Meteo Roma e Milano, Bologna e Firenze, Genova e Torino, Napoli e Cagliari: Italia inatteso gelo e la neve
L’arrivo dell’inverno segna una fase cruciale nelle previsioni meteorologiche, con modelli matematici che anticipano variazioni significative nell’atmosfera. Si prevede che, intorno al periodo dell’Immacolata, che cade tra due o tre settimane, possiamo osservare un’instabilità del Vortice Polare, scatenata da un marcato Stratwarming.
Il fenomeno dello Stratwarming, noto anche come riscaldamento della stratosfera, implica un incremento rapido delle temperature in questa zona dell’atmosfera terrestre, situata al di sopra della troposfera. Questa condizione atmosferica ha il potenziale di alterare in modo rilevante i pattern climatici e meteorologici, influenzando principalmente il comportamento del Vortice Polare. Quest’ultimo, a seguito dello Stratwarming, può subire un indebolimento o uno spostamento, e in alcuni casi può perfino dividersi, portando a cambiamenti climatici significativi nelle regioni di media e alta latitudine. Il termine tecnico per la divisione del Vortice Polare è Split.
Il fenomeno noto come Split del Vortice Polare si manifesta quando questa struttura di bassa pressione, solitamente posizionata ai Poli, si suddivide in diversi vortici di dimensioni ridotte. Tale evento può essere innescato da situazioni come lo Stratwarming. Con la frammentazione del Vortice Polare, la sua efficienza nel trattenere l’aria gelida artica nelle regioni polari si riduce, causando la migrazione di quest’aria verso le latitudini inferiori. Di conseguenza, possono emergere ondate di freddo anomale e condizioni meteorologiche estreme in aree che generalmente vivono inverni più temperati, quali l’Europa, l’Asia e il Nord America.
In breve, è possibile che già dalla prossima settimana si cominci a percepire un assaggio del clima invernale, che potrebbe successivamente dar luogo a un periodo caratterizzato da instabilità e freddo. Tuttavia, considerando la durata dell’inverno e gli ultimi anni segnati da alte pressioni che hanno portato anche a ondate di calore, stabilire come sarà l’intero inverno a partire dalle condizioni climatiche di fine novembre risulta praticamente irrealizzabile.
Raccontiamo l’evento di freddo che ha colpito l’Italia nel gennaio del 1985, inclusa la città di Roma.
Durante quel periodo, un flusso di aria fredda di provenienza artica ha attraversato la Penisola, determinando un calo delle temperature. In parallelo, un flusso di aria più tiepida e umida, proveniente dal Mediterraneo, ha raggiunto le regioni centrali e meridionali dell’Italia. Questa combinazione ha provocato un contrasto tra masse d’aria di diversa origine sul territorio del Lazio, culminando in una memorabile nevicata che ha ricoperto Roma con 15 centimetri di neve.
Diverse regioni italiane hanno visto quantità significative di neve: 10 centimetri a Rimini, 26 a Frontone nelle Marche, 2 ad Ancona, 2 a Perugia in Umbria, fino a 26 centimetri presso la stazione di Roma Urbe nel Lazio, 31 a Campobasso in Molise, 7 a Pescara in Abruzzo, e 4 a Foggia nella parte settentrionale della Puglia. Al contrario, nella parte meridionale della Puglia, le correnti provenienti dal Mediterraneo hanno garantito condizioni più temperate, con una temperatura massima di 14°C registrata a Lecce.
La nevicata che colpì Roma nel gennaio del 1985 si è fissata nella memoria collettiva come un episodio straordinario nella storia climatica della capitale. Il 6 gennaio, giorno della festività della Befana, una sorprendente coltre di neve si stese su Roma, raggiungendo uno spessore di circa 15 centimetri. Questa situazione eccezionale comportò la chiusura degli aeroporti e un forte rallentamento delle attività ferroviarie e stradali della città.
