L’analisi del DNA del polline ha confermato che le farfalle avevano visitato fiori in Africa tropicale, mentre gli isotopi stabili presenti nelle loro ali indicavano che probabilmente provenivano dai paesi dell’Europa occidentale. Gli studiosi hanno inoltre esaminato le traiettorie dei venti, scoprendo un modello direzionale costante proveniente dall’Africa occidentale, il che suggerisce che le farfalle hanno attraversato l’Atlantico.
Questo viaggio di circa 4.184 chilometri è stato possibile grazie a correnti di vento favorevoli, che hanno reso energeticamente possibile la traversata in un periodo di tempo stimato tra i 5 e gli 8 giorni. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche Spagnolo (CSIC) ha evidenziato l’importanza dello strato d’aria sahariano come potenziale via aerea per la dispersione di questi insetti.
L’aria calda e secca si solleva dalla superficie del deserto del Sahara e trasporta con sé particelle fini di sabbia. Quest’aria carica di polvere raggiunge le altezze più elevate dell’atmosfera, dove i venti, noti come Alisei, la spingono per circa 4.828 chilometri attraverso l’Oceano Atlantico verso l’emisfero occidentale. Questo vento polveroso e secco limita lo sviluppo tropicale nell’Atlantico e può anche degradare la visibilità e la qualità dell’aria quando raggiunge le coste americane lungo il Golfo.
Il viaggio delle farfalle potrebbe essere stato ancora più lungo, potenzialmente estendendosi per oltre 6.920 chilometri e coinvolgendo tre continenti, tra cui l’Europa. Clement Bataille, professore all’Università di Ottawa e coautore dello studio, ha descritto questo viaggio come un “impresa straordinaria per un insetto così piccolo”. Le farfalle hanno potuto completare questo volo utilizzando una strategia che alternava sforzi minimi per evitare di cadere in mare, facilitati dai venti ascendenti, e volo attivo, che richiede un maggiore consumo energetico.
Senza il vento, le farfalle avrebbero potuto volare un massimo di 779 chilometri prima di esaurire tutto il loro grasso e quindi la loro energia. La scoperta apre nuove prospettive sulla capacità degli insetti di disperdersi su lunghe distanze, anche attraverso mari e oceani, e suggerisce che potremmo sottovalutare la frequenza e l’impatto di questi movimenti sui nostri ecosistemi.