(METEOGIORNALE.IT) Quando penso al cambiamento climatico, la prima cosa che mi viene in mente sono le attività umane: le fabbriche che emettono gas serra, le auto che bruciano combustibili fossili, la deforestazione. Quello che non avevo considerato più di tanto, se non come ipotesi, è quanto i vulcani possano complicare le nostre previsioni sul futuro del clima terrestre. Una scoperta che mi ha colpito perché pubblicata da varie riviste scientifiche: le eruzioni vulcaniche a catena, eventi a catena che hanno tempi di ritorno ultra millenari che possono tornare.
Le eruzioni vulcaniche rappresentano infatti una delle sfide più complesse per i climatologi e i loro modelli predittivi. Recenti studi pubblicati su Nature hanno rivelato una verità scomoda: stiamo sottovalutando drasticamente l’impatto delle eruzioni vulcaniche sui cambiamenti climatici futuri, e questo potrebbe cambiare radicalmente le nostre previsioni.
La questione è tanto affascinante quanto preoccupante. Quando un vulcano erutta violentemente, inietta nell’atmosfera enormi quantità di anidride solforosa, che si trasforma in aerosol stratosferici capaci di riflettere la luce solare nello spazio. Il risultato? Un raffreddamento temporaneo della superficie terrestre che può durare diversi anni. È come se la natura avesse un suo sistema di condizionamento d’aria, ma totalmente imprevedibile.
Il problema principale è l’imprevedibilità di questi fenomeni. A differenza del riscaldamento globale causato dall’uomo, che procede con una certa gradualità e può essere incorporato nei modelli climatici attraverso vari scenari socioeconomici, le eruzioni vulcaniche accadono quando meno ce l’aspettiamo. Non possiamo prevedere quando si verificheranno, dove accadranno, né quanta anidride solforosa emetteranno nell’atmosfera. In Italia abbiamo diversi vulcani, ci siamo abituati a vederli e parlarne. Rispetto a quanto avviene all’estero, i Campi Flegrei sono visti come un potenziale gravissimo rischio vulcanico esplosivo.
Attualmente, la maggior parte dei modelli climatici utilizzati per le proiezioni future applica un valore costante di “forzante vulcanico”, basato sulla media storica delle eruzioni dal 1850 a oggi. È come cercare di prevedere il tempo di domani guardando solo la temperatura media degli ultimi 170 anni: funziona fino a un certo punto, ma perde completamente gli eventi estremi.
Ricerche dell’Università di Cambridge hanno dimostrato che questo approccio ha diverse limitazioni fondamentali. Prima di tutto, non cattura la natura episodica delle eruzioni. I vulcani non eruttano con regolarità da orologio svizzero: a volte si concentrano in pochi decenni, altre volte lasciano passare secoli tra un’eruzione majore e l’altra.
Un aspetto che mi ha particolarmente colpito è il bias storico dei nostri dati. Il periodo dal 1850 a oggi ha visto relativamente poche eruzioni di grande magnitudo rispetto ai dati che abbiamo dai ghiacci polari, che ci raccontano la storia di migliaia di anni. È come se stessimo giudicando la pericolosità degli uragani basandoci solo su un periodo particolarmente calmo.
Ma c’è di più. La NASA sottolinea che fino all’era satellitare, iniziata nel 1980, molte eruzioni di piccola e media intensità sono passate completamente inosservate. Queste eruzioni “minori”, pur non facendo notizia, contribuiscono per il 30-50% della forzatura vulcanica a lungo termine. È come ignorare la pioggerellina perché ci concentriamo solo sui temporali.
Per affrontare questa incertezza, i ricercatori hanno sviluppato un approccio innovativo: gli “scenari di forzatura stocastica”. In parole semplici, hanno creato mille diverse possibili timeline di attività vulcanica che si estendono fino alla fine del secolo, basandosi su 11.500 anni di dati raccolti dalle carote di ghiaccio, misurazioni satellitari e prove geologiche.
I risultati sono sorprendenti e, devo ammettere, mi hanno fatto riflettere profondamente sul nostro rapporto con l’incertezza. L’analisi dell’US Geological Survey rivela che l’incertezza climatica causata dalle future eruzioni del XXI secolo potrebbe superare la variabilità interna del sistema climatico stesso. In altre parole, i vulcani potrebbero essere una fonte di imprevedibilità maggiore di El Niño, delle correnti oceaniche e di tutti gli altri fenomeni naturali messi insieme.
Le implicazioni per il limite di 1,5°C dell’Accordo di Parigi sono complesse. Da un lato, l’attività vulcanica futura riduce leggermente la probabilità di superare questa soglia nel breve termine, ritardando il superamento del 4-10% a seconda dello scenario di emissioni. Potrebbe sembrare una buona notizia, ma non lo è.
L’esempio del Monte Tambora del 1815 è illuminante. Questa eruzione causò quello che venne chiamato “l’anno senza estate”, con temperature globali ridotte di 0,8°C. Ma il prezzo fu terribile: perdite di raccolti, carestie diffuse in Europa, Nord America e Cina. Scientific Reports documenta come questa singola eruzione abbia causato effetti devastanti su scala globale, ricordandoci che il raffreddamento vulcanico non è una soluzione ai nostri problemi climatici.
Le eruzioni vulcaniche producono solo un raffreddamento temporaneo che dura pochi anni, senza alterare la tendenza di fondo al riscaldamento causata dalle emissioni antropiche. È come mettere un cubetto di ghiaccio in una pentola che bolle: rallenta momentaneamente il processo, ma non spegne il fuoco.
Quello che più mi affascina di questa ricerca è come evidenzi la variabilità della temperatura su scala decennale. Con l’attività vulcanica inclusa nei modelli, aumenta la probabilità di decenni estremamente caldi e freddi. Potremmo assistere a periodi di raffreddamento rapido seguiti da riscaldamento accelerato, rendendo l’adattamento ai cambiamenti climatici ancora più difficile.
Per il futuro della modellazione climatica, gli scienziati suggeriscono un approccio più sofisticato. Invece di utilizzare un valore costante, dovremmo incorporare scenari con attività vulcanica alta e bassa per catturare l’intera gamma di incertezza. È come preparare diversi piani di emergenza invece di sperare che tutto vada liscio.
La conclusione che traggo da tutto questo è che, mentre le emissioni di gas serra causate dall’uomo rimangono la causa principale del cambiamento climatico, non possiamo permetterci di ignorare l’incertezza vulcanica. Comprendere gli effetti dei vulcani sul clima è essenziale per valutare i rischi futuri per l’agricoltura, le infrastrutture e i sistemi energetici.
Questa ricerca ci ricorda che il sistema Terra è più complesso e imprevedibile di quanto spesso assumiamo. Le eruzioni vulcaniche sono una parte critica di questo sistema, capaci di causare fluttuazioni climatiche significative su scale temporali che vanno da anni a decenni. Tenere conto di questa incertezza ci fornisce un quadro più completo dei possibili futuri climatici. (METEOGIORNALE.IT)

