
(METEOGIORNALE.IT) Il peggior danno di questo scorcio di febbraio è sicuramente l’avvento dell’alta pressione, proprio in questo periodo, mentre nel nord-est dell’Europa è presente aria estremamente fredda, direi persino siderale per intensità del gelo. Un gelo che coinvolge anche tutta la Scandinavia. Si sono ghiacciati mari che si affacciano sulle coste tedesche, polacche, dei Paesi Bassi, dei Paesi Baltici e, più a nord, il Golfo di Botnia.
Erano probabilmente circa 15 anni, forse 20, che non si realizzava una situazione di freddo così intenso sull’Europa orientale. Tra le altre cose, un freddo che poi, per un periodo più limitato, ha interessato non solo l’intera Germania, ma anche i Paesi Bassi, la Francia, le Isole Britanniche, la Svizzera, ovviamente l’Austria, l’Europa centrale e orientale, fino a giungere prepotente in Ucraina, dove addirittura fu chiesto un cessate il fuoco per il grande freddo. Un freddo eccezionale che però è rimasto bloccato, paralizzato su quelle aree, quando tendenzialmente una bassa pressione, qualsiasi delle tante in transito nel Mar Mediterraneo, avrebbe potuto aspirare aria gelida verso sud. Ma questo non è successo.
Al di là delle tante discussioni che si possono fare, tra cui il cambiamento climatico, che incide sicuramente ma non in questo caso in maniera diretta, abbiamo avuto un evento atmosferico eccezionale, se non addirittura record. Un fiume atmosferico si è sviluppato dal Mar dei Caraibi verso la Penisola Iberica, toccando anche le Isole Canarie. Un fiume atmosferico è un’area estremamente umida, foriera di precipitazioni molto intense e frequenti, che a contatto con la terraferma possono dare luogo a piogge abbondantissime. Sui rilievi esposti, le precipitazioni possono divenire torrenziali.
Ecco che in molte località tra Portogallo e Spagna meridionale, e non solo, in un mese è caduta la pioggia di un intero anno, in alcune aree anche di più. Questo ha provocato allagamenti ed esondazioni di fiumi, con vittime. Piogge così eccezionali sono cadute anche nelle Isole Canarie, solitamente baciate dal sole e, soprattutto negli ultimi anni, alle prese con un deficit pluviometrico spaventoso, tanto che fino all’altro ieri si parlava di desertificazione.
Tuttavia, la grande quantità di pioggia caduta sulle Canarie non cancella il rischio di desertificazione per queste aree, così come per il sud della Spagna. Si tratta di eventi isolati che possono accadere, derivanti anche dal cambiamento del clima o, probabilmente, da situazioni ricorrenti ogni certo numero di anni.
Questa corrente si è poi portata verso l’Italia centrale e meridionale, la Sardegna e la Sicilia, dove si è verificato, soprattutto sul settore occidentale, un surplus pluviometrico. Poi un’improvvisa bassa pressione ha portato una situazione di tempesta, con vento che ha soffiato a velocità inaudite, onde altissime e precipitazioni torrenziali sulla Sardegna orientale, sulla Sicilia orientale, sulla Calabria orientale, fino alla Basilicata ionica. Un vento di sud-est che ha causato accumuli incredibili, tuttavia in aree non nuove a simili eventi estremi.
In Sardegna, in 24 ore, in alcune località sono caduti oltre 400 millimetri di pioggia; in Sicilia fino a 700 millimetri. Sono precipitazioni ragguardevoli, che a livello globale troviamo in regioni a clima tropicale. Eppure da noi possono avvenire perché il Mar Mediterraneo è un mare caldo e perché esistono fortissimi contrasti termici, spesso sottovalutati. Il nostro Mar Mediterraneo è una vera e propria bomba a orologeria: fenomeni di cui siamo quasi abituati a sentir parlare risultano, in una visione globale, spaventosi. Raccontare di 400 o 700 millimetri in 24 ore significa citare numeri degni di uragani tropicali o di precipitazioni monsoniche, come in India.
In Italia ci siamo assuefatti a questi numeri e non ci facciamo più caso. Non li vediamo solo nelle regioni citate: basti pensare alle precipitazioni periodiche in Liguria oppure alle nevicate smisurate nell’ovest del Piemonte a inizio inverno, con circa 3 metri di neve. Tutte situazioni che si collocano in aree diverse, sempre a causa del Mar Mediterraneo, mare caldo che amplifica gli estremi. L’Italia è tra i Paesi che più patiscono questi eventi, insieme al sud della Spagna orientale e al sud-est della Francia. Ma fenomeni così intensi si verificano anche sulle coste balcaniche e in Grecia.
Al di là di tutto questo, stiamo parlando di freddo, perché questa alta pressione ora è dannosa soprattutto per l’Italia, dove sta generando un aumento abnorme delle temperature che, secondo le previsioni, durerà per parecchi giorni. Ipoteticamente possiamo dire che per almeno una settimana avremo temperature mitissime, con picchi fuori stagione per essere febbraio 2026. Febbraio si concluderà così, con quel grande gelo, quella riserva gelida presente nel nord-est europeo, che non arriverà in Italia, salvo novità.
