METEO GIORNALE
    Facebook X-twitter Instagram Rss
    • Home
    • Previsioni Meteo
    • Cronaca Meteo
    • Mappe
    • Diretta Meteo
    • Magazine
    • Viaggi
    • Old news
    • Chi siamo
    • Contatti
    Font ResizerAa
    METEO GIORNALE METEO GIORNALE
      Search
      • Home
      • Previsioni Meteo
      • Cronaca Meteo
      • Mappe
      • Diretta Meteo
      • Magazine
      • Viaggi
      • Old news
      • Chi siamo
      • Contatti
      Follow US
      Home » Big Snow a rischio per l’eccesso di umidità atmosferica
      A Scelta dalla RedazioneAd PremiereMeteo News

      Big Snow a rischio per l’eccesso di umidità atmosferica

      Federico De Michelis
      Federico De Michelis
      Pubblicato: 05/12/2025
      Condividi
      12 Min Lettura
      Condividi
      Seguici su Google

       

      C’è un senso di déjà vu che serpeggia tra le mappe sinottiche in queste settimane. Una sensazione sottile, quasi un prurito per chi osserva il cielo per mestiere da decenni. Giocando un po’ con la memoria e con le carte meteorologiche – un esercizio che richiede sempre una buona dose di cautela – questa prima parte della stagione invernale mostra una somiglianza a tratti sorprendente con l’inverno 2013-2014. Non è una copia carbone, certo. La natura non si ripete mai in modo identico. Eppure, gli ingredienti sul tavolo sembrano uscire dalla stessa dispensa.

       

      Pensiamo a cosa sta accadendo oltre oceano. Nord America. Lì il freddo non sta scherzando affatto. Stiamo assistendo a ripetute ondate di gelo che scendono dal polo come lame, alimentando una Corrente a Getto – il vero motore delle perturbazioni – che sfreccia sull’Atlantico con una violenza inaudita. In quell’inverno di dieci anni fa, sperimentammo quello che in gergo potremmo definire un evento “turbozonale” praticamente ininterrotto. Un’autostrada di perturbazioni.

      Questo significa che vedremo lo stesso film per tutta la stagione? Calma. Non necessariamente. L’atmosfera è un sistema caotico, basta un battito d’ali di farfalla – o un riscaldamento in stratosfera – per cambiare il finale della storia.

      Tuttavia, per noi che viviamo in Italia, la differenza sostanziale è che, almeno per il momento, non possiamo parlare di una vera e propria “turbolenza zonale” che investe tutto. Il flusso perturbato da ovest a sud-ovest c’è, è innegabile, ma sta faticando maledettamente a spazzare via l’intero Paese da cima a fondo. Diciamolo chiaramente: l’alta pressione è un osso duro. C’è però un dettaglio tecnico che non può passare inosservato agli occhi dei più attenti. Come in quell’anno, abbiamo registrato una forte impennata nel modello meteorologico dell’Alaska Ridge proprio all’inizio di Dicembre.

      È un segnale. Forse un avvertimento.

      Altrimenti, a voler essere onesti, non ci sono paragoni limpidi. Certo, abbiamo notato anche un Vortice Polare stratosferico stranamente allungato – tecnicamente potremmo parlare di onde riflettenti simili all’episodio attuale – e ci troviamo a navigare in quelle acque incerte tra una fase neutra e una leggerissima La Niña. Insomma, gli indizi ci sono, ma il colpevole non è ancora stato trovato.

      Ora, la domanda che tutti si pongono, dal semplice appassionato all’agricoltore preoccupato per i raccolti, è una sola: vedremo se il resto dell’inverno continuerà a somigliare a quello del 2013-2014? E soprattutto, cosa accadrà in Italia?

      Qui la memoria deve fare un salto laterale. Dobbiamo spostare lo sguardo all’inverno successivo, quello del 2014-2015. Perché se parliamo di rischi e di configurazioni pericolose, è lì che troviamo un monito doloroso. Gli eventi più critici si concentrarono all’inizio di Febbraio 2015. Chi vive in certe zone dell’Emilia Romagna se lo ricorda bene. Non fu tanto il freddo a fare paura, ma il peso.

      Il peso del silenzio e della neve.

