(METEOGIORNALE.IT) Da decenni se ne parla, spesso con un misto di curiosità e incredulità. Eppure, passo dopo passo – millimetro dopo millimetro – l’Africa si sta davvero spaccando. Lentamente, sì, ma in modo inesorabile. E la conferma più recente arriva da un luogo inatteso: vecchi rilevamenti magnetici risalenti agli anni ’60, rimasti per anni dimenticati in archivi polverosi.
Rianalizzati con tecniche moderne e pubblicati sul Journal of African Earth Sciences, questi dati hanno gettato nuova luce su ciò che accade sotto i nostri piedi. Le registrazioni magnetiche della regione di Afar, in Etiopia, mostrano pattern – quasi codici a barre geologici – che raccontano l’inizio dell’espansione del fondale oceanico tra Africa e Arabia già decine di milioni di anni fa. E soprattutto rivelano che quel processo è ancora attivo, oggi, proprio ora.
Il geologo Peter Styles, della Keele University, lo ha detto con semplicità disarmante: “Il nostro pianeta è in costante movimento”. Sottinteso: ciò che consideriamo immutabile, i continenti, in realtà non lo è affatto.
Un continente che si apre come una cerniera
La frattura corre lungo la Rift Valley dell’Africa Orientale, un taglio tettonico di circa 4.000 miglia che dalla Giordania scende fino al Mozambico. Una spaccatura vasta dai 30 ai 40 miglia di larghezza, che gli scienziati paragonano alla zip di una giacca che si apre da nordest verso sudovest.
E come ogni frattura che si rispetti, non procede in silenzio: è accompagnata da eruzioni vulcaniche, terremoti, sollevamenti e sprofondamenti del suolo. In mezzo a tutto questo c’è l’area dell’Afar, uno dei luoghi più geologicamente vivaci del pianeta. Qui convergono tre grandi sistemi: il Mar Rosso, il Golfo di Aden e la Great Rift Valley etiope. Una tripla giunzione rarissima, quasi un laboratorio naturale a cielo aperto.
A giugno, uno studio pubblicato su Nature Geoscience ha portato un’altra rivelazione sorprendente: sotto l’Afar pulsa un pennacchio di mantello che si comporta “come un cuore che batte”. La geochimica Emma Watts, della Swansea University, ha mostrato come questi impulsi ascendenti cambino composizione chimica a seconda della velocità del rifting soprastante. Un dialogo continuo tra ciò che succede nei primi 50 chilometri di crosta e ciò che ribolle centinaia di chilometri più in basso.
Tempi geologici, ritmi umani
Naturalmente, tutto questo avanza con la calma maestosa dei processi profondi. A oggi, la separazione procede a una velocità compresa tra 5 e 16 millimetri all’anno nel settore settentrionale. Un ritmo quasi impercettibile per noi, ma estremamente rapido in termini geologici.
Watts lo ha ricordato con chiarezza: la vera divisione del continente richiederà milioni di anni. Non siamo davanti a un evento improvviso, ma a un’evoluzione lunga e complessa.
Quando il processo sarà compiuto, la porzione occidentale del continente unirà Paesi come Egitto, Algeria, Nigeria, Ghana e Namibia. La parte orientale, quella destinata a formare un nuovo micro-continente, includerà Somalia, Kenya, Tanzania, Mozambico e una parte significativa dell’Etiopia. Nel mezzo, la frattura continuerà ad aprirsi attraversando grandi laghi come il Malawi e il Turkana, destinati a diventare embrioni del futuro oceano.
In effetti, è difficile immaginare un cambiamento così imponente nell’arco di una vita umana. Ma, a ben guardare, la Terra non si ferma mai. E questa lenta apertura racconta, ancora una volta, che ciò che percepiamo come eterno non è altro che un fotogramma nell’infinito film del pianeta.




