Il Turkmenistan vuole chiudere le porte dell'Inferno

Il Turkmenistan vuole chiudere le porte dell'Inferno

Spesso ci concentriamo sul piccolo mondo che ci circonda e ci dimentichiamo delle problematiche che affliggono i popoli a livello mondiale. Il Turkmenistan è un paese di circa sei milioni di abitanti situato nell’Asia centrale. In questi giorni il presidente, Gurbanguly Berdymukhamedov, ha espresso la decisione di voler chiudere un importante fonte di gas naturale nota in tutto il mondo e diventata anche un’attrazione turistica.

Molte persone, soprattutto provenienti dalle nazioni dell’Asia centrale, si recano presso il cratere di Darvaza per osservare quelle che sono note come “ le porte dell’inferno “. Si tratta di una sorgente di gas naturale che brucia incessantemente ma risulta nel complesso sicura, è infatti possibile avvicinarsi e riprenderla senza pericoli.

Le ragioni che hanno portato il presidente del paese a prendere questa decisione si avvalgono di motivazioni ecologiche e problematiche di carattere economico.

Un’altra importante motivazione, e forse la più sentita dallo stato, riguarda le potenzialità della riserva di gas naturale che potrebbero essere utilizzate per produrre energia e non per fini turistici . In questi paesi, infatti, l’influenza del turismo sul PIL nazionale è ancora esigua, soprattutto se paragonata alle nazioni occidentali. Secondo Gurbanguly Berdymukhamedov lo stato del Turkmenistan sta perdendo importanti risorse che invece potrebbero essere usate per il benessere del paese e del popolo.

Le porte dell’inferno sono un centro geologico noto in tutto il mondo, oltre che a geologi e scienziati esperti del settore. Si trova a circa 260 chilometri a nord della capitale Ashgabat . Si tratta di un cratere di dimensioni notevoli con una larghezza di 60 metri e una profondità massima di 20 metri.

Secondo quanto riportato da alcuni giornali locali, questo cratere di gas naturale continuamente attivo nacque nel 1971 quando dei geologi di origine russa danneggiarono una caverna contenente gas naturale causandone il collasso. Questo sito si trova nel deserto di Karakum e da quel momento è diventato un punto di ritrovo che affascina centinaia di persone. L’idea originaria era quella di piazzare una piattaforma per la ricerca di petrolio ma il piano non andò a buon fine. Fortunatamente l’incidente non causò morti e i feriti non furono tanti. È possibile che più persone siano morte a causa dell’inalazione dei gas ma i dati riportati dallo Stato a questo riguardo sono stati esigui.

Nonostante i tentativi dei russi di sanare il danno, il gas continua a bruciare tutt’ora . Questa non è la prima volta in cui si cercano di spegnere le così dette porte dell’inferno: il primo tentativo fu fatto proprio dai russi che cercarono di bruciare tutto il gas per evitare si diffondesse ovunque. La quantità di gas presente però era evidentemente eccessiva e il tentativo fu presto abbandonato. Lo stesso Berdymukhamedov ordinò di estinguere il cratere nel 2010 ma anche in questo caso la sua volontà non si tramutò in realtà.

Nel 2013 un coraggioso esploratore, George Kourounis, fu il primo a calarsi nel cratere . Grazie ad un finanziamento del National Geographic Kourounis entrò nelle porte dell’inferno e ne uscì sano e salvo dopo aver raccolto delle rocce provenienti dal punto più profondo. Queste ultime furono attentamente analizzate da ricercatori e scienziati e furono individuati dei batteri che non erano presenti nel terreno vicino, ma solo all’interno del cratere. Questa notizia sorprendente, portata alla ribalta dal National Geographic, ha aumentato ancora di più il numero di turisti che si recano ogni anno in questo sito.