
(METEOGIORNALE.IT) Il verdetto è arrivato dagli Stati Uniti, e ha il peso di chi con il clima non scherza mai viste le conseguenze meteo che si stanno scatenando dallo scorso inverno da quelle parti. La National Oceanic and Atmospheric Administration, più conosciuta come NOAA, ha ufficializzato la fine di La Niña, quel meccanismo oceanico,atmosferico che per mesi ha favorito anche sull’emisfero nord ondate di freddo, perturbazioni insistenti e una quantità di neve che molti non ricordavano da tempo. Ora, però, cambia tutto. Gli esperti americani parlano chiaro: nell’Oceano Pacifico, a ridosso dell’equatore, si sta riscaldando attraverso una nuova bestia climatica. Un El Niño che potrebbe rivelarsi tra i più potenti mai osservati.
Insomma, il pendolo torna a oscillare. E lo fa, pare, con una certa energia.
I primi segnali sono già sui supercomputer dei climatologi. Le probabilità che la fase si consolidi tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno sono decisamente alte. Qualcuno, nei media internazionali, ha iniziato a chiamarlo «super El Niño», un’etichetta un po’ da copertina ma non del tutto fuori luogo. E lo documentano ampiamente numerosi scienziati soprattutto americani su X.COM.
Che cosa è davvero El Niño
El Niño è, in sostanza, un’anomalia ricorrente della circolazione oceanica e atmosferica. Si manifesta con una variazione delle temperature superficiali dell’acqua nelle aree tropicali del Pacifico, in particolare lungo la fascia equatoriale. Un dettaglio apparentemente tecnico, eppure capace di scombinare il clima su scala planetaria.
In condizioni normali, gli alisei soffiano da est verso ovest lungo l’equatore e spingono l’acqua calda superficiale verso le coste dell’Asia. Dietro, risale acqua più fredda dalle profondità dell’oceano, lungo le coste del Sud America. Un sistema della circolazione atmosferica e marina che funziona da millenni. Durante un episodio di El Niño questo equilibrio salta. Gli alisei si indeboliscono, a volte quasi si arrestano, e l’acqua calda, anziché proseguire la sua corsa verso ovest, se ne resta lì, ammassata nel Pacifico centrale e orientale. Poi, addirittura, può invertire la marcia.
Il nome lo scelsero i pescatori peruviani, secoli fa. Notavano, attorno a dicembre, periodi di acqua insolitamente tiepida nelle zone di pesca, e li associarono al bambinello natalizio. El Niño de Navidad, appunto. Un battesimo popolare che la scienza, tempo dopo, ha preso sul serio.
Le conseguenze su scala globale
Quando l’oceano vede alterarsi temperatura, l’atmosfera ne viene influenzata. Le perturbazioni seguono il caldo come il ferro segue il magnete. La corrente a getto del Pacifico si sposta più a sud rispetto alla sua traiettoria abituale, e con essa si riorganizzano piogge, siccità, ondate di calore.
Gli Stati Uniti settentrionali e il Canada, durante un El Niño robusto, tendono a registrare inverni più miti e molto più asciutti del normale. Il Golfo del Messico e il sud est americano, al contrario, vengono investiti da piogge abbondanti, talvolta alluvionali.
Nel Sud America le conseguenze si misurano in raccolti persi: Perù ed Ecuador hanno già conosciuto, in passato, episodi devastanti. Australia e Indonesia, invece, tendono a soffrire lunghe fasi di siccità, con il rischio concreto di incendi su larga scala.
E poi c’è l’effetto termometro globale. Gli anni di El Niño sono, quasi sempre, anni da record per le temperature medie del pianeta. Un fenomeno naturale, sì, ma che oggi si innesta dentro un quadro già surriscaldato dal Riscaldamento Globale di origine antropica. Due motori che spingono nella stessa direzione, senza scambiarsi cortesie.
Cosa rischia l’Italia
Arriviamo al punto che ci riguarda più da vicino. L’Italia, e più in generale l’Europa mediterranea, non risponde a El Niño con la stessa immediatezza (effetti indiretti) dei Paesi affacciati sul Pacifico. Tra noi e l’oceano equatoriale ci sono migliaia di chilometri, e le teleconnessioni (indici di comportamento del clima), come le chiamano gli addetti ai lavori, arrivano filtrate, a volte attenuate, altre volte amplificate da fattori locali.
Detto ciò, qualche indicazione si può tentare. Le estati successive a episodi intensi di El Niño tendono, per il bacino mediterraneo, ad essere più calde della media. Non è una regola ferrea, sia chiaro, però la statistica parla. E parla soprattutto di un’aggravante: i nostri mari, Adriatico, Tirreno e Ionio, sono già reduci da stagioni di temperature superficiali fuori scala. Un’altra spinta dall’alto, insomma, non è esattamente quello che ci serviva.
Sul fronte delle precipitazioni il quadro è più incerto. Alcuni studi suggeriscono inverni successivi a El Niño più piovosi sul versante mediterraneo, altri il contrario. Quello che sembra robusto, invece, è l’aumento della frequenza di eventi estremi, quei nubifragi improvvisi che ormai nelle cronache italiane compaiono praticamente ogni autunno. Sarà pure impressione, ma il meteo estremo è diventato cronaca ordinaria.
Quanto durerà
Quanto potrebbe reggere il nuovo episodio? El Niño non segue un calendario regolare. Si presenta mediamente ogni due, sette anni, e la sua durata oscilla tra nove mesi e qualche anno. I dati satellitari, uniti alle boe oceanografiche sparse lungo l’equatore, consentono oggi previsioni più affidabili che in passato, eppure la natura, ogni tanto, “si diverte” a smentire anche i modelli matematici più affidabili.
Gli scienziati della Noaa hanno “previsto” l’arrivo calcolando le anomalie delle temperature superficiali nel Pacifico meridionale, incrociandole con i venti di superficie e con l’inclinazione della termoclino, cioè dello strato oceanico che separa l’acqua tiepida da quella fredda. Tutti indicatori che, al momento, remano nella stessa direzione.
Prepararsi, non allarmarsi
Una riflessione finale, doverosa. Parlare di «super El Niño» non deve trasformarsi in allarmismo a buon mercato. I fenomeni climatici hanno la loro dignità scientifica e meritano un racconto misurato. Allo stesso tempo, sottovalutare questi segnali sarebbe miope. Le infrastrutture idriche, i piani agricoli, la gestione del territorio, tutto andrebbe rivisto con una lente meno ottocentesca e più adatta al clima del Ventunesimo secolo.
La pioggia che non cade al momento giusto, o che cade tutta insieme, non è più un’eccezione. È la nuova scenografia dentro cui siamo chiamati a vivere. Conviene prenderne atto e attrezzarsi. Con metodo, senza drammi, ma senza illusioni.
Credit autorevoli:
- National Oceanic and Atmospheric Administration, ENSO Blog
- World Meteorological Organization, El Niño/La Niña Update
- European Centre for Medium-Range Weather Forecasts
- NASA Earth Observatory, ENSO monitoring
- Nature, Climate Change section
- Copernicus Climate Change Service
