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Il peggiore inquinamento atmosferico di cui nessuno parla

Il Bulletin of the Atomic Scientists riapre un dossier accantonato da trent'anni: forze armate, industrie belliche e guerre producono centinaia di milioni di tonnellate di CO₂ che nessun trattato obbliga oggi a dichiarare.

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Il Bulletin of the Atomic Scientists – la rivista fondata nel 1945 dagli scienziati che avevano costruito la bomba atomica, oggi custode dell’Orologio dell’Apocalisse – ha appena pubblicato un’analisi approfondita su uno dei punti ciechi più grandi della contabilità climatica globale: le emissioni militari e belliche. Un argomento già affrontato in altre occasioni, un tema spinoso che i negoziati climatici internazionali hanno sistematicamente evitato per trent’anni. Qui proviamo a guardarlo in faccia, senza scorciatoie.

Il punto cieco istituzionale: come i militari sfuggono alla contabilità

Tutto inizia con una data: il 1997. Quando fu firmato il Protocollo di Kyoto, gli Stati Uniti ottennero un’esenzione esplicita per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale. Quella concessione, pensata come misura temporanea per garantire l’adesione americana, è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambio di stagione politica.

Il risultato è che le emissioni militari globali non vengono riportate in modo standardizzato, non vengono verificate da terzi e in molti casi non vengono nemmeno misurate. I militari di molti paesi non sono obbligati a dichiarare le proprie emissioni nei rapporti nazionali all’UN Climate Change (UNFCCC), la convenzione quadro delle United Nations sul clima. Non perché quelle emissioni non esistano, ma perché decenni di lobbying militare e realpolitik diplomatica le hanno rese invisibili alla contabilità climatica globale. Va detto: un inventario nazionale dei gas serra vale quanto valgono le sue esclusioni, e questa è l’esclusione più pesante di tutte. Il paradosso è evidente proprio ora, mentre il Riscaldamento Globale accelera in modo documentato e ogni tonnellata contabilizzata diventa materia di trattativa.

Quanto emettono i militari in tempo di pace

Prima ancora di arrivare alle guerre, il quadro in tempo di pace è già significativo. La spesa militare globale ha raggiunto 2.400 miliardi di dollari nel 2023: un aumento del 6,8% in termini reali rispetto al 2022, il più ripido aumento anno su anno dal 2009. Quella spesa include la produzione di armamenti, l’addestramento delle forze, le esercitazioni, il mantenimento delle basi e la logistica globale, tutto alimentato da combustibili fossili in quantità enormi. Acciaio, cemento, alluminio, cherosene: la filiera della difesa è tra le più intense dal punto di vista energetico che si conoscano. E i mezzi militari non badano di certo a ridurre le emissioni di gas nocivi sia alle persone che al clima.

Le forze armate statunitensi – le più grandi e meglio documentate al mondo – emettono circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno nelle operazioni di pace: più dell’intera impronta di carbonio di paesi come Portogallo o Svizzera. Il Pentagono è il più grande consumatore istituzionale di petrolio al mondo, e non da oggi.

Per l’Europa, il riarmo accelerato dopo il 2022 ha ulteriormente aumentato queste cifre, con acquisti massicci di aerei da guerra, carri armati, sistemi missilistici e munizioni, tutta produzione ad alta intensità energetica, quasi interamente dipendente dai combustibili fossili. E ogni velivolo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, un effetto radiativo che il traffico aereo conosce bene e che raramente entra nei conteggi ufficiali.

La guerra come amplificatore: Ucraina, Gaza, Iran

Ed è quando scoppia la guerra che le emissioni esplodono, in tutti i sensi. Ucraina: ne avevamo parlato, il bilancio di carbonio di un anno di guerra ammonta a oltre 97 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente: la metà dell’impronta di carbonio annuale dell’intera Ucraina in tempo di pace. Le categorie principali sono la ricostruzione degli edifici residenziali (28,4 milioni di tonnellate), la ricostruzione delle infrastrutture (20,3), gli incendi sul fronte e nelle aree occupate (20), le fughe di metano dai gasdotti Nord Stream (14,6), il consumo di carburante e munizioni militari. La ricostruzione del paese risulterà probabilmente in ulteriori 73 milioni di tonnellate metriche di CO₂ equivalente.

