
(METEOGIORNALE.IT) Questo articolo è stato estratto dal sito del NOAA. Lo abbiamo arricchito di informazioni che provvengono da altre fonti. Il clima della Terra continua a riscaldarsi a un ritmo (velocità) che non ha precedenti, eppure dietro questo dato secco si nasconde un confronto tutt’altro che chiuso. Una parte della comunità scientifica sostiene che le emissioni di gas serra stiano spingendo il sistema climatico oltre ogni soglia conosciuta, mentre un’altra voce, minoritaria ma documentata, attribuisce a fenomeni naturali come El Niño una fetta consistente del riscaldamento registrato negli ultimi decenni. Vale la pena mettere a confronto i due fronti, senza scegliere a priori da che parte stare. Studi recenti confermano un’accelerazione pesante del fenomeno, ma le interpretazioni rimangono divergenti.
Il riscaldamento più rapido mai misurato sulla Terra
Secondo uno studio condotto dall’Università del Maryland, il ritmo attuale con cui il pianeta si sta riscaldando, frutto delle emissioni antropiche di gas serra, supera qualunque rateo precedentemente “rilevato con strumenti” nella storia climatica recente. I ricercatori hanno ricostruito le temperature terrestri lavorando sulle variazioni dovute agli aerosol vulcanici, ai gas a effetto serra e alle fluttuazioni casuali, riuscendo a riprodurre con buona fedeltà il segnale termico del passato.
Sfruttando i modelli matematici, il team ha potuto separare i contributi delle diverse forzanti sulla temperatura globale: da una parte le cause naturali, come le oscillazioni del forzante solare e il raffreddamento prodotto dalle particelle sospese in atmosfera dopo eventi vulcanici, dall’altra l’impronta umana legata ai gas serra. Mentre le eruzioni vulcaniche hanno dominato le variazioni termiche prima del 1850, da quella data in poi sono stati proprio i gas serra a prendere progressivamente il sopravvento come motore principale del cambiamento climatico.
La conclusione degli autori è che i modelli climatici attualmente in uso rappresentano in modo corretto il peso delle varie forzanti e risultano affidabili anche nelle proiezioni del riscaldamento futuro. Un risultato che, per gli scienziati schierati su questo fronte, lascia poco spazio a interpretazioni alternative, anche se il fenomeno viene spesso minimizzato nel dibattito pubblico.
Gli oceani come termometro del pianeta
Se la temperatura dell’aria può oscillare in modo sensibile da un anno all’altro, gli oceani offrono un segnale ben più stabile. Nel 2019 il calore immagazzinato nei mari di tutto il mondo aveva raggiunto un nuovo record, mostrando un riscaldamento del pianeta definito “irrefutabile e in accelerazione”.
Gli oceani rappresentano il miglior indicatore dell’emergenza climatica perché assorbono oltre il 90% del calore intrappolato dai gas serra prodotti dalla combustione di combustibili fossili, dalla distruzione delle foreste e dalle altre attività umane. L’analisi pubblicata in quegli anni mostrava che gli ultimi cinque anni risultavano i cinque più caldi mai registrati negli oceani e i dieci precedenti i dieci più caldi in assoluto. Per dare un’idea della quantità di calore in gioco, l’energia aggiunta ai mari equivaleva a ogni essere umano sulla Terra che facesse funzionare contemporaneamente cento forni a microonde, giorno e notte.
Un’immagine che da sola spiega perché molti climatologi continuino a parlare di una transizione climatica ormai in corso, e non più di un rischio futuro.
Quasi metà del riscaldamento del XXI secolo dipende da El Niño
Su tutt’altra lunghezza d’onda si colloca però chi sostiene che una parte importante del riscaldamento osservato sia di origine naturale. Una delle incertezze più discusse, infatti, riguarda proprio la quota di responsabilità da assegnare ai cicli oceanici. L’IPCC ritiene piuttosto solidamente che la natura sia responsabile di meno della metà del riscaldamento avvenuto dalla metà del Novecento in avanti, ma alcuni climatologi, oltre a politici, attivisti e commentatori dell’energia verde, si spingono ancora più in là, comportandosi come se il riscaldamento fosse imputabile al 100% all’uomo.
Osservando i dati relativi al periodo 2000-2018, lungo diciannove anni, salta agli occhi l’eccezionale evento di El Niño del 2015-2016, capace di far salire le temperature superficiali dell’Oceano Pacifico e, di riflesso, l’intera temperatura dell’aria a scala globale. Quel singolo evento ha generato un “picco caldo” nelle serie climatiche del 2015 e del 2016, contribuendo in modo decisivo ad amplificare i trend di riscaldamento osservati in quegli anni. Una dinamica che torna ciclicamente di attualità, come dimostra l’ipotesi di un ritorno di El Niño con possibili nuovi record termici attesi nei prossimi mesi.
Dati osservati e proiezioni dei modelli: il calcolo che fa discutere
Il climatologo Roy Spencer, dell’Università dell’Alabama a Huntsville, ha provato a quantificare quanto pesi l’effetto di quel solo evento sul riscaldamento globale. Sottraendo l’impatto dell’El Niño del 2015-2016, il trend osservato nelle temperature superficiali del dataset HadCRUT4 risulta praticamente dimezzato rispetto al riscaldamento medio previsto dai modelli CMIP5 per lo stesso periodo. E il trend delle temperature troposferiche misurato dal sistema UAH scende addirittura quasi a zero.
In altre parole, secondo questa lettura, una volta depurato il segnale dalle fluttuazioni naturali del sistema climatico, il ritmo del riscaldamento osservato si attesterebbe attorno alla metà di quello proiettato dai modelli climatici per la fase attuale del XXI secolo. Un’asimmetria che, per chi sostiene questa tesi, suggerirebbe una sensibilità climatica più contenuta di quanto comunemente si pensi. Non a caso si discute molto, in questa Primavera, anche dei segnali di un possibile Super El Niño per l’estate.
Due letture, un pianeta che cambia davvero
La verità più onesta, come spesso accade nelle questioni complesse, è che entrambi i fronti portano in dote dati seri. Il pianeta si sta riscaldando e gli oceani lo confermano in modo difficilmente discutibile, ma i cicli naturali come l’ENSO continuano a influire sul ritmo con cui questo riscaldamento si manifesta anno per anno. Capire dove finisce la natura e dove inizia la mano dell’uomo non è un esercizio accademico: è la base per costruire previsioni climatiche più affidabili e per orientare scelte politiche destinate a pesare sulle prossime generazioni.
In Italia, il dibattito è destinato a tornare centrale ogni volta che ci troveremo davanti a un’Estate rovente o a un Inverno anomalo, fino a immaginare scenari estremi come il possibile ritorno di una Piccola Era Glaciale. Saperlo leggere con strumenti diversi, senza scorciatoie ideologiche, è probabilmente l’unico modo per non perdere la bussola.
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