periodica fase di caldo che precede il Monsone, e che quest’anno ha toccato livelli localmente da record. In molte abitazioni prive di climatizzazione si sono raggiunte temperature di 44°C.

 

Quando i londinesi mangiavano il pane dell’India

La natura, da sola, non spiega tutto. È molto probabile che fattori antropici abbiano contribuito a gonfiare la conta delle vittime, che alla fine raggiunse decine di milioni di persone. All’epoca, l’India era sotto dominio coloniale britannico, e lo storico Mike Davis, nel suo libro del 2001 “Late Victorian Holocausts”, descrive la Gran Bretagna come un Paese che difendeva i propri interessi imperiali mantenendo ingenti esportazioni di grano dall’India persino mentre gli indiani morivano di fame.

“In pratica, i londinesi stavano mangiando il pane dell’India”, scrisse Davis. Una frase lapidaria, che pesa ancora oggi.

C’era poi un altro fattore a complicare le cose. All’epoca, nessuno sapeva spiegare perché le piogge monsoniche fossero venute meno. Gli scienziati del XIX secolo ipotizzarono un collegamento con un indebolimento delle macchie solari. Strade sbagliate, ma comprensibili per i mezzi del tempo.

Una luce vera sul mistero arrivò solo negli anni Sessanta, quando Jacob Bjerknes, meteorologo dell’Università della California di Los Angeles, mise insieme i tasselli del feedback tra Oceano e atmosfera nel Pacifico. Secoli prima, i peruviani avevano notato che a volte, attorno a Natale, pesci tropicali comparivano inattesi sulle loro coste. Lo chiamarono “El Niño”, ossia “il bambino Gesù” in spagnolo. Bjerknes fece la connessione: quel riscaldamento del Pacifico, osservato dai peruviani, stava alterando i modelli meteorologici dell’intero pianeta.

 

Tre gradi sopra la norma, mai accaduto

Negli anni Ottanta, i ricercatori si imbarcarono in spedizioni nel mezzo del Pacifico per ancorare boe capaci di un monitoraggio preciso della temperatura oceanica. In parallelo, gli studiosi cercavano indizi sul ruolo storico di El Niño analizzando anelli di accrescimento degli alberi, barriere coralline, persino diari di bordo dei marinai. Una cronologia, seppur approssimativa, dei suoi picchi cominciò a delinearsi.

Le registrazioni non erano abbastanza accurate per misurare con certezza gli eventi passati. Hanno però alimentato congetture affascinanti: si è ipotizzato, ad esempio, che un El Niño della fine del Settecento possa aver contribuito ai cattivi raccolti che innescarono le rivolte della Rivoluzione francese. Ma attenzione, El Niño in Europa ha un’influenza indiretta sui modelli climatici, e sono questi ad avere generato la crisi meteo, la tempesta perfetta, perché tutto nel nostro pianeta è interconnesso.

Per il 1877, la documentazione è più completa, ma resta lacunosa. “Lavorare con i dati sulla temperatura superficiale del mare del XIX secolo è un po’ come assemblare un puzzle con molti pezzi mancanti”, ha scritto in una mail Boyin Huang, oceanografo della NOAA che ne ha studiato la portata.

Gli eventi El Niño vengono misurati osservando le temperature in una vasta area rettangolare del Pacifico centrale. In un El Niño moderato, le temperature potrebbero crescere di 1°C rispetto alla media a lungo termine. Negli episodi più intensi degli ultimi cinquant’anni (quelli iniziati nel 1982, nel 1997 e nel 2015) le anomalie hanno superato i 2°C. E ciascuno di quei tre eventi ha lasciato il segno sull’economia globale.

Quest’anno, invece, molte previsioni indicano che la temperatura potrebbe salire di ben 3°C, un incremento senza precedenti. Anche l’El Niño del 1877, secondo le stime più attendibili, non raggiunse una tale entità. “Diversi modelli indicano ora una concreta possibilità di un evento da record”, ha affermato Zeke Hausfather, ricercatore presso Berkeley Earth. “È ancora troppo presto per averne la certezza”.

Il picco, di norma, arriva verso la fine dell’anno, e si traduce in un’impennata delle temperature globali sulla terraferma nei mesi successivi. Per questo molti scienziati scommettono che il 2027 sarà l’anno più caldo mai registrato.

 

L’India si prepara, il Mondo osserva

Ogni El Niño è una storia a sé. In generale, però, porta condizioni più umide in alcune zone delle Americhe e sopprime la stagione degli uragani atlantici. Allo stesso tempo, alza il rischio di siccità in Asia meridionale e sudorientale, in Australia e nell’Africa meridionale.

In India, dove le precipitazioni si fanno più scarse durante i periodi di El Niño, il governo ha già convocato riunioni preparatorie. Vimal Mishra, professore presso l’Istituto Indiano di Tecnologia di Gandhinagar, ha affermato che il suo Paese non rischia oggi la stessa portata di oltre un secolo fa. “Se un anno il monsone non arriva, non assisteremo alla carestia“, ha dichiarato, citando il sistema di distribuzione pubblica indiano che garantisce beni essenziali a prezzi calmierati.

Eppure, ha aggiunto, l’India resta esposta. In caso di scarse piogge, le persone intaccano i risparmi, riducono i consumi, chiudono attività commerciali. E nei periodi di siccità aumenta il tasso di abbandono scolastico. “Questo ha un impatto diretto sul tasso di crescita dell’economia indiana”, ha detto.

Mishra ha studiato a fondo le grandi carestie indiane e traccia un filo diretto fra quella del 1870 e i preparativi messi in campo oggi. “Ci dà un’idea di come essere meglio preparati”, ha affermato. “Ci mostra qual è il peggio che potrebbe accadere“. E forse, viene da pensare, è proprio questa consapevolezza la vera differenza rispetto al passato.

  (METEOGIORNALE.IT)

Credit

  • NOAA Climate Prediction Center
  • International Research Institute for Climate and Society
  • BBC Science Focus
  • CNN Weather
  • Down To Earth
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Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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