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Quando parliamo di “memoria muscolare”, spesso ci riferiamo a fenomeni biologici diversi senza una piena comprensione dei termini. Ad esempio, la capacità di andare in bicicletta dopo anni senza praticarlo o suonare una melodia al pianoforte nonostante le lezioni siano terminate da bambini, sono spesso attribuiti alla memoria muscolare. Tuttavia, questi esempi rientrano più precisamente nella categoria della memoria motoria.

 

La memoria motoria si sviluppa attraverso l’apprendimento di azioni che implicano movimento, come pedalare, pattinare o nuotare. Durante questo processo, le coordinate necessarie per eseguire l’azione vengono codificate nel cervello. Anche dopo periodi di inattività, siamo in grado di recuperare queste informazioni e ricordare come eseguire l’azione, spesso in modo subconscio.

 

Nel 1967, i psicologi Paul Fitts e Michael Posner hanno teorizzato che l’apprendimento motorio si divide in tre fasi: cognitiva, associativa e autonoma. Inizialmente, dobbiamo concentrarci intensamente sui movimenti che stiamo facendo, ma con il tempo questi diventano automatici. Studi più recenti hanno utilizzato tecniche di imaging avanzate per osservare le varie fasi dell’apprendimento motorio nel cervello, evidenziando come diverse regioni cerebrali vengano attivate in momenti diversi fino a quando l’abilità non viene completamente assimilata.

 

La persistenza di queste memorie, anche in presenza di danni ad altre memorie, ha suscitato grande interesse scientifico. Ricerche hanno mostrato che, ad esempio, musicisti affetti da malattia di Alzheimer possono dimenticare i propri familiari ma sono ancora capaci di suonare musica complessa, dimostrando una formazione diversa delle memorie motorie rispetto ad altri tipi di memoria.

 

Uno studio del 2022 ha investigato questa differenza, scoprendo che i topi, nell’apprendere a recuperare pellet di cibo, formavano nuove connessioni neurali contemporaneamente in due parti del cervello: la corteccia motoria e lo striato dorsolaterale, coinvolto nella formazione di comportamenti abituali. Questi percorsi neurali, una volta stabiliti, offrono vie ridondanti per il controllo dell’azione, il che potrebbe spiegare la durata della memoria motoria.

 

Inoltre, sono state osservate modifiche strutturali nel cervello. Ad esempio, nei violinisti professionisti, la parte della corteccia dedicata alla mano sinistra, che esegue movimenti complessi, risulta essere più grande della media.

 

Passando alla memoria muscolare nel contesto dell’allenamento fisico, si riferisce alla capacità dei muscoli di “ricordare” l’allenamento precedente. Durante l’allenamento per la costruzione muscolare, il corpo aggiunge nuove cellule ai muscoli bersaglio. Studi recenti, come una revisione del 2019, hanno dimostrato che queste cellule non vengono perse anche se la massa muscolare non viene mantenuta attivamente attraverso l’esercizio continuato.

 

Lawrence M. Schwartz, professore all’Università del Massachusetts Amherst, ha concluso che la perdita apoptotica dei nuclei durante l’atrofia muscolare non è supportata dai dati. Ciò suggerisce che, una volta acquisiti, questi nuclei aggiuntivi rimangono in riserva, facilitando la rapida rigenerazione della massa muscolare precedentemente acquisita.

 

In conclusione, mentre la memoria motoria è un processo centrato sul cervello, la memoria muscolare nel contesto dell’allenamento riflette una capacità fisica dei muscoli di conservare e ricordare gli allenamenti precedenti, facilitando la loro rigenerazione.

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