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      Home » A Gennaio, picco di freddo invernale. Il peggiore dell’inverno
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      A Gennaio, picco di freddo invernale. Il peggiore dell’inverno

      Federico De Michelis
      Federico De Michelis
      Pubblicato: 12/12/2024
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      5 Min Lettura
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      C’è una controversia di teorie nel trovare una spiegazione sugli inverni più miti che stiamo vivendo negli ultimi dieci anni. In prima fila si pone, ovviamente, il cambiamento climatico, che ha portato a un aumento delle temperature. Alcune stime indicano che questa crescita sia stata, nell’ultimo decennio, di circa 0,2 °C. Un recentissimo studio ha evidenziato che un incremento di 0,1 °C è attribuibile al fenomeno di El Niño, che ha interessato gran parte del 2023 e del 2024, riscaldando una vasta area dell’Oceano Pacifico. Il Met Office ha annunciato che nel 2025 avremo un calo della temperatura media globale per effetto di La Niña.

       

      Allo stesso tempo, però, le temperature globali degli oceani e dei mari sono aumentate. In diverse zone si registrano, tuttora, ondate di calore marino. Lo stesso Mar Mediterraneo, durante l’estate del 2024, ha registrato ondate di calore marino estremamente prolungate e, attualmente, mantiene temperature sopra la media. Queste condizioni sono in grado di produrre sistemi nuvolosi estremamente piovosi e di provocare alluvioni anche durante l’inverno.

       

      Un altro elemento correlato agli inverni più miti è l’aumento delle temperature nelle regioni polari, in particolare al Polo Nord. Tuttavia, si osserva che, nonostante il riscaldamento, il freddo estremo non è scomparso. In Siberia, ad esempio, si è verificato un aumento delle temperature, ma il fenomeno rimane limitato: qui la colonnina di mercurio scende ancora fino a -60 °C. Insomma, il freddo persiste.

       

      La mitezza climatica è particolarmente evidente alle medie latitudini, dove probabilmente mancano le correnti favorevoli al freddo persistente durante la stagione invernale. Tuttavia, esistono eccezioni. In alcune zone del nostro emisfero, alle nostre latitudini, si registrano inverni rigidi o ripetute ondate di gelo, mentre in Europa queste condizioni sono state meno frequenti o limitate a fenomeni locali.

       

      L’Italia, ad esempio, non registra un’ondata di gelo invernale significativa dal gennaio 2017. Ci fu però un episodio rilevante tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2018, di intensità persino maggiore rispetto a quella del 2017. Un altro evento eccezionale risale al febbraio del 2012.

       

      Individuare le cause esatte è molto complesso. È ragionevole pensare che esistano fluttuazioni climatiche legate al cambiamento climatico, che riducono la frequenza delle ondate di freddo in Europa e in Italia. L’Europa, rispetto al Nord America, registra meno episodi di freddo intenso. Negli Stati Uniti, ad esempio, le correnti provenienti da nord-ovest portano il gelo dal Canada, mentre in Europa prevalgono correnti oceaniche meno rigide.

       

      In Europa, il gelo arriva da nord, nord-est o est, dalla Siberia. In assenza di queste configurazioni, il clima europeo rimane decisamente più mite rispetto a quello del nord-est americano. Anche il nord-ovest americano risente delle influenze oceaniche, simili a quelle europee. Tuttavia, mentre in Europa prevale la calda Corrente del Golfo, nel nord-ovest americano scorre una corrente fredda da nord verso sud, che giustifica le temperature più basse in alcune località come San Francisco.

       

      Fare paragoni con altri continenti non è costruttivo. Bisogna analizzare cosa riduca il freddo in Europa. È possibile che il fenomeno sia temporaneo e legato a una fluttuazione climatica. Il cambiamento climatico globale, infatti, non spiega completamente la diminuzione delle ondate di gelo in Europa. Questa rimane la spiegazione più plausibile, considerando che molti studi pubblicati su riviste scientifiche si contraddicono a vicenda.

       

      Recentemente, uno studio ha suggerito che l’aumento delle temperature nell’ultimo decennio sia legato a una diminuzione dell’albedo, causata dalla riduzione della nuvolosità bassa sugli oceani. Questo fenomeno avrebbe intensificato l’effetto del sole, contribuendo a un incremento di 0,2 °C.

       

      Tutti questi studi, comunque, forniscono spiegazioni, ma non certezze. L’unica certezza è data dalle condizioni atmosferiche che viviamo. Le previsioni a medio e lungo termine devono essere sempre confermate, soprattutto quelle a lungo termine. Con dicembre, generalmente, si chiude l’influenza meteorologica dell’autunno, mentre gennaio introduce condizioni decisamente più invernali in tutto il nostro emisfero, che si protraggono fino a febbraio. Pertanto, è prematuro affermare che l’inverno 2024-2025 sia già terminato. Il meteo di gennaio 2025 sarà pià freddo rispetto a quello che avremo in tutto il dicembre 2024.

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