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Il Mare d’Aral settentrionale rinasce. Tornano le acque

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
04 Apr 2026 - 07:59
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Cambiamento climatico
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Mare d’Aral che torna a vivere

(METEOGIORNALE.IT) C’è qualcosa di quasi incredibile, in questa storia. Il Mare d’Aral settentrionale, citato per decenni nei manuali di ecologia come il simbolo più eloquente del disastro ambientale provocato dall’uomo, sta recuperando. Non in maniera spettacolare, non come nei film dove tutto si risolve in un epilogo rassicurante, ma concretamente, con i numeri e con i pesci che tornano a nuotare dove per anni c’era solo sabbia.

Vale la pena raccontarlo per bene.

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Il collasso di un mare che sembrava definitivo

Negli anni Sessanta, l’Unione Sovietica decise di deviare i due grandi fiumi che alimentavano il bacino, l’Amu Darya e il Syr Darya, per irrigare enormi distese di cotone e riso in Asia Centrale. La logica produttivistica del regime non lasciava spazio a calcoli ecologici: serviva acqua, si prendeva l’acqua. Fine della discussione.

Le conseguenze arrivarono in fretta e furono brutali. Il livello del mare scese di decine di metri, la salinità esplose, i pesci sparirono. Le imbarcazioni rimasero incagliate nella sabbia, a chilometri dalla nuova riva. Le città costiere si ritrovarono nel mezzo di un deserto e le tempeste di polvere, cariche di sale e residui di pesticidi, cominciarono a fare danni alla salute di chi ancora ci viveva. Entro i primi anni Duemila, il bacino aveva perso circa il 90 per cento del proprio volume rispetto agli anni Sessanta, lasciando dietro di sé più di 54.000 chilometri quadrati di territorio desertificato.

Per un lungo periodo, in effetti, sembrava non ci fosse nulla da fare.

 

La diga che ha cambiato le cose

Il Kazakhstan ha scelto di non rassegnarsi, almeno per la porzione settentrionale del bacino. Nel giugno 2001, il governo kazako e la Banca Mondiale hanno firmato il progetto ufficialmente denominato “Syr Darya Control and Northern Aral Sea Phase 1”, completato nell’estate del 2005: un intervento da circa 86 milioni di dollari, di cui 64,5 milioni finanziati dalla Banca Mondiale. Il cuore dell’opera è la diga di Kok-Aral, una struttura lunga circa 13 chilometri che separa il bacino settentrionale dal resto del mare prosciugato, trattenendo le acque del Syr Darya e impedendo che defluiscano verso il grande specchio d’acqua ormai irrecuperabile del sud.

I risultati, diciamolo, hanno sorpreso anche gli esperti più cauti. Il volume d’acqua nel Mare d’Aral settentrionale ha raggiunto 22,1 miliardi di metri cubi, rispetto ai 18,9 miliardi registrati all’inizio del 2022; la superficie si è espansa fino a 3.065 chilometri quadrati, con un aumento di 111 chilometri quadrati in due anni.

La salinità, che era diventata incompatibile con quasi qualsiasi forma di vita acquatica, è scesa da circa 18 grammi per chilogrammo a 10 grammi per chilogrammo, un dato che ha permesso il ritorno di specie ittiche che sembravano perdute per sempre. Un fenomeno simile alla rinascita di altri grandi laghi in crisi nel mondo, seppur con dinamiche diverse.

 

Tornano anche i pesci. Il mare che torna a vivere

Tra il 1957 e il 1987, le catture annuali erano crollate da 48.000 tonnellate a zero. Con la costruzione della diga di Kok-Aral, la salinità si è stabilizzata e i pesci sono tornati: nel 2018, le quote di pesca erano già risalite a 8.200 tonnellate, un aumento del 600 per cento rispetto al 2006. Oggi le catture annuali si attestano intorno alle 8.000 tonnellate, con 22 specie ittiche presenti nel bacino. Non è la ricchezza di un tempo, ma è concreta, è reale, è lavoro.

Il livello del mare ha raggiunto i 42 metri previsti dal progetto, e la superficie dell’acqua è quasi raddoppiata rispetto al periodo peggiore. L’aumento ha anche invertito i flussi migratori della popolazione locale, con le persone che sono tornate nella regione e hanno ripreso le attività tradizionali.

Non mancano le criticità, va detto. Il bacino meridionale, quello che ricade prevalentemente in Uzbekistan, è ancora in uno stato drammatico. E il recupero del nord rimane parziale rispetto alle dimensioni originarie.

 

Il cantiere aperto

Il Kazakhstan non si è fermato. Nel 2024, sono stati reindirizzati verso il Mare d’Aral settentrionale 2,6 miliardi di metri cubi d’acqua, contro gli 816 milioni di metri cubi del 2022. In parallelo, il governo ha avviato uno dei più grandi progetti di rimboschimento della regione, con la piantumazione di alberi di saxaul su centinaia di migliaia di ettari di fondale prosciugato, con l’obiettivo di raggiungere 1,1 milioni di ettari complessivi, per stabilizzare il suolo e ridurre le tempeste di polvere tossica. Con il supporto di un finanziamento della Banca Mondiale, è in corso uno studio di fattibilità per innalzare la diga di Kok-Aral di due metri e costruire una nuova struttura idraulica, con l’obiettivo di portare il volume del Mare d’Aral settentrionale a 35 miliardi di metri cubi.

Insomma, la storia non è finita. È, semmai, in corso.

Il volume del Mare d’Aral settentrionale è quasi raddoppiato nell’arco di vent’anni. La salinità è scesa, i pesci sono tornati, le comunità hanno ritrovato una prospettiva economica. È un caso concreto di come interventi mirati, finanziamenti internazionali e cooperazione regionale possano invertire tendenze che sembravano irreversibili. Non una soluzione perfetta, ma una direzione. E in certi momenti, anche solo una direzione è già tutto.

 

Credit: (METEOGIORNALE.IT)

  • Focus on Geography – Ecological restoration and economic recovery in Kazakhstan’s Northern Aral Sea region
  • Copernicus/HESS – Consequences of the Aral Sea restoration for its present physical state
  • The Times of Central Asia – Hope for the Northern Aral Sea as restoration efforts continue
  • InDepthNews – From Crisis to Comeback: The Aral Sea’s Recovery
  • The Astana Times – Kazakhstan, World Bank Advance Northern Aral Sea Restoration Efforts
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Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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