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Il ritorno del Burian, il gelo siberiano. Il 2018 insegna

Andrea Meloni di Andrea Meloni
13 Feb 2026 - 08:45
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Meteo News, Zoom
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Il ritorno del Burian, il gelo siberiano.

(METEOGIORNALE.IT) Era la fine di Febbraio del 2018 quando l’Italia si risvegliò immersa in un’atmosfera quasi irreale, sospesa tra il silenzio della neve e il sibilo di un vento che non sembrava appartenere alle nostre latitudini. Chi c’era ricorda bene quell’aria che tagliava la faccia, quel freddo secco che arrivava direttamente dalle steppe della Siberia. Lui lo chiamiano in Italia Burian, un nome che evoca steppe infinite e ghiaccio. In quei giorni, il termometro precipitò verso il basso con una foga che non si vedeva da anni, trasformando le fontane di Roma in sculture di cristallo e portando i fiocchi bianchi a imbiancare perfino le spiagge di Napoli. Diciamolo chiaramente, eventi del genere lasciano il segno non solo nei database meteorologici, ma nella memoria collettiva di un intero Paese. Eppure, tutto era iniziato molto più in alto, a decine di chilometri sopra le nostre teste, in quella fascia d’atmosfera chiamata stratosfera dove il silenzio è assoluto ma le dinamiche sono violentissime.

 

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In quel periodo si era verificato un fenomeno che gli esperti chiamano Stratwarming, un riscaldamento stratosferico improvviso e di portata eccezionale. Immaginate una massa d’aria che, nel giro di pochissimi giorni, aumenta la sua temperatura di 50°C o 60°C a circa 30.000 metri di quota. È uno shock termico che destabilizza il Vortice Polare, quella possente trottola di aria gelida che normalmente staziona sopra il Polo Nord. Quando il Vortice Polare subisce un attacco del genere, può capitare che si frantumi o che si sposti dalla sua sede naturale. Nel 2018 accadde proprio questo, il vortice si spezzò, e una parte di quel gelo siderale scivolò verso sud, verso l’Europa, come un fiume in piena che ha rotto gli argini. Ma non è un processo immediato, anzi. C’è un tempo di latenza, una sorta di attesa sospesa che può durare una o due settimane, prima che gli effetti di questo sconquasso in quota si trasmettano alla troposfera, ovvero la parte di atmosfera dove viviamo noi e dove si formano le nuvole e la pioggia.

 

Se il riscaldamento stratosferico è un evento che si ripete quasi ogni anno, con intensità variabile, la sua reale influenza sul tempo che percepiamo a terra è molto più rara. Fino a circa quindici anni fa, la statistica ci diceva che un travaso di questo tipo avveniva circa ogni due o tre anni. Negli ultimi tempi, però, qualcosa sembra essere cambiato. Le dinamiche sono diventate meno prevedibili, quasi come se l’ingranaggio si fosse inceppato o, perlomeno, avesse cambiato ritmo a causa del Riscaldamento Globale. L’evento del 2018 è stato l’ultimo vero grande esempio di questa connessione perfetta e terribile tra cielo e terra. In quei giorni, l’inversione dei venti divenne realtà. Invece delle consuete correnti oceaniche, miti e umide, l’Europa fu investita da correnti orientali, un flusso retrogrado che portò il gelo della Siberia occidentale nel cuore del Mediterraneo.

 

I ricordi di quella settimana sono ancora vividi. In Italia, tra la fine di Febbraio e i primi giorni di Marzo, le temperature scesero di molti gradi sotto lo zero, specialmente nelle pianure del Nord e nelle vallate interne del Centro. Non era solo il freddo notturno, ma anche quello diurno a spaventare, con massime che a fatica superavano gli 0°C. La neve fece la sua comparsa trionfale su gran parte del versante Adriatico, spinta dal vento che soffiava da nord-est. Poi, per una serie di incastri barici particolari, l’aria umida atlantica tentò di avanzare da ovest, scontrandosi con il muro di gelo preesistente. Il risultato fu magico per alcuni, disastroso per altri. Roma si coprì di bianco un Lunedì mattina, paralizzando la capitale ma regalando immagini da cartolina che fecero il giro del mondo. Il giorno dopo toccò a Napoli, dove la neve è una rarità assoluta, un evento che capita forse una volta ogni trent’anni con quella magnitudo.

