Alluvione lampo tra Tibet e Nepal: cosa ha innescato la colata
Al valico di Gyirong e nel distretto di Rasuwa il fiume Bhote Koshi è esploso in pochi secondi: diversi glaciologi ora escludono il terremoto e puntano il dito contro il collasso improvviso di un ghiacciaio sospeso.
Un muro di acqua, fango, ghiaccio e roccia che scende lungo la valle. Sono le immagini riprese dalle telecamere al valico di Gyirong, nel Tibet cinese, e poi lungo il corso del Bhote Koshi, nel distretto nepalese di Rasuwa. Syapru Besi e Timure che sono state investite in pieno. Un’alluvione lampo trasformata quasi subito in colata di fango e detriti, con una violenza che nella regione non si vedeva da anni: per il Nepal è uno degli eventi più gravi dal terremoto del 2015.
Il bilancio, va detto, è ancora in movimento, e le fonti non coincidono. Meglio non inseguire cifre che cambiano di ora in ora. Questa è l’ennesima tragedia che ha colpito un’area di transito molto frequentata.
Soccorsi complicati dal terreno, prima ancora che dal meteo
Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato il massimo sforzo per le operazioni di ricerca. Sul terreno, però, ogni cosa lavora contro i soccorritori. C’è il meteo avverso. Ma soprattutto ci sono i detriti, che in alcuni punti raggiungono 1,5 metri di spessore, e il timore di una seconda ondata: a monte resterebbe uno sbarramento ancora attivo, e uno sbarramento naturale non è mai una struttura stabile. Gli elicotteri, in diverse zone, non riescono nemmeno ad atterrare. Ponti, strade, impianti idroelettrici e lo stesso porto di frontiera di Gyirong sono stati devastati, con conseguenze che si sentiranno per mesi su un corridoio commerciale già fragile di suo.
Cosa l’ha innescata
La prima ipotesi ufficiale parlava di un terremoto di magnitudo 4.4 registrato in Tibet alle 8.37 ora locale, a 10 chilometri di profondità. Quella scossa, o quantomeno il segnale sismico associato, è reale: nessuno lo mette in dubbio. Il punto è un altro, ed è tecnico, diversi glaciologi sostengono che non si tratti di un terremoto tettonico classico, bensì del crollo stesso della massa del ghiacciaio che ha generato il segnale registrato dai sismografi. Questo rende forse idea della grandezza dell’evento.
Kristen Cook, dell’Università di Grenoble, ha analizzato i sismogrammi: l’evento ha le caratteristiche di un mass wasting, ovvero di un movimento di massa in caduta, frana o valanga che sia, e non quelle di un sisma. Una differenza che cambia completamente la causa del disastro.
Il ghiacciaio spezzato con una linea quasi retta
Dan Shugar, dell’Università di Calgary, descrive che un ghiacciaio che scorreva su una scogliera a circa 5.200 metri di quota si è spezzato con una linea quasi retta ed è precipitato per oltre un chilometro fino al fondovalle. Confrontando le immagini satellitari di ieri e di oggi, i ghiacciai vicini hanno perso molta neve nell’arco di sole ventiquattro ore.
Da qui l’ipotesi più accreditata. Lo scioglimento avrebbe iniettato acqua liquida nel letto del ghiacciaio, lubrificando il contatto con la roccia sottostante e facendolo collassare di schianto. La massa di ghiaccio e roccia avrebbe poi ostruito il Lhende Khola, per rilasciare subito dopo un’onda improvvisa, oppure si sarebbe trasformata direttamente in colata detritica. Due meccanismi diversi, un esito identico a valle.
Vale la pena ricordare che nessun modello matematico di previsione meteorologica può vedere in anticipo il cedimento di una massa di ghiaccio sospesa. I modelli matematici simulano l’atmosfera, non la meccanica della roccia e del permafrost. Per quello servono monitoraggio satellitare continuo, reti sismiche e sistemi di allerta locali.
Non è un caso isolato
La stessa area di Gyirong aveva già subito un glacial lake outburst flood, in sigla GLOF, l’8 luglio 2025. Un anno e poco più, nella stessa valle, sullo stesso fiume, con la stessa dinamica di partenza: acqua accumulata in quota che si libera tutta insieme.
L’Himalaya si sta scaldando più in fretta della media globale, e questo produce due effetti che si sommano. Da un lato ghiacciai sempre più instabili, con laghi effimeri che si formano sulla superficie del ghiaccio e spariscono nel giro di settimane. Dall’altro precipitazioni monsoniche più concentrate, capaci di scaricare in poche ore quantitativi di pioggia che una volta si distribuivano su giorni interi, come si è visto con i violenti cloudbursts tra Pakistan e India. La copertura nevosa dell’intera catena, del resto, ha già toccato minimi che preoccupano gli enti di ricerca, e persino nella zona dell’Everest il comportamento dei ghiacciai sta cambiando rispetto a quanto si osservava un tempo.
Non è un problema esclusivamente asiatico, tra l’altro. Dinamiche analoghe, in scala ridotta, riguardano i ghiacciai delle Alpi italiane e persino gli ultimi ghiacci tropicali dell’Asia. Cambiano le quote e le latitudini, non la fisica.
Credit
- The 8 July 2025 catastrophic flood at Rasuwagadhi in Nepal – AGU, Eos, The Landslide Blog
- Glacial Lake Outburst Floods – ICIMOD
- Glacial lakes and GLOFs in a warming Himalaya-Karakoram region – npj Natural Hazards, Nature
- High frequency of moraine-dammed lake outburst floods driven by global warming – Nature Communications
