
Clima e salute in Europa, il Lancet 2026 lancia l’allarme
(METEOGIORNALE.IT) Sessantaduemila settecentosettantacinque. Tanti sono i morti per caldo registrati in Europa nel 2024, secondo il terzo rapporto del Lancet Countdown sulla salute e il cambiamento climatico nel continente, pubblicato il 21 aprile 2026 sulla rivista The Lancet Public Health. Una cifra che, da sola, basterebbe a chiudere ogni discussione. Eppure i numeri, qui, sono solo l’inizio.
Sessantacinque ricercatori, quarantasei istituzioni accademiche e delle Nazioni Unite, quarantatré indicatori distribuiti su cinque domini. Il quadro che emerge è impietoso, in qualche modo prevedibile, e tuttavia ancora sorprendente per la rapidità con cui certe tendenze si stanno consolidando. Il Riscaldamento Globale, insomma, non è più una proiezione: è una contabilità.

Il caldo che uccide, e quello che fa ammalare
Nel decennio 2015-2024, il 99,6% delle regioni europee monitorate ha visto crescere il numero di decessi attribuibili al calore rispetto al periodo 1991-2000. Cinquantadue morti in più ogni milione di abitanti, in media all’anno. Numeri che, a leggerli in fila, danno una sensazione strana, quasi astratta, finché non si pensa a un’estate qualunque in una città qualunque del Sud Europa, con i pronto soccorso pieni e gli anziani che non escono più di casa dopo le dieci del mattino. Non a caso, recenti studi parlano di milioni di vittime potenziali entro fine secolo se le emissioni non verranno tagliate.
L’esposizione delle fasce a rischio, neonati e ultrasessantacinquenni, è aumentata di 1,17 miliardi di persona-giorni. +254%. Le ore in cui camminare o fare jogging all’aperto diventa pericoloso sono salite di 60 unità l’anno (+88%), con punte estreme nell’Europa orientale e nelle aree di Asia occidentale. E in Italia, Spagna, Grecia? Le mappe parlano chiaro: il bacino del Mediterraneo è uno dei laboratori climatici più stressati del pianeta.
Zanzare, batteri, pollini: il contagio del clima
Diciamolo: la geografia delle malattie sta cambiando sotto i nostri occhi. La suscettibilità climatica al virus dengue è cresciuta del 297% in tutta Europa rispetto al trentennio 1981-2010. Non è un dato di laboratorio, ha già un riscontro epidemiologico: i focolai locali di arbovirosi trasmesse da Aedes albopictus, la zanzara tigre, si moltiplicano soprattutto in Francia, ma il fenomeno bussa con insistenza alle porte italiane.
E poi c’è il Vibrio, batterio marino che prospera quando il mare si scalda. Le coste del Mar Baltico registrano un balzo del 50% nei chilometri idonei alla sua proliferazione. Italia e Francia, paesi tradizionalmente protetti dall’alta salinità del Mediterraneo, hanno visto un aumento del 31,6% di litorale a rischio. Chi ha fatto il bagno l’estate scorsa, in fondo, magari non ci ha pensato. Ma il dato è lì.
Crescono anche i casi di virus West Nile (1.112 casi umani autoctoni in Europa nel 2025), si allunga la stagione dei pollini di betulla, ontano e olivo, mentre la stagione delle zecche Hyalomma, vettori della febbre emorragica Crimea-Congo, si dilata dell’11,9%. Una ridistribuzione silenziosa, capillare, che modifica la mappa sanitaria del continente.
Cibo più caro, lavoro più duro
Un milione di europei in più ha sperimentato insicurezza alimentare moderata o severa nel 2023 rispetto alla media storica, conseguenza diretta di siccità e ondate di calore. I redditi bassi, manco a dirlo, pagano il conto più salato: 10,9 punti percentuali di rischio in più rispetto ai redditi medi. Le ondate di calore fanno schizzare i prezzi di frutta e verdura, e a quel punto la dieta sana diventa un lusso. Una dinamica che si è già vista durante la canicola europea del 2025, quando 2.300 vittime stimate vennero registrate in una dozzina di grandi centri urbani.
Sul fronte del lavoro, ventiquattro ore in meno per lavoratore all’anno. È quanto si è perso, in media europea, tra il 2000 e il 2023, per via dell’aumento delle temperature. Edili, agricoltori, operai esposti all’aperto, sono loro a portare sulle spalle il peso fisico del nuovo clima. Nelle Isole Canarie, a Cipro e in Attica, le perdite sono ancora più nette.
Sussidi fossili e il paradosso europeo
Qui la storia si fa, in effetti, sconcertante. Mentre l’Europa taglia il carbone (sceso al 13,6% del mix energetico nel 2023) e spinge le rinnovabili (21,5% dell’elettricità contro l’8,4% del 2016), i sussidi ai combustibili fossili toccano il record assoluto: 444 miliardi di euro nel 2023. La crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha riaperto i rubinetti, e dieci paesi – tra cui Russia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito – si accollano da soli il 90% di questa cifra.
Investimenti in energia pulita a 427 miliardi nel 2024, contro 76 miliardi destinati al fossile. Una forbice che dovrebbe rassicurare. Però. C’è sempre un però. Solo la Danimarca ha varato un piano organico per smantellare i sussidi al fossile entro il 2025. Gli altri tergiversano. Il rischio, secondo gli autori del rapporto, è di mancare gli obiettivi di neutralità climatica al 2030 per puro inerziale conservatorismo politico. Non a caso, le proiezioni dell’ECMWF per l’estate 2026 confermano un trend ormai inesorabile.
Quando la salute parla poco con il clima
Una cosa colpisce, leggendo il rapporto: il divorzio comunicativo tra clima e salute. Nei discorsi al Parlamento Europeo, nelle conferenze stampa dei partiti, persino sui social, il nesso viene ignorato. Ventuno discorsi su 4477 al Parlamento Europeo nel 2024 hanno collegato esplicitamente i due temi. Una miseria. Eppure, quando il legame viene esplicitato, il sostegno pubblico alle politiche climatiche cresce in modo sensibile. È quanto emerge anche da analisi sulle morti annunciate dai cambiamenti climatici che faticano a entrare nel dibattito pubblico.
L’unico ambito in cui salute e clima dialogano davvero è il contenzioso giuridico. La cosiddetta climate litigation è esplosa tra il 2019 e il 2021, con un picco di riferimenti alla salute mentale, dall’eco-ansia in poi. La Corte Internazionale di Giustizia, nella sua recente advisory opinion, ha sancito un obbligo giuridico vincolante per gli Stati: agire contro il cambiamento climatico, riconoscendone gli effetti sul benessere umano e sulla salute planetaria. Un punto fermo, finalmente.
Resta una domanda: l’Europa, che pure è la regione mondiale con la maggiore riduzione di emissioni climalteranti, riuscirà a tradurre i numeri in azione locale? La finestra, scrivono gli autori, si sta restringendo. E non è una metafora.
Crediti: (METEOGIORNALE.IT)