 

Insomma, fu un’ondata di gelo vecchia maniera, anche se tardiva, di quelle che si leggevano nei libri di storia o nei racconti dei nonni. Il fenomeno iniziò a smorzarsi solo nei primi giorni di Marzo, quando una perturbazione oceanica più decisa riuscì a scardinare il blocco d’aria fredda. Fu allora che la neve cadde abbondante sulla Pianura Padana, specialmente in Lombardia e in Piemonte. A Milano, ricordo bene, la neve arrivò bagnata, pesante, perché la temperatura stava iniziando lentamente a risalire sopra la soglia critica. Eppure, nei giorni immediatamente precedenti, il capoluogo lombardo aveva vissuto giornate di ghiaccio vero, con nevicate magari scarse ma un vento ululante che rendeva la percezione del freddo insopportabile. In effetti, è proprio il vento uno dei tratti distintivi del Burian, quel soffio costante che sembra penetrare nelle ossa e che non lascia scampo.

 

Oggi, nel 2026, ci ritroviamo in una situazione che, per certi versi, invita alla massima prudenza e al monitoraggio costante. Ogni volta che si osserva un forte riscaldamento in stratosfera, la comunità scientifica entra in allerta. Ma bisogna essere onesti, non è affatto automatico che uno Stratwarming si traduca in un’ondata di gelo sull’Italia. È un po’ come lanciare un sasso in uno stagno: sappiamo che si creeranno delle onde, ma non sappiamo esattamente quale riva raggiungeranno con più forza. I modelli matematici odierni, pur essendo incredibilmente avanzati, faticano ancora a leggere con precisione questo passaggio di consegne tra stratosfera e troposfera nel lungo periodo. Solo quando mancano pochi giorni all’evento, le simulazioni iniziano a mostrare una rotazione coerente dei venti, indicando la possibilità che masse d’aria gelide dall’Artico russo o dalla Siberia si mettano in marcia verso l’Europa.

 

Tuttavia, c’è un elemento che quest’anno rende il quadro particolarmente inquietante. Non è solo questione di quello che succede a 30.000 metri. Se guardiamo alla geografia attuale del freddo, notiamo che l’Europa orientale e settentrionale sono già in condizioni di ibernazione avanzata. La Scandinavia è letteralmente sepolta dal ghiaccio, con temperature che sono scese ripetutamente sotto i -30°C. Il Mar Baltico è gelato in ampie aree, un fenomeno che non si vedeva con questa estensione da tempo, arrivando a toccare le coste della Germania e della Polonia. Anche i grandi fiumi russi e polacchi sono ormai delle autostrade di ghiaccio. Perché questo è importante? Perché questo enorme serbatoio di freddo a due passi da casa nostra può fungere da amplificatore. Anche in assenza di un forte Stratwarming, una configurazione barica favorevole potrebbe pescare da questo bacino e convogliare l’aria gelida verso il Mediterraneo con estrema facilità.

 

Diciamolo, il Burian non ha bisogno necessariamente della stratosfera per scatenarsi. Già lo scorso autunno abbiamo avuto un assaggio di quanto l’aria russa possa essere precoce, con nevicate a quote basse sui Balcani quando ancora le foglie non erano cadute tutte dagli alberi. Ma ora la situazione è ben più matura. Con il Mar Baltico ghiacciato, l’aria che scorre sopra di esso non si riscalda, mantenendo intatte le sue caratteristiche pellicolari, ovvero quel freddo densissimo che staziona nei bassi strati. Se questa massa d’aria dovesse mettersi in moto verso sud-ovest, l’Italia si troverebbe direttamente sulla sua traiettoria.

 

Il margine di errore nelle previsioni rimane però un ostacolo non indifferente. Prevedere l’esatta traiettoria di una colata gelida è una delle sfide più difficili per un meteorologo. Entrano in gioco fattori complessi, come l’orografia del nostro Paese. Le Alpi fungono spesso da scudo, costringendo l’aria fredda a fare il giro largo o a entrare con violenza dalle porte della Bora. E poi c’è l’Appennino, che divide i destini del versante tirrenico da quello adriatico. Non dimentichiamo, infine, il ruolo del Mar Mediterraneo. Questo bacino, ancora relativamente caldo rispetto alle masse d’aria polari, può agire come una forza mitigatrice, ma può anche fornire l’energia e l’umidità necessarie per trasformare il freddo in nevicate epiche. Per avere un evento di gelo davvero storico, è necessario che l’aria fredda giunga molto rapidamente, senza avere il tempo di scaldarsi sopra le acque marine.

 

In questi giorni, guardando le mappe prodotte dai centri di calcolo internazionali, si nota un certo fermento. Alcuni scenari ipotizzano addirittura la possibilità di neve in Pianura Padana nel giro di breve tempo. È una novità che emerge dagli ultimi aggiornamenti e che va presa con la dovuta cautela. Non è la prima volta che quest’inverno i modelli “fiutano” la neve in pianura per poi ritrattare tutto nel giro di pochi giorni. La meteorologia è una scienza di probabilità, non di certezze assolute, e chi lavora in questo campo sa bene quanto sia facile passare da una previsione di gelo a un pomeriggio di pioggia debole. Eppure, l’atmosfera quest’anno sembra avere una disposizione diversa, più incline agli scossoni.

