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Il giorno in cui il Mediterraneo scomparve prima dell’apocalisse

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
17 Feb 2026 - 18:11
in A La notizia del giorno, Magazine
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Il giorno in cui il Mediterraneo fuggì: l’apocalisse del 365 d.C.

(METEOGIORNALE.IT) Tutto iniziò con un silenzio innaturale, uno di quei momenti in cui la natura sembra trattenere il respiro prima di un urlo lacerante. Era l’alba del 21 Luglio 365 d.C. e il mondo antico, che pure era abituato ai capricci della terra, non poteva immaginare cosa stesse per accadere. Lungo le sponde di Alessandria, sulle coste della Grecia e della Libia, il Mare fece qualcosa di inconcepibile. Semplicemente, se ne andò. Si ritirò con una velocità che lasciò i testimoni dell’epoca pietrificati, svelando segreti che erano rimasti sepolti sotto i flutti per millenni.

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Immaginate la scena, se ci riuscite. I pescatori che si preparavano per la giornata di lavoro si ritrovarono a fissare un abisso asciutto, dove navi imponenti erano rimaste incagliate nel fango come giocattoli abbandonati da un bambino distratto. Pesci d’ogni tipo si dibattevano tra le alghe e i relitti di antichi naufragi emergevano alla luce del sole, quasi fossero segreti vergognosi trascinati a forza fuori dall’oscurità. Per circa quaranta minuti, regnò una calma spettrale, interrotta solo dai gridi di chi, incuriosito o forse avido, si avventurò su quel nuovo terreno per raccogliere ciò che il Mare aveva lasciato. Fu un errore fatale, diciamolo chiaramente. Perché l’acqua non se n’era andata per sempre. Stava solo prendendo la rincorsa.

Quando il Mare tornò, non fu una marea gentile. Fu il Maremoto definitivo. Un muro d’acqua, uno Tsunami che secondo le ricostruzioni moderne raggiunse i 30 metri di altezza, si abbatté con una violenza che definire divina non era, per i contemporanei, un’esagerazione retorica. Interi quartieri di Alessandria furono cancellati in un istante. I porti, cuore pulsante dell’economia del Mediterraneo, vennero letteralmente polverizzati. Decine di migliaia di persone, forse addirittura cinquantamila nella sola Egitto, persero la vita in pochi, terribili minuti.

 

La testimonianza di Ammiano Marcellino e il terrore della fine

Lo storico romano Ammiano Marcellino, uno che di battaglie e massacri ne aveva visti parecchi, descrisse l’evento nelle sue Res Gestae. Le sue parole, nel Libro 26, trasudano ancora oggi un terrore palpabile. Scrisse che il Mare sembrava “fuggito in preda al terrore”, per poi tornare con una “furia divina” che non lasciava scampo. Era un linguaggio vivido, quasi apocalittico, necessario perché all’epoca non esisteva alcun quadro scientifico capace di spiegare una simile catastrofe. Non c’erano sismografi, non c’erano mappe delle faglie tettoniche. C’era solo l’evidenza di una terra che tremava e di un’acqua che uccideva.

Le onde percorsero quasi 1.000 chilometri, colpendo non solo l’Egitto, ma anche l’Italia meridionale, la Dalmazia e la Spagna. Ad Alessandria, la forza dell’urto fu tale da strappare blocchi di pietra pesanti più di due tonnellate dalle fondamenta, depositandoli sopra le mura della città. È un dettaglio che fa riflettere sulla potenza cinetica in gioco, insomma, parliamo di una forza che ridicolizza qualsiasi opera ingegneristica umana.

I cronisti cristiani del tempo, come Giovanni Crisostomo, non persero l’occasione per leggere l’evento attraverso la lente della fede. Per loro, il Terremoto non era un fenomeno geologico, ma un giudizio severo. Si organizzarono preghiere di massa, i sinodi ecclesiastici registrarono giorni di penitenza e digiuni collettivi furono proclamati per placare l’ira dell’Onnipotente. In un’epoca di grandi transizioni religiose e politiche, un disastro di tale portata veniva interpretato come un segnale inequivocabile. La terra stessa stava protestando contro i peccati degli uomini, o almeno così si voleva credere per dare un senso a un dolore altrimenti inaccettabile.

 

Tra divinità pagane e il signore delle acque

Mentre i cristiani pregavano, in altre parti dell’impero si cercavano risposte in divinità più antiche. In Egitto, la colpa del disastro venne attribuita a Seth, il dio del caos, e a Sobek, il signore delle acque dal corpo di coccodrillo. Si racconta che a Luxor e Karnak i sacerdoti celebrarono riti propiziatori per un intero anno, sacrificando bestiame e bruciando incenso in quantità tali da oscurare il cielo. Cercavano di negoziare con le forze primordiali, sperando che il sangue dei sacrifici potesse saziare la fame della terra.

I Greci, dal canto loro, sussurravano il nome di Poseidone. Il “fustigatore della terra”, come lo chiamava Omero, aveva colpito ancora. Non era solo una questione di superstizione, ma un modo per mappare psicologicamente un trauma che aveva ridefinito il paesaggio. Perché la verità è che quel Terremoto del 365 d.C. non cambiò solo la storia, cambiò la geografia. L’isola di Creta, che fu l’epicentro di questo cataclisma, subì un sollevamento tettonico impressionante. In alcuni punti, la linea di costa si alzò di ben 9 metri. Ancora oggi, se camminate lungo le spiagge occidentali dell’isola, potete vedere i segni dell’antico livello del mare rimasti “sospesi” sulla roccia, testimoni muti di quel lunedì di sangue.

