Tevere e le sue disastrose alluvioni su Roma
Le alluvioni, a partire dal 1870, provocate dal Tevere hanno ora soltanto interesse storico; merita tuttavia ricordarle sia per i gravi danni un tempo arrecati sia perché il Tevere è stato l’anima di Roma. Notizie sulle sue alluvioni si trovano anche ora materializzate, come per Firenze, in alcune lapidi poste sui più antichi edifici alla quota raggiunta dalle acque.
Quando nacque Roma, il Tevere dilagava con facilità nella campagna dove alimentava due paludi, dette Velabro maggiore e minore. Il primo si estendeva nella valle della Marzia, o Martia, posta tra il Palatino e l’Aventino. Lo specchio d’acqua doveva essere molto esteso se allora per attraversarlo funzionava un traghetto; esso venne prosciugato al tempo di Tarquinio Prisco (238 a.C.) e sull’area sorse il Circo Massimo.
Il Velabro minore allagava la depressione posta tra il colle del Palatino e quello del Campidoglio; venne prosciugato nello stesso periodo e le sue acque furono convogliate nel Tevere a valle della città, tramite cloache.
La prima alluvione storica ricordata risale al 414 a.C.; ad essa seguirono: due nel 216, altre sotto la repubblica nel 202, 195, 194, 191 (la più violenta), 69 e 54 a.C. Livio scrisse che nel 194 a.C. “il fiume con impeti assai più violenti dell’anno precedente… irrompendo in città travolse due ponti e molti edifici soprattutto nella regione della Porta Flumentana”.
Anche Orazio citò la piena del Tevere quando ricorda che nel 23 a.C. le acque allagarono tutto il Foro Romano. Altra piena si ebbe nel 14 a.C. Da tempo numerosi interventi vennero fatti per bloccare in Roma il Tevere. Già Giulio Cesare progettò di deviare il fiume al Ponte Milvio, farlo correre in modo rettilineo lungo i Monti Vaticani per poi scaricarlo nelle Paludi Pontine.
Una prima sistemazione dell’alveo, per agevolare il deflusso delle acque, venne fatta dall’imperatore Augusto il quale limitò l’area di massima piena del fiume impedendovi ogni tipo di costruzione. Tiberio propose addirittura di deviare alcuni affluenti del Tevere per ridurre le portate, ma incontrò grosse difficoltà tra le popolazioni interessate per cui il progetto cadde. A Traiano si deve invece la costruzione di un bacino di scarico delle acque, mentre ad Aureliano vanno attribuite le prime concrete opere di difesa delle sponde del Tevere in città.
Le inondazioni, tuttavia, continuarono e ne sono ricordate negli anni 4, 65, 69, 105, 119, 139, 164, 271 d.C.
L’evento del 69 d.C., ad esempio, è descritto da Tacito; esso distrusse case e trascinò a valle molte persone. Anni dopo Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, ricordò l’alluvione del 717, avvenuta sotto Gregorio II, quando le acque furono tanto alte che da ponte Mollo fino alle scale di San Pietro si navigò in barca.
Altre alluvioni notevoli avvennero nel 971 con distruzione dei ponti Sublicio e Antonino, nel 1230 del ponte Senatorio e della sommersione dell’allora Campo Marzio, nel 1338 e nel 1376, mentre nel 1422 le acque del Tevere salirono talmente che arrivarono a 16,78 m all’idrometro posto sul fiume a Ripetta, livello che fu superato (18,30 m) durante la piena del 1530.
Nello stesso secolo si ebbero altre inondazioni famose: 1557, 1567 e 1598; in quest’ultima la violenza delle acque, salite a 19,56 m all’idrometro sopraricordato, asportò tutte le case poste a Tor di Nona e al ponte Santa Maria. L’acqua raggiunse 6,5 m alle colonne del Pantheon e Piazza Navona, allora Circo Agonale, venne coperta da oltre 5 m, mentre alla chiesa di San Lorenzo in Lucina essa raggiunse i 4,5 m.
L’ultima grande alluvione del Tevere avvenne nel 1870 quando le acque all’idrometro di Ripetta raggiunsero 17,22 m, rimanendo tuttavia di circa 2 m al di sotto della famosa alluvione del 1598. Ciononostante, tutta la vecchia Roma si trasformò in un ampio lago.
A seguito delle alluvioni del Tevere la città subì un continuo innalzamento. Secondo una descrizione dell’epoca, infatti, le acque del Tevere scaricavano dentro la città migliaia e migliaia di metri cubi di fango e di legname che rimanevano sul posto, finché i piedi degli uomini e degli animali non li avevano ben pigiati formando così uno strato di considerevole spessore che a Trastevere, ad esempio, raggiunse l’altezza di circa 6 m.
Pertanto, all’innalzamento naturale del terreno di Roma, un’altra causa si aggiunse a innalzare il suolo romano: i riempimenti artificiali fatti dall’uomo per livellare le aree occupate periodicamente dall’acqua.
Va sottolineato che il Tevere in passato ha dato luogo ad alluvioni lungo tutto il suo corso, da presso Perugia fino a Roma dove può sopportare piene di 3.300 m3/sec, come quella del 1900; nel 1870 raggiunse addirittura portate di 5.200 m3/sec.