Roma, abituata a un clima generalmente più mite, si ritrovò a vestire un aspetto insolito e raro, totalmente ricoperta da uno strato di neve. Questo episodio faceva parte di un più ampio fronte di freddo che interessò gran parte del centro-nord Italia dal 13 al 17 gennaio 1985, provocando notevoli difficoltà e venendo definito in alcune zone come la “nevicata del secolo”.
L’eccezionale evento nevoso del 6 gennaio 1985 è rimasto impresso nella memoria collettiva non solo per la sua intensità, ma anche per la sua infrequenza, considerando che a Roma, città dal clima solitamente temperato, episodi nevosi di questa entità sono estremamente rari.
Però, nel febbraio 1986, Roma e gran parte dell’Italia centrale, inclusa la Sardegna, furono colpite da una straordinaria nevicata tra l’11 e il 12 del mese. Questo evento portò alla paralisi completa della Capitale e alla dichiarazione dello stato di calamità.
Il centro storico di Roma e i quartieri settentrionali e orientali della città furono coperti da più di 30 centimetri di neve. In particolare, nella zona di Tomba di Nerone, all’interno del Grande Raccordo Anulare, l’altezza della neve raggiunse quasi i 50 cm. Anche nelle zone costiere e nei quartieri litoranei e meridionali della Capitale, lo strato di neve superò abbondantemente i 25 cm, incluso Ostia sulla costa. Circa cinquecento soldati furono dispiegati dal Comando militare della Capitale, dotati di pale e picconi, per tentare di sgomberare le strade e i marciapiedi.
Quella nevicata risultò essere la più abbondante del XX secolo a Roma. Ai giorni d’oggi, con un incremento di intensità delle precipitazioni, una configurazione atmosferica come quella del febbraio 1996 potrebbe arrecare su Roma anche oltre il 50% di precipitazione nevosa in più. Vi immaginate il centro di Roma sotto mezzo metro di neve? Per ora la neve a Roma non è prevista, ma prima o poi tornerà. Se ci fate caso, in rete ci sono più foto di Roma innavata negli anni recenti che Milano, dove la neve dovrebbe essere ben più frequente. L’impossibile nella meteo non c’è, ormai osserviamo sempre più spesso fenomeni atmosferici inediti.
Quei giorni attorno all’Epifania del 1985, anche Napoli, Gioia del Colle e Capo Palinuro furono interessati dalla nevicata. Il 6 gennaio 1985, in Italia si registrarono temperature estremamente basse: Bolzano segnò una temperatura minima di -15°C e una massima di -3°C, Torino -12°C e -2°C, Milano -12°C e -2°C, Trieste -5°C e -3°C, Venezia -12°C e -5°C, Bologna -11°C e -4°C, Piacenza -16°C e -5°C, Forlì -12°C e -4°C, Genova -3°C e +1°C, Pisa -4°C e +2°C, Firenze -5°C e +2°C, Perugia -5°C e +1°C, Ancona -4°C e 0°C, L’Aquila -5°C e -2°C, Pescara -2°C e 0°C, Roma Ciampino -5°C e -1°C, Campobasso -6°C e -5°C, Napoli +1°C e +4°C.
In altre località del territorio nazionale, Aosta registrò una temperatura minima di -15,4°C e una massima di -9,7°C, mentre Milano Malpensa raggiunse i -16,0°C. Al Passo Rolle si rilevò una temperatura di -23,2°C, a Dobbiaco -24,0°C e a Tarvisio si registrò una freddissima minima di -30,5°C!
Il gelido clima si estese anche in Europa, con nevicate a Londra e temperature particolarmente basse nei Paesi Bassi. Il giorno dell’Epifania, alcune città europee registrarono le seguenti temperature: Helsinki -26°C di minima e -23°C di massima, Oslo -14°C e -13°C, Stoccolma -16°C e -12°C, Copenaghen -14°C e -9°C, Dublino -3°C e +6°C, Londra -3°C e +2°C, Amsterdam -14°C e -2°C, Bruxelles -13°C e -7°C, Francoforte -16°C e -6°C, Berlino -16°C e -8°C, Varsavia -17°C e -11°C, Mosca -20°C e -16°C, Ginevra -12°C e -8°C, Vienna -10°C e -4°C, Parigi -10°C e -5°C, e Belgrado -11°C e -5°C.