 

La meccanica di un mostro geologico

Ma cosa accadde davvero, dal punto di vista scientifico, in quel fatidico Luglio? Gli studi condotti negli ultimi decenni, in particolare quelli dell’Università di Cambridge, hanno fatto luce su un meccanismo spaventoso. L’epicentro fu localizzato sotto il fondale marino a sud di Creta, lungo quello che oggi chiamiamo l’Arco Ellenico. Si tratta di una zona di subduzione, un punto in cui la placca africana scivola sotto quella egea. In genere, questi movimenti avvengono lentamente, pochi millimetri l’anno, ma a volte la tensione accumulata si scarica tutta in una volta.

Quel giorno, la faglia si spezzò per una lunghezza di oltre 100 chilometri. Si stima che la magnitudo del Terremoto sia stata superiore a 8.5 della scala Richter, rendendolo uno degli eventi sismici più potenti mai registrati nell’intera storia del Mediterraneo. L’energia rilasciata fu equivalente a migliaia di bombe atomiche, e il sollevamento del fondale marino spinse verso l’alto un’enorme massa d’acqua. Fu quella massa a dare origine allo Tsunami, una serie di onde che attraversarono il bacino centrale con la velocità di un aereo di linea.

È interessante notare come la conformazione del fondale abbia giocato un ruolo cruciale. Il Mediterraneo orientale è profondo e costellato di trincee, il che ha permesso all’onda di mantenere la sua energia per lunghe distanze. Quando l’acqua raggiunse i bassi fondali davanti ad Alessandria, la sua velocità diminuì ma la sua altezza crebbe a dismisura, trasformandosi nel mostro descritto dai sopravvissuti. Non c’era modo di prevederlo, e diciamolo, anche oggi con tutta la nostra tecnologia, i tempi di allerta per un evento così vicino alla costa sarebbero ridottissimi.

 

L’impatto sul destino dell’Impero Romano

L’apocalisse del 365 d.C. non fu solo un disastro naturale, fu un colpo durissimo alla stabilità dell’Impero Romano. In un periodo in cui le frontiere iniziavano a scricchiolare sotto la pressione delle migrazioni barbariche, dover gestire la ricostruzione di intere province fu un onere quasi insopportabile. Il costo economico fu immane. I porti distrutti significavano meno commerci, meno tasse, meno rifornimenti per le legioni.

C’è poi un aspetto psicologico che spesso gli storici sottovalutano. Per i cittadini romani, l’impero era l’ordine contro il caos, la civiltà contro la barbarie. Vedere che la natura poteva annientare una metropoli come Alessandria in un mattino d’estate mise in crisi l’idea stessa di invulnerabilità imperiale. Se nemmeno le mura della città potevano resistere all’acqua, cosa restava di solido nel mondo? Fu un’erosione della fiducia collettiva che contribuì, insieme a mille altri fattori, al declino di quel sistema di potere che aveva dominato per secoli.

Ancora oggi, gli archeologi continuano a trovare tracce di quel giorno. Sotto le acque del porto moderno di Alessandria, riposano i resti del quartiere reale di Cleopatra, sommerso proprio a causa dei lenti cedimenti del terreno accelerati da eventi catastrofici come questo. È un monito silenzioso, una lezione che tendiamo a dimenticare: viviamo su una terra che è viva, che respira e che, ogni tanto, decide di cambiare posizione.

 

Una minaccia che dorme, ma non è morta

Molti si chiedono se un evento del genere possa ripetersi. La risposta, purtroppo, è sì. La geologia non ha data di scadenza. L’Arco Ellenico continua ad accumulare energia e il Riscaldamento Globale, pur essendo un fenomeno diverso, ci ricorda quanto siamo vulnerabili all’innalzamento del livello del mare. Certo, oggi abbiamo sistemi di monitoraggio satellitare e boe in grado di rilevare anomalie di pressione sul fondale, ma la rapidità di uno Tsunami nel Mediterraneo resta una sfida tecnologica e logistica immensa.

Immaginare lo scenario attuale, con le coste densamente popolate di Egitto, Grecia, Libia e Italia, mette i brividi. Le infrastrutture turistiche, i porti industriali, le abitazioni private: tutto ciò che abbiamo costruito negli ultimi cent’anni verrebbe messo alla prova da una forza che non conosce pietà. Insomma, studiare ciò che accadde quel 21 Luglio non è solo un esercizio di erudizione storica, ma una necessità per la nostra sicurezza futura. Dobbiamo imparare a leggere i segnali che la terra ci invia, prima che il mare decida di “fuggire” di nuovo.

In conclusione, resta il ricordo di quella mattina d’estate di oltre milleseicento anni fa. Un momento in cui il tempo si fermò e la realtà superò la fantasia più oscura. Alessandria rinacque dalle sue ceneri, o meglio, dal suo fango, ma non fu mai più la stessa. Il Mediterraneo tornò a essere una via di scambi e di culture, ma con la consapevolezza che sotto la sua superficie azzurra si nasconde un gigante che può svegliarsi in qualunque momento. E forse, la prossima volta, non potremo dire di non essere stati avvisati.

 

Credit

  • Nature – The 365 AD Crete earthquake and tsunami
  • USGS – Tsunami hazards in the Mediterranean Sea
  • NOAA – Historical Tsunami Database: Mediterranean Events
  • ScienceDirect – Geological evidence of the 365 AD tsunami in Alexandria
  • National Geographic – Ancient Tsunami that Shook the Roman World

 

  (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: alessandria d'egittoarcheologia marinacreta 365faglia ellenicamaremoto mediterraneostoria romanatsunami antico
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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