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Perché non torniamo sulla Luna: tutta la verità

Non siamo «incapaci» di tornare sulla Luna. La storia spaziale dice qualcosa di più banale: dopo il 1972 è sparita, così risulta ufficialmente, la

Non siamo «incapaci» di tornare sulla Luna. La storia spaziale dice qualcosa di più banale: dopo il 1972 è sparita, così risulta ufficialmente, la motivazione politica capace di sostenere un programma tanto costoso quanto rischioso, e per decenni nessuno ha più stanziato risorse paragonabili a quelle di Apollo. Adesso si sta tornando. Ma con obiettivi diversi, e con regole di sicurezza e di bilancio statate molto più strette. In effetti, in quelli anni, si badava poco ai conti pubblici, ovunque, e ne sappiamo qualcosa anche in Italia.

Cosa è successo davvero dopo il 1972

Tra il 1969 e il 1972 gli Stati Uniti hanno portato dodici persone sulla superficie lunare, in sei allunaggi, da Apollo 11 ad Apollo 17. L’ultimo è stato appunto Apollo 17, nel dicembre 1972. Non c’è alcun mistero scientifico dietro quella data: parliamo di un fatto documentato da campioni di roccia, fotografie, misure laser sui riflettori lasciati sul suolo e decine di missioni robotiche successive che hanno ripreso quei siti dall’orbita lunare.

Il programma non è stato fermato perché «la tecnologia era troppo vecchia», né perché «non si poteva più fare». È stato fermato perché aveva già raggiunto lo scopo per cui era stato finanziato. Insomma, perché è così difficile tornare sulla Luna?

La motivazione di Apollo non era esplorare la Luna

Apollo nasce come progetto di Guerra Fredda. Nel 1961 Kennedy chiese di battere l’URSS sulla Luna entro la fine del decennio: obiettivo di prestigio e di dimostrazione tecnologica, non piano scientifico a lungo termine. Quando Apollo 11 toccò il suolo, quella corsa era vinta. L’URSS non inviò mai cosmonauti sulla superficie. A quel punto il Congresso e due amministrazioni presidenziali cominciarono a tagliare il bilancio NASA già dal 1967, mentre gli USA partecipavano a guerre ne Mondo. Ci fu un impennata di programmi sociali che furono avviate, oltre altre priorità interne. Apollo 18 e Apollo 19 vennero cancellati per risparmiare e spostare risorse verso lo Space Shuttle.

Lo Smithsonian National Air and Space Museum descrive le operazioni Apollo esclusivamente come programmi di competizione e non di scienza, aspetto che invece attualmente è obiettivo neil ritorna nel nostro satellite. Raggiungo l’obiettivo di superiorirtà, gli USA abbandonarono la dispersione di danaro.

Non è tecnologia obsoleta, sono soldi e priorità

Nel picco del 1966 la NASA assorbiva circa il 4,4% del bilancio federale statunitense. Oggi siamo intorno allo 0,35-0,5%. La ricostruzione della Planetary Society sui documenti presentati al Congresso quantifica il costo di Apollo tra il 1960 e il 1973 in 25,8 miliardi di dollari dell’epoca, pari a circa 309 miliardi in dollari 2025. Includendo le sonde lunari robotiche si arriva a circa 338 miliardi attuali. Tre dollari su cinque, in quegli anni, finivano nel programma lunare.

Non è un dettaglio contabile, quella spesa equivaleva a una mobilitazione da tempo di guerra: decine di migliaia di dipendenti NASA, centinaia di migliaia di addetti presso gli appaltatori, linee di produzione del Saturn V aperte e attive. Quando il bilancio è crollato, quelle linee sono state chiuse. E un’industria del 1969 non si «riaccende» come si riaccende un computer, anche perché mai più saranno spese risorse economiche simili per programmi della NASA. Gli storici della space policy, da Pace a Logsdon, lo ripetono da anni: il mondo non è più in una corsa esistenziale, non c’è motivo di spendere come in una guerra; ci siamo fermati, e poi abbiamo dimenticato.

Perché la tecnologia di oggi non semplifica il problema

L’argomento «allora avevano computer primitivi, oggi molti smartphone hanno potenza di calcolo maggiore. Il computer di guida Apollo era all’avanguardia per il 1960: aveva poca memoria rispetto a uno smartphone, certo, ma il lavoro difficile non è fare calcoli, era far funzionare insieme un razzo, uno scudo termico, un modulo di allunaggio e un sistema di supporto vitale, in un ambiente dove un errore uccide l’equipaggio.

