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      Home » La perdita dell’ozono atmosferico causerà un’estinzione di massa
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      La perdita dell’ozono atmosferico causerà un’estinzione di massa

      L’aumento delle temperature causò, 360 milioni di anni fa, l’estinzione di gran parte della vita terrestre. Dovrebbe farci riflettere per il futuro?

      Rita Abis
      Rita Abis
      Pubblicato: 15/06/2020
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      3 Min Lettura
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      Uno studio dell’Università di Southampton, pubblicato su Science Advances, porta alla luce un evento di 359 milioni di anni fa molto simile ai giorni nostri.

      Atmosfera, Credits iStockPhoto

      A quanto pare, accadde un evento di estinzione di massa, e la causa fu proprio una temporanea erosione dell’ozono atmosferico, che scherma la Terra dai raggi ultravioletti.

      Uno spiraglio molto inquietante sul futuro del nostro Pianeta, fortemente segnato dal riscaldamento globale.

       

      Stando alle più recenti interpretazioni, quella avvenuta alla fine del Periodo Devoniano, 359 milioni di anni fa, sarebbe da considerare una fase di graduale perdita della biodiversità, che vide sparire il 60% degli esseri viventi. In base allo studio, a rendere il pianeta inospitale sarebbe stata l’eccessiva perdita dell’ozono atmosferico, dovuta al riscaldamento terrestre, alla fine di un’era glaciale.

       

      Le temperature aumentarono molto velocemente, causando la continua fusione delle piattaforme glaciali e un rialzo delle temperature, e che immisero nell’alta atmosfera gas capaci di distruggere l’ozono. Venuto a mancare lo scudo protettivo, la Terra rimase esposta ad alti livelli dannosi di raggi UVB, per diverse migliaia di anni.

       

      I ricercatori che hanno raccolto campioni di roccia dalle regioni montuose di Groenlandia e Bolivia, in aree che nel tardo Devoniano si trovarono rispettivamente vicino all’equatore e al Polo sud, e li hanno poi dissolti in acido fluoridrico per liberare le microscopiche spore in esse incastonate.

      L’analisi al microscopio di questo antenato del polline, liberato da piante simili a felci che ancora non avevano né semi e né fiori, ha rivelato la presenza di strane spine sulla superficie delle spore.

      Secondo gli scienziati, è esattamente in quel modo che le piante reagirono ai danni inferti dai raggi UVB. Tante di quelle spore avevano, inoltre, pareti pigmentate, cioè una specie di “abbronzatura” protettiva, dovuta agli altissimi livelli di raggi ultravioletti.

       

      Ciò che è accaduto allora, potrebbe accadere ancora, grazie alla crisi climatica accelerata dalle attività dell’uomo. Come spiega John Marshall, geologo e palinologo (la palinologia è la materia che studia il polline), a capo dello studio: “Le stime attuali suggeriscono che raggiungeremo temperature globali simili a quelle di 360 milioni di anni fa, con la possibilità che un simile collasso dello strato di ozono capiti nuovamente, esponendo la superficie e i bassi fondali marini a radiazioni letali”.

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      TAG:ambienteatmosferabiologiabiologia evoluzionisticaevoluzioneglobal warmingGreenpeaceinquinamentoOzonopianetaraggi UVBricercariscaldamento globalesalutescienzaTerra
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