 

Seguiremo con estrema attenzione l’evoluzione dei modelli matematici. Lo staff è mobilitato per analizzare ogni minimo cambiamento nella struttura del Vortice Polare e nella disposizione delle alte pressioni sull’Atlantico. Se l’anticiclone dovesse decidere di spingersi verso nord, verso l’Islanda o la Groenlandia, allora si aprirebbe un’autostrada per l’aria fredda. In quel caso, il termine Burian tornerebbe prepotentemente di moda.

Per ora, restiamo in attesa, osservando quei territori del Nord Europa che sono già pronti, ibernati, in attesa di un segnale per invadere il resto del continente. La natura ha i suoi tempi e le sue regole, e noi non possiamo fare altro che cercare di interpretarle con il massimo rigore scientifico, senza cedere a facili allarmismi ma senza nemmeno sottovalutare segnali che, nel 2018, ci colsero quasi di sorpresa. Il freddo, quello vero, è lì fuori che aspetta.

 

Credit (METEOGIORNALE.IT)

  • World Meteorological Organization (WMO) – Analisi globale dei fenomeni stratosferici e del cambiamento climatico.
  • European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF) – Modelli matematici e previsioni a lungo termine sulla dinamica del vortice polare.
  • National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) – Monitoraggio del Vortice Polare e degli indici teleconnettivi artici.
  • Nature Climate Change – Studi scientifici sull’interazione tra riscaldamento globale e Stratwarming.
  • ScienceDaily – Earth & Climate – Approfondimenti tecnici sulle ondate di gelo estremo e dinamiche atmosferiche.
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Tags: burian italiagelo siberianomar balticometeorologia dinamicaprevisioni nevestratwarmingvortice polare
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Andrea Meloni

Andrea Meloni

Sono il fondatore, editore e responsabile di questo portale, nonché di numerosi altri siti dedicati alla meteorologia. La mia avventura nel mondo digitale è iniziata nel 1995, quando pubblicai i primi articoli meteorologici in lingua italiana sui portali dell’epoca e su siti web amatoriali. Dopo aver sfiorato l’ingresso all’Accademia Aeronautica, ho intrapreso un percorso formativo alternativo che mi ha permesso di costruire una solida competenza in meteorologia. Tale preparazione, avviata con il corso per controllore di volo, si è consolidata attraverso lo studio indipendente di oltre 500 testi specialistici in meteorologia, climatologia e fisica dell’atmosfera. Coltivo inoltre una profonda passione per le lingue straniere — inglese, francese, spagnolo e portoghese — che continuo a studiare con costanza, anche in relazione alle mie attività professionali internazionali. Ho fondato il primo giornale meteorologico online italiano, recensito alla fine degli anni Novanta da La Repubblica e da altre testate nazionali. Nel corso degli anni ho creato società editoriali e imprese specializzate nella fornitura di servizi meteorologici per realtà di rilievo, curando previsioni e analisi per gruppi editoriali e aziende di primo piano come RCS – Corriere della Sera, Libero Quotidiano, ENI Italgas, Siemens e molte altre. Mi sono occupato anche della gestione contrattuale e della realizzazione dei siti web per i clienti, sviluppando — attraverso la mia agenzia web — le sezioni meteo dei principali quotidiani italiani. Tra le prime esperienze innovative figurano la creazione di servizi di informazione meteo via SMS per compagnie come TIM ed Eutelia, e una linea telefonica dedicata alle previsioni con un meteorologo in diretta. Le mie competenze hanno raggiunto una dimensione internazionale, con la fornitura di dati e previsioni a società in Australia, Sud America, Stati Uniti e in diversi Paesi europei. Attualmente gestisco il flusso informativo meteorologico per aziende editoriali e per operatori del settore energetico. Sono stato inoltre il primo al mondo a ideare i “Report Grandine” per l’Italia, l’Europa e il resto del mondo. Negli ultimi anni ho ampliato i miei interessi professionali, dedicandomi anche ai servizi per il turismo, allo sviluppo software e alle strategie avanzate di SEO e SEM per imprese di diversi settori. Parallelamente, ho approfondito e applicato le potenzialità dell’intelligenza artificiale avanzata, campo nel quale opero oggi come consulente e imprenditore. Sono attualmente CEO di diverse aziende, impegnate nell’innovazione digitale e nella diffusione della conoscenza meteorologica su scala globale.

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