
(METEOGIORNALE.IT) C’è qualcosa di intrinsecamente magico, quasi surreale, nel vedere la Città Eterna imbiancata. Roma, con i suoi pini marittimi e le sue pietre millenarie scaldate dal sole mediterraneo, non è fatta per la neve. Quando succede, il tempo sembra fermarsi. Il caos quotidiano del traffico viene sostituito da un silenzio ovattato, rotto solo dalle risate dei bambini (e degli adulti tornati bambini) che improvvisano battaglie di palle di neve al Circo Massimo. Ma dietro questa cartolina estemporanea c’è sempre un regista atmosferico potente e temuto: il Burian.
Non è un freddo qualsiasi. Non è la solita perturbazione atlantica che porta pioggia e un calo termico. Il Burian – o Buran, a seconda delle traslitterazioni – è il respiro gelido delle steppe siberiane. È un vento che sa di Asia profonda, un’aria densa, pesante, secca, che quando decide di mettersi in moto verso ovest non trova ostacoli montuosi significativi fino agli Urali, e poi giù, verso il cuore dell’Europa. Perché arrivi fin qui, nel Mediterraneo centrale, serve una congiuntura astrale, o meglio, sinottica, quasi perfetta. Deve incastrarsi tutto.
Ripercorrere le grandi nevicate romane significa ripercorrere la storia di queste configurazioni bariche eccezionali. Diciamolo subito: la memoria corre veloce a tre eventi specifici. Il 1985, il 2012 e il più recente 2018. Ognuno con la sua personalità, ognuno con la sua genesi.
Partiamo dal mito fondativo. Gennaio 1985. Chi c’era se lo ricorda. Non fu una nevicata, fu L’evento. Per giorni l’Italia intera finì nel congelatore. A monte di tutto c’era un Vortice Polare letteralmente andato in pezzi. Tecnicamente, si verificò uno split del vortice stratosferico. Immaginate una trottola che gira vorticosamente sopra il Polo Nord tenendo confinato il gelo; a un certo punto, questa trottola si rompe in due o più lobi. Uno di questi nuclei gelidi, invece di restare a latitudini artiche, iniziò una discesa inesorabile verso sud.
La chiave di volta fu l’anticiclone delle Azzorre. Invece di starsene buonino in Atlantico, si spinse verso nord, fino all’Islanda e oltre, creando un muro invalicabile per le correnti miti oceaniche. Si formò quello che in gergo chiamiamo “blocco atlantico”. A est, sulla Russia europea, stazionava un anticiclone termico russo-siberiano, un gigante di aria gelida pellicolare, incollata al suolo. Tra queste due figure di alta pressione si aprì un’autostrada. Un corridoio diretto che risucchiò l’aria siberiana e la proiettò nel Mediterraneo dalla Porta della Bora e dalla Valle del Rodano. A Roma la neve cadde copiosa, asciutta, farinosa. La città si paralizzò. Le temperature crollarono ben sotto lo zero anche in pieno giorno. Fu un’apocalisse bianca che ridefinì il concetto di “inverno” per una generazione intera.
Poi, per anni, quasi nulla. Qualche fioccata coreografica, tanto nevischio, ma l’evento vero sembrava un ricordo sbiadito. Fino al Febbraio 2012.
Se l’85 fu violento e concentrato, il 2012 fu un assedio. Insomma, fu una questione di durata. La configurazione sinottica era da manuale di meteorologia dinamica: si formò il famigerato “Ponte di Weikoff”. In pratica, l’alta pressione azzorriana si allungò verso nord-est fino a dare la mano all’alta pressione siberiana. Si creò un ponte anticiclonico continuo dall’Atlantico agli Urali che bloccava tutto. Sotto questo ponte, lungo il suo bordo meridionale, scorrevano come su un nastro trasportatore masse d’aria gelida (aria continentale retrògrada, perché tornava indietro da est verso ovest) dirette verso l’Italia.
Il Mediterraneo, relativamente caldo, reagì con violenza a questo schiaffo gelido. Si formarono minimi depressionari profondi sul Tirreno che pomparono umidità sopra il cuscino freddo appena arrivato. Il risultato? Nevicate storiche non solo a Roma, ma su tutta l’Emilia Romagna, le Marche e l’Abruzzo. Nella Capitale la neve cadde a più riprese. Non fu solo una notte. Sembrava non finire mai. Le immagini del Colosseo sotto una coltre spessa fecero, come si dice oggi, il giro del web. Era un freddo diverso da quello dell’85, forse meno estremo nei picchi minimi in città, ma più persistente. Un vero inverno continentale trapiantato sul Tevere.
E arriviamo ai tempi moderni. Fine Febbraio 2018. In un’epoca ormai dominata dalle discussioni sul Riscaldamento Globale, il Burian bussò ancora alla porta. Questa volta l’innesco fu un potente Stratwarming, un riscaldamento stratosferico improvviso sopra il Polo Nord, registrato a metà mese. Questo fenomeno destabilizzò totalmente il Vortice Polare, che si divise. Un lobo siberiano, gelido, prese la via dell’Europa, ribattezzato dai media britannici “The Beast from the East”, la Bestia proveniente dall’Est.
La dinamica fu rapida. L’aria gelida entrò dalla porta della Bora, spazzando la Pianura Padana e tuffandosi nel Tirreno. A Roma la nevicata arrivò quasi a sorpresa per molti cittadini, tra la notte e la mattina di Lunedì 26 Febbraio. Una neve bellissima, secca, che attaccava istantaneamente su ogni superficie, anche sull’asfalto, proprio grazie alle temperature negative che accompagnavano la precipitazione. La città si svegliò bloccata, le scuole chiusero, i trasporti andarono in tilt. Durò poco, il tempo di un mattino magico, prima che il sole di fine inverno iniziasse a sciogliere l’incantesimo, ma fu una dimostrazione di forza notevole della natura. In effetti, ci ricordò che l’inverno, quello vero, può ancora mostrare i muscoli.
Questi eventi ci insegnano qualcosa. Ci dicono che anche in un pianeta che si scalda, la variabilità atmosferica può produrre estremi di segno opposto. Le configurazioni di blocco, quelle che portano il Burian, potrebbero paradossalmente diventare più frequenti proprio a causa di un Jet Stream più debole e ondulato, conseguenza del cambiamento climatico.
Non sappiamo quando il prossimo Burian deciderà di visitare il Cupolone. Potrebbero passare vent’anni, o magari potrebbe succedere il prossimo inverno. Quello che è certo è che, quando accadrà, Roma si fermerà di nuovo, sospesa in quel silenzio irreale che solo la neve sa regalare. E noi saremo lì, col naso all’insù, a guardare i fiocchi cadere, dimenticandoci per un attimo del traffico e dei problemi. (METEOGIORNALE.IT)
