A APRILE 2025, secondo i dati pubblicati dal NOAA Physical Sciences Laboratory, oltre il 22% dell’oceano globale era soggetto a ondate di calore marine. In particolare, l’Atlantico nordorientale – quello che si affaccia sull’Europa – stava registrando temperature superficiali eccezionalmente alte, fino a 4 °C sopra la media stagionale. E con lui anche il Mar Mediterraneo, sempre più spesso collegato a questi squilibri termici.
Non è una coincidenza se nel GIUGNO 2023, come riporta uno studio su Frontiers in Marine Science, una MHW (Marine Heatwave) ha investito l’Atlantico nordorientale, arrivando a lambire le coste francesi e influenzando il clima dell’Europa occidentale. Si è trattato di un evento di breve durata – 16 giorni – ma intensissimo, che ha riscaldato anche il Mare del Nord e il Mediterraneo occidentale. L’Italia settentrionale ha sperimentato in quel periodo anomalie meteo fuori stagione, come notte tropicali anticipate e umidità persistente.
L’Italia, climaticamente parlando, è strettamente collegata alla stabilità delle correnti dell’Atlantico, e in particolare alla cosiddetta AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation). Questa corrente oceanica agisce come un termostato naturale per il clima europeo. Ma c’è un problema: si sta indebolendo.
Secondo una ricerca pubblicata su Nature Communications, la probabilità di un collasso dell’AMOC entro il 2057 è aumentata notevolmente. L’Italia potrebbe non trovarsi direttamente sull’Atlantico, ma le ripercussioni sarebbero enormi. Un rallentamento o collasso della circolazione equivarrebbe, in termini pratici, a una ridistribuzione globale dell’energia: il Nord Europa si raffredderebbe, il bacino del Mediterraneo si riscalderebbe ulteriormente, e il clima italiano diventerebbe sempre più subtropicale.
Un’altra pubblicazione recente su Geophysical Research Letters mette in guardia sull’affidabilità di certi modelli predittivi: i segnali di collasso potrebbero essere falsi allarmi. Ma la comunità scientifica resta cauta, proprio perché i dati osservati – come la perdita di salinità e l’aumento dell’acqua dolce – sono reali e provengono, in buona parte, dal disgelo della Groenlandia.
E qui si apre un’altra porta inquietante. La Groenlandia, nel 2024, ha perso “solo” 55 ± 35 Gt di ghiaccio – un dato sorprendentemente basso, come riportato dal National Snow and Ice Data Center, dovuto a un’estate anomala con forti nevicate. Ma questa pausa non deve trarre in inganno. Tra il 2016 e il 2021, la calotta glaciale ha accumulato oltre 900 milioni di metri cubi di crepacci, segno di un processo di destabilizzazione in atto.
Per l’Italia, questo significa più acqua dolce nei mari del Nord Atlantico, quindi un AMOC più debole, e dunque estate più calde, autunni più instabili, e un progressivo spostamento delle piogge. In altre parole, un Mediterraneo sempre più africano.
Secondo una ricerca pubblicata su Communications Earth & Environment, le ondate di calore marine nell’Atlantico tropicale si sono moltiplicate di oltre cinque volte in meno di quarant’anni. E questi eventi stanno risalendo, attraverso le correnti e le teleconnessioni atmosferiche, fino al nostro bacino.
Nel 2022 e nel 2023, l’Italia ha registrato temperature marine superiori di 2–3 °C rispetto alla norma, con effetti su biodiversità, pesca, e perfino sulla stabilità delle masse d’aria che alimentano i temporali estivi.
Il Mare Adriatico e il Tirreno sono entrati più volte nella categoria “ondata di calore marina severa”, secondo le classificazioni del NOAA. Questo influisce sulla stratificazione termica delle acque, riduce l’ossigeno disponibile e altera la sopravvivenza di numerose specie, in particolare quelle usate nell’acquacoltura italiana, come mitili e orate.
Il caso del Brasile, dove nell’estate del 2020 si è registrato un evento di sbiancamento del 85% dei coralli pietrosi a Rio do Fogo (fonte: Frontiers in Marine Science), dovrebbe farci riflettere. Non è più un fenomeno limitato alle barriere coralline tropicali: lo stesso Mar Ligure ha mostrato sintomi di stress termico sugli habitat bentonici.
E anche il clima non perdona. Le ondate di calore marine interferiscono con la formazione di piogge e temporali, creando situazioni di stasi atmosferica, che portano a periodi di siccità seguiti da eventi meteo estremi.
Il “blob atlantico” non è un episodio passeggero, ma un segnale profondo di trasformazione climatica globale, che tocca anche l’Italia. Con una frequenza quintuplicata degli eventi rispetto al 1982, come documentato su Nature Reviews Earth & Environment, e un’intensità crescente, le ondate di calore marine sono ormai parte del nostro meteo quotidiano.
Il nostro Paese, crocevia di correnti mediterranee e influenze atlantiche, non può restare a guardare. L’anomalia termica atlantica si sta facendo sistema, e il meteo italiano ne è uno dei bersagli più sensibili.