      Il fantasma della “Big Snow” del 2015

      Era un Venerdì. Per l’esattezza Venerdì 6 Febbraio 2015. Sembrava una nevicata come tante, di quelle che imbiancano l’Appennino e rendono tutto ovattato. Invece, si trasformò in un incubo logistico e umano. I disagi maggiori non furono causati da bufere di vento o temperature siberiane, ma dalla consistenza stessa della precipitazione. Migliaia di famiglie si ritrovarono improvvisamente senza luce, senza acqua – perché le pompe elettriche si fermarono – e senza riscaldamento.

      Non fu una questione di ore. Il buio persistette per giorni, in alcune zone sfortunate fino al 9 Febbraio e oltre. Immaginate di essere isolati, al freddo, con le strade bloccate e nessuna comunicazione. In Italia, un paese moderno del G7, intere comunità tornarono al XIX secolo nel giro di una notte.

      Dove colpì con più ferocia? L’epicentro del disastro fu localizzato tra i comuni dell’Appennino e della collina bolognese. Nomi che finirono su tutti i telegiornali nazionali: Loiano, Monghidoro, Monzuno. E ancora San Benedetto Val di Sambro, Camugnano, Grizzana Morandi e Monte San Pietro. Paesi abituati alla neve, gente che sa come spalare e come guidare sul ghiaccio. Ma quella volta fu diverso.

      La causa principale, il vero nemico, fu la cosiddetta “neve pesante”.

       

      In meteorologia non tutta la neve è uguale. Quando la temperatura è di poco sotto lo zero o prossima allo zero e l’umidità è altissima, i fiocchi non sono cristalli leggeri e asciutti. Sono pieni d’acqua. Sono colla. Questa neve, accumulandosi in grandi quantità sugli alberi, creò un carico insostenibile. Non parliamo di qualche chilo. Parliamo di tonnellate di pressione su fusti che, per quanto robusti, non ressero.

      Si sentivano schiocchi secchi nel bosco, come colpi di fucile. Rami enormi e interi alberi si spezzarono, crollando rovinosamente sulle linee elettriche. I cavi, appesantiti a loro volta da manicotti di ghiaccio e neve spessi centimetri, vennero tranciati o trascinati a terra dai tralicci divelti. Il sistema elettrico andò in tilt.

      Il contesto sociale fu incandescente. L’evento generò polemiche feroci. Non si trattava solo di maltempo, ma di gestione del territorio e delle infrastrutture. I sindaci dei comuni coinvolti, esasperati dalle richieste di aiuto dei cittadini e dall’impossibilità di ripristinare i servizi in tempi brevi, arrivarono a presentare un esposto alla Procura per la gestione dell’emergenza da parte di Enel. Si discusse per mesi sulla manutenzione delle fasce boscate vicino agli elettrodotti, sulla resilienza della rete e sulla prontezza dei soccorsi.

      In effetti, episodi simili si sono verificati anche in altri inverni. La memoria corre al Novembre 2017 o al Febbraio 2018, quando il “Buran” fece tremare l’Europa. Ma l’evento del febbraio 2015 rimane, nell’immaginario collettivo e nelle statistiche, uno dei più significativi per l’entità dei disagi e per l’incredibile numero di utenze coinvolte. Una ferita aperta nella gestione delle emergenze invernali in Italia.

       

      Le dinamiche atmosferiche attuali

      Tornando all’oggi, perché rivangare quel passato? Perché le configurazioni bariche hanno il vizio di ripresentarsi, magari con vestiti leggermente diversi, ma con la stessa sostanza. La situazione attuale vede un braccio di ferro titanico tra le depressioni atlantiche e gli anticicloni subtropicali.

      Quando il Vortice Polare subisce disturbi importanti, come uno Stratwarming – un riscaldamento improvviso della stratosfera polare – i frammenti di aria gelida possono scendere a latitudini più basse. Se questi scambi meridiani avvengono in un contesto in cui il Mediterraneo è ancora relativamente caldo e umido, si crea la miscela esplosiva per quelle nevicate pesanti di cui parlavamo.

      L’energia in gioco è tanta. Il calore immagazzinato dai mari funge da carburante. Se arriva lo spillo freddo dal Nord Europa o dalla Russia, la reazione non è una semplice nevicata coreografica. È un evento estremo.