Questo capitolo significativo della meteorologia è solo in parte raccontato. Nei giorni che seguirono, un incremento temporaneo della pressione atmosferica portò cieli sereni su gran parte dell’Italia; la notevole presenza di neve, che ricopriva oltre metà del paese, favorì un’intensa irradiazione notturna, trasformando l’Italia, nota per il suo sole, in un paese ghiacciato. Si raggiunsero temperature minime eccezionalmente basse in molte città di pianura, facendo riecheggiare il freddo intenso risalente a 29 anni prima (febbraio 1956). Tra le temperature registrate, Milano segnò -14 °C con una massima di -6,5 °C il 10 gennaio, Firenze -23 °C, Brescia -19 °C, Verona -18 °C, Udine -13 °C, Perugia -12 °C, Piacenza -22 °C, Roma -11 °C, Torino -13 °C, Bolzano -17 °C, Vicenza -20 °C. Anche il Sud Italia, solitamente più mite, registrò valori insoliti a partire dal 12-13 gennaio, quando i venti iniziarono a soffiare da sud, portando un vortice di bassa pressione sulla Corsica che si sarebbe evoluto in un ampio sistema depressionario, estendendosi dall’Algeria fino alla regione alpina.
L’apice dell’evento, la nevicata più duratura e intensa del ventesimo secolo, era in procinto di colpire il Nord Italia. Nel pomeriggio del 13 gennaio, la Val Padana era ancora in preda al gelo, con un cielo avvolto da nuvole color rosa pallido, quando iniziarono a cadere i primi fiocchi di neve. Anche se la neve non era un evento insolito in quei tempi, specialmente nella Pianura Padana abituata a tale fenomeno, il cambiamento climatico ne stava riducendo la frequenza.
I fiocchi iniziarono a cadere sui paesaggi padani, dapprima leggeri e sparsi, poi sempre più densi e grandi, formando un manto bianco. Il 14 gennaio, la neve a Milano raggiunse i 20-25 cm, con spessori simili in altre città di pianura. Sebbene ci si potesse aspettare la fine dell’ondata di freddo, le condizioni meteorologiche avevano altri piani. Tra il 15 e il 16 gennaio, i venti di Scirocco portarono un aumento delle temperature e piogge abbondanti nel Centro-Sud Italia. Ma nella Val Padana, protetta dalle Alpi e dall’Appennino settentrionale, il freddo persisteva. I venti meridionali, caldi e umidi, soffiarono sull’aria gelida, causando forti nevicate in quasi tutto il Nord Italia, passando da piacevoli a oppressivi.
La nevicata divenne incessante, accumulando sempre più neve e paralizzando tutto. Era necessario l’intervento dell’esercito e dei volontari per sgomberare la neve. Le quantità di neve registrate furono senza precedenti: 50-60 cm a Vicenza, 70-80 cm a Bologna e Biella, 80-90 cm a Milano e Brescia, 90-100 cm a Piacenza, 110 cm a Como, 120 cm a Varese e Belluno, 140 cm a Trento. Sebbene nelle città si verificassero crolli e gravi disagi, il paesaggio si trasformò in uno scenario unico e incantevole. Il 17 gennaio, quando l’intensità della nevicata si attenuò, telecamere e macchine fotografiche immortalavano l’evento storico.
A quasi quarant’anni di distanza, nel 2023, la “nevicata del secolo” sembra una leggenda, un racconto di un mondo che non esiste più. Quell’anno fu segnato da una serie di eventi climatici rari e imprevedibili. Oggi, con il cambiamento climatico gli effetti sarebbero forse differenti, o forse anche peggiori. Il meteo estremo è preoccupante.
