C’è un tipo di temporale che non somiglia a nessun altro, non è il classico acquazzone di mezza estate, ma parliamo di qualcosa di più organizzato: la supercella. Chi l’ha vista arrivare – quella base scura che ruota lentamente all’orizzonte – difficilmente la dimentica. A volte ha una forma ad ufo, con la parte che avanza a semicerchio.
Che cosa distingue una supercella
La differenza sta tutta in un dettaglio invisibile a occhio nudo: la rotazione. Dentro una supercella si forma un mesociclone, cioè una corrente ascensionale che gira su sé stessa, alimentata da un contrasto marcato tra i venti alle diverse quote. In gergo si chiama wind shear, la variazione di direzione e intensità del vento man mano che si sale. È questo ingrediente, unito a un’atmosfera instabile e satura di umidità, a trasformare un temporale ordinario in una macchina capace di durare ore e di macinare decine di chilometri.
Serve calore al suolo, aria fredda in quota, tanta umidità e quel famoso taglio del vento. Quando questi elementi si incontrano, ci sono le ideali condizioni per la genesi di questo fenomeno meteo che sovente è anche causa di danni..
Come nascono nel Nord Italia
Il Nord Italia offre, suo malgrado, la sede quasi perfetta. D’estate la Pianura Padana accumula calore e umidità come una pentola a pressione: aria stagnante, tassi di umidità altissimi, temperature che sfiorano, ed anzi, in queste ultime stagioni superano i 35°C. Poi, dal versante atlantico, arriva una perturbazione, o uno sbuffo d’aria umida e fresca in quota. L’aria più fresca scavalca le Alpi, precipita verso il basso e va a incunearsi sotto quella caldissima già presente in pianura.
Il risultato è un contrasto termico brutale. È lì, lungo quelle linee di convergenza, che le celle cominciano a organizzarsi. Le montagne fanno il resto, costringendo l’aria a sollevarsi e innescando la scintilla iniziale.
Il caso Val Padana
Non è un caso se la Val Padana – o Pianura Padana, se preferite il termine tecnico – viene considerata uno dei punti caldi d’Europa per la grandine di grosse dimensioni. Le statistiche parlano da sole, qui nel 2023 è stato raccolto un chicco del diametro di 19 cm e censito dal WMO, quindi è un valore ufficiale.
Le zone più bersagliate corrono lungo una fascia che tocca Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna, con puntate frequenti anche in Piemonte. Le pianure tra Milano, Verona e Udine il problema lo conoscono fin troppo bene. Il perché è presto detto: aria umida in arrivo dall’Adriatico, orografia favorevole e quel serbatoio di calore che la pianura fatica a smaltire nelle notti afose.
Le supercelle lungo la Penisola
Scendendo lungo lo Stivale, la faccenda cambia pelle. Sull’Appennino e lungo le coste tirreniche e adriatiche le supercelle compaiono con minore frequenza rispetto al Nord, ma rarità non sono. Cambiano gli ingredienti: qui pesano di più le brezze marine, i rilievi che spezzano i flussi d’aria, il mare caldo che fa da innesco e fornisce energia alle nubi.
D’estate, in particolare, bastano una giornata torrida e un debole disturbo in quota per far esplodere temporali autorigeneranti sulle zone interne. Il Lazio, la Toscana, l’Abruzzo: nessuna regione è davvero al riparo.
Sardegna e Sicilia non sono immuni
E le isole? Spesso le si immagina baciate dal sole e stop. Sbagliato.
La Sardegna, soprattutto nel suo settore orientale e sui rilievi interni, può assistere a temporali intensi quando l’aria fresca in quota incontra un Mar Tirreno ancora tiepido. La Sicilia non è da meno: i versanti settentrionali e l’area etnea si prestano allo sviluppo di celle vigorose, in particolare a fine estate, quando il mare ha immagazzinato mesi di calore. In quei frangenti persino lo scirocco riesce a convogliare umidità a sufficienza per caricare i temporali di energia.
Downburst, grandine e nubifragi, i figli della supercella
Una supercella raramente arriva sola. Si porta dietro una famiglia di fenomeni, uno più insidioso dell’altro.
Il downburst è forse il meno noto al grande pubblico, eppure il più temibile per gli effetti al suolo. Si tratta di una violenta corrente d’aria discendente che, colpendo il terreno, si apre a ventaglio e scatena raffiche capaci di superare i 100 chilometri orari. Alberi sradicati, tetti scoperchiati, danni che spesso vengono scambiati per quelli di un tornado. Quando l’area colpita è ristretta – meno di quattro chilometri – si parla di microburst.
Poi c’è la grandine. Le correnti ascensionali di una supercella sono così potenti da tenere in sospeso i chicchi, che continuano a ingrossarsi finché il loro peso non vince la spinta verso l’alto. Ecco spiegato perché le supercelle sfornano i chicchi più grossi: in Pianura Padana si sono registrati esemplari oltre i 10 centimetri di diametro, veri e propri proiettili di ghiaccio.
E la pioggia? Qui entriamo nel territorio del nubifragio.
La “bomba d’acqua” termine detestato da vari meteorologi
La “Bomba d’acqua” è un’espressione che ormai sentiamo ovunque, dai telegiornali ai social. Efficace, non c’è dubbio. Peccato che, tecnicamente, non esista. In meteorologia il termine corretto è nubifragio: una precipitazione breve ma di intensità estrema.
Attenzione, però. Non tutti i nubifragi si somigliano. Esistono gradazioni, intensità diverse, sfumature che segnano il confine tra un semplice disagio e un disastro vero. Negli ultimi anni i pluviometri hanno raccontato episodi impressionanti, con oltre 100 millimetri di pioggia caduti nel giro di una sola ora. Per capirci: è la quantità che in certe zone cade di solito in un mese intero.
Quando tutta quest’acqua si rovescia su un territorio in pochi minuti, il suolo non fa in tempo ad assorbirla. Ed è così che nascono le alluvioni lampo, i flash flood: torrenti che si gonfiano in un attimo, strade trasformate in fiumi, tombini che saltano. Il tempo di reazione, in questi casi, si riduce all’osso. Ecco perché conoscere il fenomeno – saperlo riconoscere quando il cielo si fa plumbeo e l’aria si immobilizza – può fare davvero la differenza.
L’estate italiana, insomma, non è più soltanto ombrelloni e granite, è anche questo.
Credit
- European Severe Storms Laboratory (ESSL)
- NOAA National Severe Storms Laboratory (NSSL)
- World Meteorological Organization (WMO)
- American Meteorological Society (AMS)