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Dimenticatevi le cartoline innevate, il naso rosso per il gelo e quel silenzio ovattato che solo l’inverno artico sa regalare. In Islanda, quest’anno, Babbo Natale avrebbe fatto meglio a presentarsi in maniche di camicia piuttosto che con la classica pelliccia rossa. Sembra assurdo, quasi una provocazione meteorologica, ma il Natale del 2025 passerà agli annali per un motivo che nessuno, fino a pochi anni fa, avrebbe osato immaginare: un caldo – passatemi il termine, assolutamente fuori da ogni logica.

 

Siamo abituati a pensare a queste latitudini come al regno incontrastato del freddo, eppure i dati parlano chiaro. A Seyðisfjörður, un piccolo gioiello incastonato nell’est dell’isola, la vigilia di Natale ha fatto registrare una temperatura massima di 19,8°C. Sì, avete letto bene. Non è un errore di battitura dei sensori, ma il nuovo record nazionale assoluto per il mese di Dicembre. È un valore che straccia il precedente primato – che resisteva dal 2019 con 19,7°C, e che ci costringe a riscrivere le statistiche.

 

Non si tratta di un caso isolato, un errore del sistema insomma. Anche nella vicina Bakkagerði, alle prime luci dell’alba del 25 Dicembre, la colonnina di mercurio ha sfiorato i 19,7°C. Per darvi un metro di paragone: stiamo parlando di valori che sarebbero gradevoli in un pomeriggio di maggio in Italia, ma che lassù, nel cuore della notte polare, suonano come un campanello d’allarme assordante. In genere, in questo periodo, la media climatologica viaggia ben al di sotto dello zero; trovarsi con un’anomalia di oltre 20 gradi è qualcosa che lascia interdetti anche i meteorologi più esperti.

 

Una configurazione sinottica eccezionale

Ma cosa sta succedendo esattamente nei cieli sopra l’Atlantico? La colpa, o il merito, se odiate il freddo, è di una configurazione a “blocco” (in gergo tecnico un blocco di tipo Rex) che ha letteralmente stravolto la circolazione atmosferica. Un flusso impetuoso di aria subtropicale marittima ha risalito l’oceano, puntando dritto verso nord e investendo in pieno l’Islanda, le Isole Faroe e spingendosi persino verso le Svalbard.

A questo fiume d’aria mite si è aggiunto un fattore locale determinante: l’effetto Föhn. Quando i venti impattano sui rilievi e scendono sul versante opposto, si comprimono e si riscaldano drasticamente. È stato proprio questo meccanismo a far schizzare i termometri a quasi 20°C nei fiordi orientali. Il risultato? Niente “bianco Natale”. La neve si è sciolta rapidamente o, in molte zone, non si è proprio vista, lasciando spazio a un paesaggio brullo e bagnato che ricorda più un autunno scozzese che un inverno islandese.

 

Reykjavik sotto la pioggia

Anche nella capitale la situazione è surreale. A Reykjavík, chi sperava di scartare i regali guardando i fiocchi cadere è rimasto deluso: pioggia battente e vento forte sono stati i protagonisti, con temperature inchiodate tra gli 8°C e i 9°C. Ben lontani, insomma, dalla media di 1°C di massima e -4°C di minima tipica del periodo. I servizi meteo locali hanno descritto queste giornate come “molto poco natalizie”, con strade allagate invece che ghiacciate.

Questo evento, per quanto eccezionale, si inserisce in un quadro che conosciamo fin troppo bene. Vedere cadere un record di caldo in pieno inverno artico, superando il precedente di appena un decimo di grado, è la conferma di una tendenza ormai innegabile. Gli estremi termici verso l’alto stanno diventando sempre più frequenti e intensi, ridisegnando la geografia del clima che credevamo immutabile.

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