Le previsioni hanno buona affidabilità fino a circa cinque giorni, poi perdono efficacia. Il freddo nel nord-est europeo rimarrà e addirittura si consoliderà, perché altre eruzioni di aria fredda di origine artica alimenteranno il gelo su territori innevati. È vero che stiamo andando verso un aumento della radiazione solare e quindi verso una riduzione della potenza del freddo notturno, ma siamo anche nel periodo dell’anno in cui le terre emerse registrano le temperature medie più basse e sono soggette a estremi, ai cosiddetti colpi di freddo.
Ricordiamo il 2018, quando proprio in questi giorni si narrava l’arrivo di una violenta ondata di gelo. Quest’anno, per ora, nulla di tutto questo. Il rischio cresce man mano che si avanza nella stagione, perché il freddo intenso non vuole lasciare l’Europa nord-orientale. L’alta pressione, giunta in modo esplosivo verso nord – inizialmente prevista solo timidamente sul sud della Penisola Iberica – ora punta addirittura al Mare del Nord. Una situazione estremamente anomala per febbraio.
In questo contesto di fortissime anomalie, altrove si registrano situazioni che lasciano senza parole. In Iran, dove l’inverno può essere rigido, in molte località si sono toccati addirittura 37°C. Così anche in gran parte del Medio Oriente centro-settentrionale, con temperature altissime, fino a 20°C oltre la norma. Questo fenomeno è legato all’amplificazione artica, che non genera solo ondate di freddo ma anche ondate di caldo.
Proprio mentre nel nord-est degli Stati Uniti d’America e del Canada è imminente una nuova tempesta di neve, un vero blitz invernale che porterà gelo, molti gradi sottozero e neve fino a New York. Il loro clima è diverso, certo, ma il fenomeno rientra nel comportamento degli indici climatici che indicavano un inverno più freddo rispetto ad altri. Indici che non rappresentano una previsione puntuale: serve sempre la giusta configurazione sinottica.
Quella configurazione potrebbe colpirci a marzo, se non addirittura ai primi di aprile, come accaduto in passato, in epoche in cui il cambiamento climatico era meno vigoroso. Oggi siamo circa 1,5°C sopra i livelli preindustriali, un valore che non si sarebbe dovuto raggiungere. Gli eccessi meteorologici possono generare sia ondate di tepore, come quella attuale, sia ondate di freddo fuori stagione. E queste, potenzialmente, sono possibili già tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo.
Una bufera marzolina non ha lo stesso effetto di una di dicembre: la radiazione solare è diversa, la neve tende a permanere meno, soprattutto in pianura. Eppure proprio in marzo, mese della primavera meteorologica, dovremmo avere una situazione a cavallo tra inverno e primavera. Sempre più spesso, invece, assistiamo a colpi di coda invernali quando l’inverno è finito. Questo crea disagi, ad esempio quando nei condomini vengono spenti i termosifoni per regolamento e arriva un freddo improvviso.
I problemi non riguardano solo chi vive in case e uffici, ma anche l’ambiente e l’agricoltura, che a marzo comincia a risvegliarsi grazie alla maggiore radiazione solare e all’aumento della temperatura media. Anche gli animali ne risentono.
L’altro giorno, in Valsassina, in Lombardia, a circa 800 metri di quota, si è verificata un’abbondantissima nevicata, con accumuli anche a 600 metri. Si sono create colonne infinite di auto, perché moltissimi veicoli erano privi di gomme invernali e gli automobilisti non erano in grado di montare le catene. Non siamo più preparati a condizioni invernali che un tempo erano normali, ma che nell’ultimo quinquennio sono diventate occasionali.
Il clima si misura su base trentennale, non su cinque anni. Tuttavia, il cambiamento climatico in atto ci sta portando verso condizioni nuove, con anomalie che generano disagi anche per chi si occupa di previsioni. Ci siamo ritrovati improvvisamente con questo anticiclone, temuto perché negli altri inverni gli anticicloni africani avevano dominato per settimane, mentre quest’anno erano rimasti assenti.
Ora, però, siamo immersi nell’alta pressione, mentre sull’Europa nord-orientale persiste un freddo inusuale. E qualcosa può ancora accadere: come è arrivata rapidamente, l’alta pressione potrebbe altrettanto rapidamente dissolversi, lasciandoci vulnerabili al grande freddo da nord-est.
C’è anche il Vortice Polare, che ora potrebbe entrare in crisi. Si potrebbe verificare un forte Stratwarming, seppur tardivo, con condizioni da tardo inverno in mesi di piena primavera. È già accaduto: nei primi giorni di maggio di qualche anno fa cadde neve nel Nord Italia fino a 200 metri di quota.
L’inverno volge al termine, ma non il meteo estremo. I colpi di coda invernali possono essere persino peggiori nel contesto attuale. Paradossalmente, potremmo avere un meteo più invernale proprio quando dovrebbe iniziare la primavera. E di questo torneremo a parlare.
Crediti: dati e analisi di ECMWF – https://www.ecmwf.int/ e NOAA – https://www.noaa.gov/ (METEOGIORNALE.IT)
