
(METEOGIORNALE.IT) Questo processo, già evidente a inizio febbraio, può aprire scenari rilevanti per la circolazione emisferica tra la seconda metà del mese e l’inizio di marzo, con implicazioni per Stati Uniti, Canada ed Europa.
Vortice Polare: perché conta davvero
Quando parliamo di Vortice Polare ci riferiamo a una vasta circolazione ciclonica che domina l’inverno dell’emisfero nord, estendendosi dalla troposfera fino alla stratosfera. La sua intensità e la sua struttura determinano se l’aria gelida artica resta confinata alle alte latitudini oppure riesce a scendere verso le medie latitudini, alimentando irruzioni fredde più o meno durature.
In una configurazione forte, il vortice è compatto e centrato sul Polo, con un flusso zonale intenso che trattiene il freddo in area artica. Al contrario, quando il vortice si indebolisce, si deforma o si divide, aumentano le probabilità di distacchi di lobi freddi verso Europa, Nord America e Asia.
Il riscaldamento stratosferico di febbraio 2026: cosa sta accadendo
In questo avvio di febbraio 2026 i segnali di indebolimento sono evidenti: calano i venti zonali alle alte quote, il vortice perde simmetria e tende ad allungarsi. Il nucleo freddo mostra una crescente predisposizione a spostare parte della massa d’aria verso il Nord America e, in seconda battuta, verso l’Eurasia, favorendo un pattern emisferico più ondulato e scambi meridiani più pronunciati.
Il cuore dell’evento è concentrato intorno ai 10 hPa, dove si osserva la formazione di un robusto anticiclone stratosferico (spesso definito “anti-vortice”) in grado di inserirsi tra due lobi ciclonici e favorire una scissione della struttura. Le anomalie termiche in stratosfera risultano marcate, con incrementi di diverse decine di gradi rispetto alla climatologia.
Va però ricordato che non sempre, nelle prime fasi, si registra una piena inversione dei venti zonali a 60°N e 10 hPa, condizione tipica per classificare un Major Sudden Stratospheric Warming: la dinamica è forte, ma la sua efficacia troposferica va valutata passo passo.

Perché gli effetti non sono immediati: il “disaccoppiamento” sul Nord America
Un punto chiave è che la stratosfera non “comanda” automaticamente la troposfera. In questa fase, una porzione del vortice sul Nord America appare parzialmente decoupled, cioè disaccoppiata dai bassi strati: un getto molto teso e un assetto barico particolare possono agire come uno “scudo”, ritardando la propagazione verso il basso del segnale stratosferico.
Prima risposta troposferica: Nord America più reattivo, Europa più lenta
Nei primi 5–10 giorni successivi al massimo del warming, la risposta tende a essere più netta sul Nord America, dove possono comparire saccature fredde più profonde e contrasti più marcati tra settori occidentali e orientali del continente.
In Europa, invece, la reazione iniziale può risultare più smorzata, con il serbatoio freddo maggiormente concentrato tra Baltico, Scandinavia e Russia, mentre l’Atlantico continua a spingere sistemi perturbati verso l’ovest del continente.
La variabile decisiva: la MJO
In questo scenario entra in gioco la Madden–Julian Oscillation (MJO), una grande onda convettiva tropicale capace di modulare la disposizione delle onde planetarie e quindi l’assetto del getto alle medie latitudini. In determinate fasi, la MJO può favorire un’anomalia anticiclonica sul Nord Pacifico, alterando lo schema classico post-warming e contribuendo a un’evoluzione meno lineare, con un dipolo termico anomalo sul continente nordamericano.
Europa: cresce la probabilità di una fase più fredda nella seconda metà di febbraio
Se il disturbo stratosferico riuscirà a propagarsi verso la troposfera e l’influenza della MJO tenderà ad attenuarsi, aumentano le probabilità che nella seconda metà di febbraio la circolazione europea diventi più ondulata, con un possibile abbassamento del fronte polare e un incremento della frequenza di impulsi freddi verso l’Europa centrale e parte dell’Europa occidentale.
Questo non implica automaticamente gelo diffuso, ma una maggiore variabilità e la possibilità di episodi invernali anche a cavallo tra fine febbraio e inizio marzo.
La chiave delle prossime settimane
Il punto decisivo sarà capire quanto rapidamente e quanto efficacemente il disturbo stratosferico riuscirà a propagarsi verso il basso, cambiando il regime barico alle medie latitudini. Per questo i prossimi aggiornamenti su onde planetarie, flussi di calore e stato del Vortice Polare saranno determinanti per valutare se l’inverno 2025/2026 potrà ancora riservare sorprese significative anche sull’Europa.
Credit: questo articolo è stato realizzato analizzando i dati dei modelli matematici ECMWF e Global Forecast System del NOAA, ICON, AROME, UKMO per le previsioni meteorologiche. (METEOGIORNALE.IT)