Nord Stream. Una stima di 465.000 tonnellate metriche di metano fu rilasciata quando i gasdotti Nord Stream 1 e 2 furono sabotati nel settembre 2022, equivalenti a circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, tre volte le emissioni annuali dell’Albania nel 2024. Il metano, ricordiamolo, scalda molto più dell’anidride carbonica sul breve periodo: un rilascio concentrato in pochi giorni pesa sul sistema climatico in modo sproporzionato.

Gaza. Un team di ricercatori guidati da Ben Neimark ha stimato che le emissioni della fase di conflitto aperto hanno superato 1,3 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente entro gennaio 2025. Includendo la mobilitazione pre-bellica e la ricostruzione post-bellica, le emissioni di questa guerra potrebbero raggiungere 33 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.

Iran. La guerra USAIsraele contro l’Iran, iniziata nel febbraio 2026, ha incluso decine di attacchi alle infrastrutture fossili iraniane, tra cui un attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo, che ha causato la chiusura dell’impianto. Le emissioni associate non sono ancora state quantificate con precisione, ma la distruzione di infrastrutture energetiche su questa scala produce inevitabilmente rilasci massicci di gas, incendi industriali e perdite di metano.

Il problema della misurazione: perché è davvero una “mission impossible”

Il titolo del Bulletin non è provocatorio, è onesto. Misurare le emissioni militari è genuinamente difficile, per ragioni che vanno oltre la volontà politica.

Le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi, la ricostruzione si estende per anni. Le metodologie di calcolo differiscono tra i ricercatori: alcuni usano approcci bottom-up, cioè contano ogni singola sorgente, altri top-down, basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas. La classificazione militare copre molti dati operativi e rende impossibile la verifica indipendente. E c’è il problema del doppio conteggio delle riduzioni: la guerra distrugge industrie e riduce l’attività economica, ma quelle riduzioni non compensano le emissioni dirette del conflitto.

La dimensione geopolitica: chi paga il conto climatico della guerra

C’è una questione di giustizia climatica che il Bulletin solleva con chiarezza. Le emissioni belliche, prodotte da una manciata di potenze militari che si scontrano direttamente o per procura, ricadono sull’atmosfera globale come tutte le altre. Le popolazioni più vulnerabili al cambiamento climatico – quelle che non partecipano alle guerre ma ne subiscono le conseguenze ambientali indirette – pagano un prezzo che nessun trattato di pace ha mai messo a bilancio. È lo stesso squilibrio che emerge ogni volta che si guarda a quanto poco resta del budget di carbonio disponibile.

Il caso più simbolico è quello ucraino: la Russia, responsabile delle emissioni belliche più massive del conflitto, potrebbe teoricamente dover affrontare richieste di riparazioni climatiche. Un rapporto del 2024 stimava una potenziale climate reparations bill russa di 30 miliardi di euro per il solo conflitto ucraino. Nessun meccanismo internazionale esiste per farlo valere.

Cosa chiedono i ricercatori

Le raccomandazioni del Bulletin convergono su tre punti. L’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali UNFCCC, inclusi i conflitti in corso e non soltanto le operazioni di pace. La creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi. L’integrazione delle emissioni da ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti, che rappresentano storicamente la quota più grande del bilancio totale.

Nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. La COP30 di Belém, novembre 2025, non ha prodotto alcun impegno su questo fronte.

Una nota finale: il conflitto armato come feedback climatico

C’è una dimensione di questa storia che chiude un cerchio con altri temi già affrontati. Lo studio pubblicato su PNAS sul legame tra variabilità climatica e conflitti armati aveva mostrato il modo in cui siccità, stress idrico e crisi alimentari aumentano la probabilità di conflitti nelle regioni vulnerabili. Oggi aggiungiamo la direzione inversa: i conflitti producono emissioni che accelerano il cambiamento climatico, che produce più siccità e stress idrico, che aumenta la probabilità di nuovi conflitti. Un anello che si richiude su se stesso, esattamente come gli altri meccanismi di retroazione che avvicinano il sistema ai punti di non ritorno.

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