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La Niña si spegne in Primavera e non sarà indolore

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
13 Feb 2026 - 17:20
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Meteo News
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Si cambia La Niña si spegne.

(METEOGIORNALE.IT) Non è mai solo una questione di acqua fredda, o almeno non lo è per chi osserva il cielo con la consapevolezza che tutto, lassù, sia profondamente connesso. Mentre ci avviniamo alla coda finale dell’inverno, i segnali che arrivano dal Pacifico equatoriale si fanno sempre più chiari, quasi volessero sussurrarci che un ciclo si sta chiudendo. I modelli matematici più avanzati, consultati all’inizio di Febbraio 2026, mostrano un progressivo riscaldamento delle acque superficiali, preannunciando il collasso di quella configurazione che abbiamo imparato a conoscere come La Niña. In effetti, la natura non ama la staticità e questa transizione verso una fase neutra, prevista tra Marzo e Maggio 2026, promette di rimescolare le carte in tavola in modo piuttosto deciso.

 

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Un cambiamento invisibile che sposta le tempeste

Tutto parte da lì, da quella vastità d’acqua che sembra lontana anni luce dalle nostre città. Eppure, il respiro dell’oceano condiziona la danza della corrente a getto, quel fiume d’aria ad alta quota che decide dove pioverà e dove, invece, il sole spaccherà le pietre. Con l’indebolimento de La Niña, questa autostrada del vento inizierà a deviare, modificando le traiettorie delle perturbazioni che attraversano il Nord America e si gettano poi nell’Oceano Atlantico. Diciamolo chiaramente, non sarà un passaggio indolore o lineare. La storia della meteorologia ci insegna che proprio i periodi di transizione, specialmente tra Febbraio e Aprile, sono i più bizzarri, i più carichi di quell’instabilità atmosferica che tanto fa tribolare chi deve pianificare i raccolti o gestire le emergenze.

Immaginiamo per un momento la complessità di questi incastri, le masse d’aria fredda che scendono dal Canada e si scontrano con l’umidità risalente dal golfo del Messico. Questo contrasto, alimentato da un assetto barico in piena mutazione, potrebbe generare una serie di eventi estremi più frequenti del solito. Insomma, la prudenza non è mai troppa quando si parla di sistemi caotici. Gli esperti della NOAA non smettono di monitorare ogni singola variazione termica, sapendo bene che anche mezzo grado in più o in meno può fare la differenza tra una pioggerellina primaverile e una tempesta capace di paralizzare i trasporti.

 

L’Europa e la sottile trama delle teleconnessioni

Se guardiamo all’Italia o alla Francia, l’influenza diretta di questi fenomeni è meno marcata rispetto a quanto accade sulla costa occidentale degli Stati Uniti, ma sarebbe un errore pensare di essere immuni. Esiste una sorta di filo invisibile, una connessione tra i flussi che attraversano i continenti. Quando il Pacifico cambia marcia, l’intero sistema ne risente, portando un incremento dell’instabilità anche nel vecchio continente. In Europa, questo si traduce spesso in una maggiore vivacità del flusso atlantico, con burrasche che potrebbero spazzare le coste del Regno Unito e scendere verso sud, portando piogge preziose ma potenzialmente pericolose.

C’è poi quella sensazione strana, quasi un’inquietudine, che provano i meteorologi quando osservano i dati grezzi. Non si tratta di fare del catastrofismo, ma di riconoscere che la fine di un lungo periodo dominato da La Niña lascia spazio a un vuoto energetico che l’atmosfera cerca di colmare. In questo scenario, il Vortice Polare potrebbe giocare le sue ultime carte con incursioni tardive di aria gelida proprio mentre i mandorli iniziano a fiorire. È una danza pericolosa per l’agricoltura, dove il tempismo è tutto. In effetti, le statistiche ci dicono che le primavere di transizione sono spesso le più imprevedibili, caratterizzate da sbalzi termici che possono passare dai 20°C di un pomeriggio soleggiato ai pochi gradi sopra lo zero di una notte stellata in meno di ventiquattro ore.

 

Il fantasma di El Niño e il Riscaldamento Globale

E dopo? Questa è la domanda che rimbalza tra i corridoi dei centri di ricerca di tutto il mondo. Se La Niña se ne va, quando arriverà El Niño? Per ora siamo nel campo delle ipotesi, di quelle congetture che si fanno davanti a un caffè mentre si guardano i grafici a lungo termine. Tuttavia, non possiamo ignorare che il ritorno del fenomeno opposto porterebbe con sé un riscaldamento delle acque oceaniche tale da dare un’ulteriore spinta al Riscaldamento Globale. È un pensiero che disturba, inutile negarlo. Un’eventuale affermazione di El Niño nel corso dell’anno potrebbe portare le temperature medie del pianeta a toccare nuovi record, esasperando fenomeni come la siccità in alcune aree dell’Australia o alluvioni devastanti in altre zone dell’Asia.

Nel frattempo, ci godiamo questo limbo meteorologico, dove la natura sembra trattenere il respiro prima del prossimo balzo. Monitorare le agenzie nazionali diventa fondamentale, specialmente per chi vive di terra e di cielo. I dati raccolti dalle boe oceaniche e dai satelliti continuano a fluire, disegnando mappe che cambiano ogni giorno. Forse, in fondo, la bellezza della meteorologia sta proprio in questa sua incapacità di essere imbrigliata in previsioni certe al cento per cento. Ci ricorda che, nonostante tutta la nostra tecnologia, siamo ancora piccoli di fronte ai grandi cicli della Terra.

 

Credit (METEOGIORNALE.IT)

  • World Meteorological Organization (WMO)
  • National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA)
  • Copernicus Climate Change Service (C3S)
  • Nature Geoscience
  • NASA Global Climate Change
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Tags: clima 2026El Ninoinstabilità atmosfericajet streamLa Ninaoceano pacificotemperature globa
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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