I vincoli fisici, poi, sono rimasti identici: 384.000 chilometri di distanza, nessuna atmosfera utile per frenare l’allunaggio, gravità pari a un sesto di quella terrestre, polvere abrasiva, sbalzi termici enormi, radiazione solare e cosmica, comunicazioni in ritardo. Metà dei tentativi di allunaggio robotico nella storia è fallita. Anche negli anni Venti di questo secolo atterrare resta un’impresa, come ha ricordato il caso del lander Athena, arrivato sul suolo lunare in posizione inclinata.

Va detta anche un’altra cosa, il Saturn V non si può semplicemente ricostruire: materiali, norme ambientali, catene di fornitura e standard di qualifica sono cambiati, e il razzo andrebbe riprogettato e riqualificato da zero. Per questo NASA e industria stanno sviluppando sistemi nuovi, non fotocopie del 1969. E poi la tolleranza al rischio è impennata. Apollo 1 uccise tre astronauti a terra, Apollo 13 sfiorò il disastro: all’epoca il prezzo politico di quel rischio veniva accettato, perché la posta in gioco era battere i sovietici. Oggi un incidente grave potrebbe chiudere il programma. I sistemi moderni nascono con margini, ispezioni e simulazioni che Apollo non aveva. Questo allunga i tempi e alza i costi: non è incompetenza, è un cambio di standard di sicurezza, con costi elevatissimi.

Dopo Apollo la scienza lunare non si è fermata

Non siamo «andati via» dalla Luna in senso scientifico. Per decenni hanno volato orbiter e lander: Lunar Reconnaissance Orbiter, GRAIL, LADEE, le missioni cinesi Chang’e, l’indiana Chandrayaan, la giapponese SLIM, i lander commerciali del programma CLPS. Hanno mappato il suolo a risoluzione metrica, individuato ghiaccio d’acqua nei crateri polari perennemente in ombra, misurato il campo gravitazionale. Abbiamo studiato la Luna in ambito scientifico a costo inferiore e senza rischio di vite umane. Ecco perché, a bilancio ridotto, le agenzie hanno preferito i robot. Nel frattempo la competizione si è riaperta su nuovi fronti, come mostrano i piani cinesi per un allunaggio con equipaggio entro il 2030.

Perché adesso è di nuovo un’impresa complessa

Il ritorno in corso con Artemis, che non sarà una replica dell’Apollo. Le missioni degli anni Sessanta atterravano vicino all’equatore per pochi giorni, piantavano una bandiera e tornavano. Artemis punta al polo sud lunare, dove c’è ghiaccio, dove il Sole resta basso, il terreno è accidentato e nelle zone perennemente in ombra le temperature scendono sotto i -200°C. Anche i rischi geologici del sito sono studiati da tempo, come nel caso dei terremoti lunari nelle aree candidate all’allunaggio. L’obiettivo dichiarato dalla NASA non è ripetere il 1969, ma costruire una presenza sostenibile, fare scienza migliore e usare la Luna come banco di prova per Marte.

Tutto questo richiede lander nuovi, tute nuove, habitat, logistica, partner internazionali e commerciali. Costa meno di Apollo in dollari corretti per l’inflazione, però si fa con una frazione del bilancio relativo e senza la mobilitazione degli anni Sessanta. Il risultato è un programma più lento, con slittamenti e sforamenti documentati anche dall’Inspector General NASA. I calendari dei programmi verso la Luna sono stati spostati più volte: lo si vedeva bene quando l’allunaggio era annunciato per il 2027.

Il quadro aggiornato è questo. Artemis I, senza equipaggio, ha volato nel 2022. Artemis II è partita il 1° aprile 2026 con quattro astronauti a bordo e ha completato con successo il primo sorvolo umano della Luna dopo mezzo secolo, con ammaraggio nel Pacifico dieci giorni più tardi. A febbraio 2026 la NASA ha però rivisto l’architettura del programma: Artemis III, prevista nel 2027, non porterà nessuno sul suolo lunare e servirà a collaudare in orbita terrestre bassa i sistemi critici, compresi i lander commerciali. Il primo allunaggio umano slitta ad Artemis IV nel 2028, con l’ambizione di arrivare poi a una missione di superficie all’anno, con l’allunaggio dell’uomo.

In sintesi

La conclusione di storici e analisti di policy spaziale converge su un punto solo. Non abbiamo smesso di andare sulla Luna perché fosse diventato impossibile. Abbiamo smesso perché, vinta la corsa, nessuno era più disposto a pagare quel prezzo con quella urgenza. Quando volontà politica e risorse sono tornate – in forma più limitata, con standard più alti e obiettivi più ambiziosi – il programma è ripartito. È lento proprio perché non è più una guerra, non c’è più la Guerra Fredda.

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