Meteo, BURAN: il Gelo che ha sepolto Roma nel '56 ci riprova
Il Buran, vento gelido originario delle steppe siberiane, rappresenta un fenomeno meteo estremo che raggiunge l’Italia solo in circostanze atmosferiche eccezionali e altamente specifiche.
La sua formazione richiede una combinazione unica di fattori barici e dinamiche di trasporto d’aria , resa ancor più rara dal contesto del riscaldamento globale.
L’ingresso del Buran nel Mediterraneo è legato alla formazione di un ponte barico tra l’anticiclone delle Azzorre e quello russo-siberiano , noto come “ ponte di Wejkoff “.
Questo schema si verifica quando l’alta pressione atlantica si estende verso la Scandinavia, saldandosi con l’anticiclone termico russo, creando un corridoio che canalizza l’aria artico-continentale (–50°C all’origine) verso l’Europa meridionale. Contemporaneamente, una bassa pressione mediterranea agisce da richiamo, accelerando il flusso retrogrado delle correnti gelide attraverso i Balcani e l’Adriatico .
Il viaggio di queste masse d’aria – lungo circa 4.000 km – dura tipicamente 5-7 giorni, durante i quali mantengono temperature fino a –20°C a 1.500 metri di quota. La sopravvivenza del gelo durante il transito dipende da venti nordorientali sostenuti (50-70 km/h), che evitano il ristagno e il conseguente riscaldamento adiabatico .
Al raggiungimento della Penisola, il Buran si manifesta come Bora rinforzata, con raffiche che innescano crolli termici repentini (10-15°C in 24 ore) e fenomeni di blizzard lungo le coste .
Localmente, l’efficacia dell’irruzione si misura attraverso tre parametri chiave: cieli sereni per la dispersione radiativa del calore, venti moderati/forti da NE per prevenire inversioni termiche , e umidità residua sufficiente a generare nevicate diffuse.
Le aree più esposte includono il Nord-Est italiano (Veneto, Friuli-Venezia Giulia) e il versante adriatico centrale (Marche, Abruzzo) , dove si registrano accumuli storici come i 90 cm di neve a Milano nel 1985 o i –23°C in Pianura Padana nello stesso episodio.
Eventi emblematici come quelli del febbraio 1956 (–14°C a Roma), gennaio 1985 e febbraio 2012 (neve fino in Sicilia) dimostrano la potenza distruttiva di queste configurazioni . Tuttavia, dall’inizio del XXI secolo si osserva una drastica riduzione della frequenza, con solo quattro episodi significativi registrati (2005, 2012, 2018, 2023), tutti di durata limitata (3-7 giorni).
Il riscaldamento globale incide su due fronti: da un lato riduce l’intensità dell’anticiclone russo-siberiano, fondamentale per generare il freddo “pellicolare” ; dall’altro altera le correnti a getto, rendendo meno probabile la persistenza del ponte di Wejkoff .
Le proiezioni climatiche indicano un’ulteriore diminuzione del 60% nella probabilità di tali eventi entro il 2050 , pur non escludendo completamente episodi localizzati.
L’ultima manifestazione degna di nota risale al febbraio 2023, quando un’ondata di Buran ha portato –20°C in Val Padana e imbiancato le coste adriatiche con fiocchi fini tipici delle tormente siberiane .
Tuttavia, le analisi meteorologiche attuali non evidenziano condizioni favorevoli per un ritorno nel breve termine, confermando la crescente eccezionalità di questi fenomeni nel contesto meteo climatico contemporaneo.
