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Agosto cambia volto in poche ore: perché il caldo si trasforma in temporale

Il calore accumulato da mari e pianure non svanisce mai davvero: si trasforma. Ecco perché una giornata da 35°C può chiudersi tra grandine e raffiche, in Sardegna come in Sicilia. Agosto è un mese capriccioso, non è Giugno, non è Luglio, è l'ultimo della stagione estiva meteorologica.

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Ci sono giornate in cui il cielo sembra incollato lì, immobile. Asfalto che scotta, aria ferma, cicale che non mollano un attimo. Camminare sotto il sole ti fa sentire come se fossi sotto il grill del forno. Ma ecco che nel giro di due o tre ore, la scena meteo cambia: nuvole che crescono verso l’alto come torri di panna montata, un vento freddo che arriva prima ancora della pioggia, il termometro che perde una decina di gradi mentre corri a chiudere le finestre. Chiunque viva nella Penisola lo ha visto accadere decine di volte. Ma perché proprio ad Agosto? E perché, diciamolo, negli ultimi anni certi rovesci sembrano avere una marcia in più? Questa descritta sarebbe la normalità meteo delle nostre lande. Ma abbiamo delle novità.

Il mare è un serbatoio di energia

Il calore che continua ad esserci non svanisce, si sposta e cambia forma, si trasmette ogni giorni nel Mar Mediterraneo, dopo due, che dico, tre mesi di sole quasi ininterrotto, questo bacino marino funziona come una gigantesca batteria messa in carica. L’acqua superficiale evapora, il vapore sale, e con lui viaggia il cosiddetto calore latente, l’energia nascosta che si libera quando quel vapore torna liquido dentro una nube.

Più il mare è caldo, più vapore mette in circolo. E qui entra in gioco una relazione fisica che i climatologi ripetono da anni: per ogni grado in più, l’atmosfera può contenere circa il sette per cento di umidità aggiuntiva. Sette per cento sembra poco. Non lo è affatto, quando quel surplus viene scaricato in mezz’ora sopra un paese di collina.

Il Riscaldamento Globale ha alzato l’asticella di partenza. Le ondate di calore marino, sempre più frequenti nel bacino centrale, lasciano acque superficiali anche di 3°C sopra la media stagionale. Una benzina più densa, insomma, nello stesso motore di sempre. Insomma, per dirla in breve, è come se quella batteria si sia sovvracaricata di energia. Immaginate se il vostro smartphone, o altro dispositivo, non avesse nel suo interno una sorta di limitatore di energia durante la ricarica. Ad un certo punto, la batteria conterrebbe talmente tanta energia che si surriscalderebbe sino ad esplodere. E a volte questo capita e crea incidendi domestici, incendi. Ecco, il Mediterraneo non ha un limitatore di ricarica, quindi continnuerà a vedere innalzare la temperatura sia superficiale, sia nei livelli inferiori, anche a 50-60 metri di profondità.

Quando l’alta pressione perde la presa

L’anticiclone estivo che giunge dall’Africa è un Heat Dome, e lavora come un coperchio. Comprime l’aria verso il basso, la riscalda, impedisce ai moti verticali di svilupparsi. Finché tiene, il cielo resta terso e la colonnina sale.

Poi succede che una saccatura atlantica scivoli verso sud, oppure che una goccia fredda si stacchi dal flusso principale e finisca a spasso sull’Europa meridionale. A cinquemila metri di quota l’aria diventa improvvisamente più fredda, mentre nei bassi strati resta rovente e satura di umidità. Il coperchio salta.

A quel punto la differenza di temperatura tra suolo e alta troposfera diventa il vero motore. Le bolle d’aria calda partono verso l’alto e non trovano più nulla che le freni: salgono a decine di metri al secondo, costruiscono cumulonembi alti dodici, tredici chilometri, e dentro quelle correnti i chicchi di grandine vengono sballottati su e giù finché non pesano abbastanza da cadere. Se poi in quota soffia un vento diverso da quello al suolo, la struttura si organizza, ruota, dura più a lungo. Nascono così le supercelle, e i downburst che stendono filari di pioppi come fossero fiammiferi. È il meccanismo che porta a ondate di temporali improvvisi anche nel pieno di una fase rovente.

Gli eccessi che generano altri eccessi

Un’estate arida non prepara il terreno ad accogliere l’acqua: lo indurisce. Il suolo cotto dal sole per settimane si comporta quasi come una lastra di cemento, e quando arrivano cento millimetri in novanta minuti l’acqua non si infiltra, corre. Scende lungo i canaloni, riempie i torrenti in secca, arriva a valle tutta insieme. Ecco perché vediamo gli allagamenti esagerati dopo un temporale di questi tempi.

Siccità e alluvione lampo, dunque, non sono due poli opposti. Sono due facce dello stesso squilibrio. Più energia accumulata significa scarichi più violenti, e ogni eccesso ne prepara un altro, un meccanismo che negli ultimi decenni si è fatto più evidente lungo tutto l’arco mediterraneo.

Anche gli incendi rientrano nel gioco. Vegetazione disidratata, raffiche improvvise da un temporale in avvicinamento, fulmini a ciel quasi sereno: la combinazione è servita. E si, ci sono temporali che a volte innescano un incendio, anche se la maggior parte sono accesi dalla mano umana.

Perché questa non è una previsione

Nulla di quanto letto finora riguarda i prossimi giorni. Non ci sono date, non ci sono aree indicate come a rischio, non c’è alcun modello matematico dietro queste righe. È didattica, punto.

Capire il meccanismo serve a leggere meglio i bollettini e le tendenze meteo aggiornate quando arrivano davvero, e a non confondere una nube che si alza all’orizzonte con un fenomeno già scritto. Per le allerte in tempo reale il riferimento resta uno solo, quello della Protezione Civile.

Il resto lo decide l’atmosfera, giorno per giorno. Come ha sempre fatto, solo con qualche grado in più a disposizione, quello del Riscaldamento Globale, e non di certo quello dovuto alla “geoingegneria” tirata ogni tanto in ballo da qualcuno.

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