      Attualmente, l’Alta Pressione sta cercando di proteggere il bacino del Mediterraneo, ma mostra segni di cedimento sui fianchi. Le infiltrazioni umide sono costanti. Basta che l’asse dell’anticiclone si sposti di qualche centinaio di chilometri – un’inezia su scala planetaria – per aprire la porta a correnti ben più cattive.

      L’analogia con il 2013-2014 ci suggerisce prudenza. Quell’inverno fu caratterizzato da una dinamicità esasperata. Se dovessimo replicare anche solo in parte quel pattern, potremmo aspettarci una seconda parte di stagione molto movimentata. E qui sta il punto: non serve che arrivi il gelo storico per creare danni. Come ci ha insegnato il 2015, basta una temperatura intorno allo zero, tanta umidità e una nevicata persistente per mettere in ginocchio intere province.

      Dobbiamo anche considerare il ruolo dei cambiamenti climatici in questo scacchiere impazzito. Un’atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo. Più vapore significa più precipitazioni potenziali. Quando le condizioni sono giuste per la neve, ne può cadere molta di più in molto meno tempo rispetto a cinquant’anni fa. È la fisica dell’atmosfera, non un’opinione.

       

      Scenari futuri e incertezze

      Guardando alle prossime settimane, i modelli matematici – da quelli americani a quelli del centro europeo – faticano a trovare una linea comune a lungo termine. È normale. La predicibilità oltre i 5-7 giorni crolla drasticamente quando ci sono di mezzo scambi meridiani così marcati.

      Tuttavia, c’è un segnale che non va sottovalutato: la persistenza di certe anomalie termiche sugli oceani. L’Atlantico settentrionale continua a sfornare depressioni profonde. Se una di queste dovesse riuscire a bucare il muro anticiclonico ed entrare franca sul Mediterraneo, interagendo con aria fredda preesistente (magari affluita dai Balcani o dalla porta della Bora), potremmo rivedere scene simili a quelle del passato.

      Non è detto che accada a Bologna. Potrebbe toccare al Piemonte, o magari alle zone interne del Centro Italia. O forse, l’anticiclone si rivelerà più solido del previsto regalandoci l’ennesimo inverno scialbo e nebbioso. Ma la natura ciclica del clima ci insegna che l’energia accumulata deve sfogarsi. E quando lo fa, raramente chiede permesso.

      Insomma, l’inverno è tutt’altro che finito. Anzi, statisticamente, per l’Italia, le fasi più crude arrivano spesso quando le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, tra la fine di Gennaio e la prima metà di Febbraio. È il colpo di coda, il respiro gelido dell’Artico che ci ricorda che, nonostante tutto, siamo ancora in balia degli elementi.

       

      Monitorare, osservare, prepararsi. Senza allarmismi inutili, ma con la consapevolezza che eventi come la “neve pesante” del 2015 non sono mostri mitologici irripetibili, ma possibilità concrete del nostro clima. E magari, la prossima volta che vedremo le previsioni annunciare neve a bassa quota con temperature al limite, guarderemo quegli alberi carichi lungo le strade con un occhio diverso. Più attento. Più rispettoso della forza silenziosa dell’inverno.

       

      Credits: NOAA, ECMWF

      Seguici su Google
      TAG:alaska ridgeappennino bolognesecorrente a gettometeo invernoneve pesantestratwarmingvortice polare
      Condividi questo articolo
      Facebook Whatsapp Whatsapp LinkedIn Reddit Telegram Threads Copy Link

      MeteoGiornale.it è un portale di divulgazione meteorologica attivo dal 2000, fondato sull’esperienza maturata online fin dal 1996 nel settore dell’informazione meteo.

      Link veloci
      • Chi siamo
      • Contatti
      • Privacy Cookie
      • Chi siamo
      • Contatti
      • Privacy Cookie
      Seguici
      Facebook X-twitter Instagram Rss

      Credit immagini: le immagini utilizzate su questo sito sono con licenza e copyright di Adobe Stock, Canva, Shutterstock, Dreamstime e Freepik.

      © 2026 - Innovazione Scienza S.r.l. unipersonale P.IVA/C.F. 10463560960- Milano (MI)

      Welcome Back!

      Sign in to your account

      Username or Email Address
      Password

      Lost your password?