(METEOGIORNALE.IT) C’è qualcosa di profondamente stonato, quasi una violazione delle regole non scritte della natura, quando l’inverno decide di fare un’irruzione violenta nel cuore della primavera. Aprile, si sa, è il mese del dolce dormire, dei primi tepori, insomma, della rinascita. Ma chi c’era, chi ha vissuto quella specifica settimana di trent’anni fa, sa che le cose possono andare diversamente. Molto diversamente.
Stiamo parlando dell’aprile 1991. Un periodo che rimane scolpito nella memoria meteorologica italiana come una cicatrice fredda. Non fu una semplice ondata di maltempo tardiva, di quelle che capitano. Fu un evento eccezionale per intensità e dinamica, culminato in un fenomeno che lascia sempre a bocca aperta: i temporali di neve.
Immaginate la scena. Siamo oltre la metà del mese, precisamente tra Mercoledì 17 e Giovedì 18 Aprile 1991. La Val Padana si era già scrollata di dosso il torpore invernale; gli alberi erano in fiore, la gente iniziava a mettere via i cappotti pesanti. E poi, il cielo cambiò colore. Non il solito grigio piombo, ma una tonalità strana, livida, che preannunciava qualcosa di grosso.
L’aria si fece improvvisamente tagliente. A Milano, come in molte altre città della pianura lombarda e piemontese, la pioggia iniziò a cadere con violenza. Ma la temperatura stava crollando a una velocità vertiginosa. In pochi minuti, le gocce si trasformarono. Divennero fiocchi enormi, pesanti, bagnati, di quelli che si attaccano a tutto. E mentre la città veniva imbiancata in pieno aprile, il cielo tuonava.
Il “tuono-neve”, o temporale nevoso, è una bestia rara. Richiede condizioni atmosferiche estreme, un’instabilità verticale pazzesca che solitamente associamo ai temporali estivi, ma in un contesto di temperature gelide. Sentire il boato del tuono mentre il paesaggio si veste di bianco è un’esperienza sensoriale che crea un corto circuito, diciamolo pure, surreale.
Ma cosa scatenò quel pandemonio? Non fu magia nera, ovviamente, ma una configurazione sinottica da manuale, seppur rarissima in quella stagione.
Tutto nacque da una poderosa colata di Aria Artica Marittima. Una massa d’aria gelida si staccò dalle latitudini polari, scivolò giù attraverso l’Europa occidentale e si gettò letteralmente nel Mediterraneo attraverso la Valle del Rodano. L’ingresso fu brutale.
Bisogna considerare che il suolo padano, a metà aprile, era già stato scaldato dal sole primaverile. Quando quell’aria gelida in quota transitò sopra i bassi strati più miti e umidi, l’atmosfera esplose. Si crearono moti convettivi violentissimi. Enormi nubi cumulonembi si svilupparono in altezza, e lo zero termico, la quota a cui la temperatura scende sotto zero, precipitò letteralmente fino al suolo.
Le cronache dell’epoca raccontano lo stupore e il disagio. Non fu solo una spolverata coreografica. In alcune zone dell’Emilia Romagna, specialmente a ridosso dell’Appennino, e nel basso Piemonte, si accumularono centimetri seri di neve. Bologna vide una nevicata storica per aprile. I danni all’agricoltura furono immensi; frutteti appena fioriti vennero bruciati dal gelo, un colpo durissimo per l’economia rurale.
A Milano, i tram faticavano a muoversi sotto la neve fradicia, e la gente guardava fuori dalle finestre, incredula, mentre i lampi illuminavano i fiocchi che cadevano fitti. Quell’evento del ’91 rimane un monito, in effetti, di quanto il clima possa essere capace di sbalzi estremi, un ricordo vivido di una primavera che decise, per due giorni, di essere più inverno dell’inverno stesso. (METEOGIORNALE.IT)

