L’origine africana delle ondate di calore più devastanti
In entrambi i casi – e in molte altre ondate recenti – l’origine è la stessa: masse d’aria caldissime provenienti dal Sahara, sospinte verso il cuore dell’Europa meridionale da anticicloni subtropicali africani. Questi sistemi, in presenza di particolari configurazioni atmosferiche, si espandono verso Nord e danno origine a sistemi stazionari ad altissimo geopotenziale.
Qui entra in gioco un concetto fondamentale per capire il meteo estremo: la heat dome, ovvero una cupola di alta pressione che imprigiona l’aria negli strati bassi dell’atmosfera, la comprime e ne impedisce la dispersione. Il risultato? Una fornace a cielo aperto, dove il calore si accumula giorno dopo giorno, aumentando progressivamente la temperatura massima, e impedendo anche il raffrescamento notturno.
Quando la ventilazione peggiora tutto
In condizioni normali, una brezza marina o un vento da nord potrebbero mitigare la calura. Ma in questi casi, accade l’esatto opposto. Le correnti discendenti dai rilievi, o i venti provenienti da aree interne aride, accentuano la compressione dell’aria. Un meccanismo simile all’effetto foehn, che fa schizzare le temperature verso valori record, e riduce drasticamente l’umidità.
In sostanza, l’atmosfera agisce come una pressa termica: schiaccia l’aria al suolo, la scalda per attrito e la asciuga, trasformando intere regioni in forni a cielo aperto.
Le regioni più colpite
Gli effetti più drammatici si concentrano su Grecia, Italia meridionale, Spagna sud-orientale e Turchia interna. Queste zone, già naturalmente calde, diventano epicentri di calore record in presenza di tali configurazioni bariche.
Nel 2017, una stazione meteo nei pressi di Atene registrò 48°C, mentre in SICILIA, vicino a Siracusa, si raggiunsero i 48,8°C nel 2021, un valore che sfiora il record assoluto europeo. Anche la Spagna meridionale, tra Andalusia e Murcia, superò i 47°C, e in Turchia, l’Anatolia centrale divenne un’enorme lastra rovente.
Eppure, ci sono zone dove la situazione potrebbe essere anche peggiore, ma i dati a disposizione sono limitati. Mi riferisco al Mediterraneo orientale: Libano, Israele, Siria, Cipro, costa egiziana, dove la prossimità con i deserti interni come il Negev e il Sinai, unita a reti di monitoraggio meno capillari, fa pensare a una sottostima degli impatti reali.
Meteo del futuro: i 50°C non sono più un’ipotesi remota
Il timore più diffuso tra i climatologi è che questi eventi, oggi considerati eccezionali, diventino più frequenti, più lunghi, e ancora più intensi. E in parte, questo sta già accadendo. Le simulazioni più aggiornate, anche quelle pubblicate su Nature Climate Change e nei report dell’IPCC, mostrano una tendenza netta all’innalzamento delle temperature estreme nel bacino del Mediterraneo, un’area definita hotspot climatico globale.
Secondo l’AEMET, l’Agenzia Meteorologica Nazionale spagnola, il traguardo dei 50°C non è più irrealistico. Durante una grande ondata di calore in Spagna, gli scienziati dell’istituto dichiararono che, in presenza di bassa umidità, cielo sereno e ventilazione discendente, il superamento dei 50°C nelle aree interne era statisticamente possibile, anche se non si verificò in quell’occasione.
Ma ciò che non è accaduto allora, potrebbe accadere presto. E non sarà un’anomalia, ma un nuovo standard estremo con cui dovremo fare i conti.