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Marzo 1987, il Burian tardivo che travolse l’Italia: due settimane di gelo e neve

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
20 Feb 2026 - 17:50
in A La notizia del giorno, Cronaca Meteo
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I trulli sotto la neve nel Marzo 1987.

(METEOGIORNALE.IT) Nei primi giorni di marzo 1987 l’Italia visse uno degli episodi di freddo più anomali e intensi del secondo Novecento. Non era ancora ufficialmente primavera – l’equinozio cadeva il 20 marzo – ma il termometro precipitò come in pieno gennaio, portando neve a quote bassissime, gelate persistenti e disagi diffusi dal Nord al Sud. Questo evento, spesso ricordato come il “Burian del 1987” – termine popolare italiano per indicare un’irruzione di aria siberiana gelida accompagnata da vento da nord-est – durò oltre due settimane e lasciò ricordi indelebili soprattutto in Puglia, Toscana e nel Centro-Sud. Di seguito una ricostruzione dettagliata, basata su fonti meteo storiche attendibili, ricostruzioni NOAA/NCEP e diari locali, con dati su temperature, nevicate, origine sinottica e il possibile ruolo degli eventi stratosferici.

 

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Il contesto sinottico e l’origine del freddo: dal cuore della Russia all’Italia

Tutto partì da un potentissimo anticiclone russo-siberiano che, tra fine febbraio e inizio marzo, si estese verso ovest formando un “ponte” di alta pressione dalle coste iberiche fino alla Russia settentrionale. Sul suo fianco meridionale scivolarono masse d’aria artica continentale estremamente fredde, già accumulate sulle steppe siberiane durante l’inverno 1986-87, uno dei più rigidi del dopoguerra in Europa orientale.

A Mosca, nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo del gelo in Italia, il tempo era tipicamente invernale e nevoso, senza però i record estremi di gennaio, quando si toccarono -39°C e si parlò della settimana più fredda degli ultimi 35 anni. Tra il 24 e il 28 febbraio 1987 le stazioni di Sheremetyevo registrarono precipitazioni nevose abbondanti: neve intensa (+SN) il 25 e 26 febbraio, con rovesci più deboli nei giorni successivi, accompagnati da nebbia e temperature costantemente sotto lo zero, in linea con le medie stagionali ma inserite in un contesto freddo persistente. Non si raggiunsero picchi da primato, ma il serbatoio di aria gelida era già pronto: le isoterme a 850 hPa, circa 1500 metri, sull’Europa orientale erano scese sotto i -15/-18°C già dalla fine di febbraio.

Questo freddo “russo” raggiunse prima i Paesi Baltici, la Bielorussia, l’Ucraina e i Balcani, dove le temperature crollarono abbondantemente sotto zero e la neve ricoprì le pianure, poi, a partire dal 3-4 marzo, investì l’Italia attraverso correnti retrograde da nord-est. La configurazione era classica da “Burian”: alta pressione sul Nord Europa e bassa pressione sul Mediterraneo occidentale, con il getto polare deviato verso sud. Le isoterme a 1500 metri scesero fino a -12°C sull’Adriatico e sulla Puglia tra il 6 e l’8 marzo, valori straordinari per l’inizio di marzo.

Non esiste una notizia eclatante di un Stratwarming – Sudden Stratospheric Warming, SSW – esattamente a febbraio 1987 come causa diretta. Tuttavia, ricerche scientifiche documentano un evento di tipo “displacement” il 23 gennaio 1987, con animazioni del Vortice Polare disponibili su archivi universitari come quelli dell’Università di Monaco. Inoltre, il paper di Blackshear (Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, 1987) descrive una simulazione di modello GCM in cui si verificarono due impulsi di riscaldamento stratosferico: uno a gennaio e un secondo ai primi di febbraio, con inversione dei venti zonali da ovest a est su buona parte della stratosfera. Questi eventi possono indebolire il Vortice Polare e favorire, con ritardo di settimane, configurazioni di blocco anticiclonico siberiano come quella del marzo 1987. Pur non essendo la causa unica – l’evento fu prevalentemente troposferico – il contesto stratosferico di inizio 1987 contribuì probabilmente a rendere più persistente il blocco freddo.

 

Le temperature: un marzo da pieno inverno

Il freddo si affermò dal 4 marzo e rimase intenso fino al 18-20 marzo, con anomalie termiche di -8/-10°C rispetto alla norma in gran parte del Paese.

Ecco alcuni valori minimi registrati (fonti: ricostruzioni 3B Meteo, MeteoGiornale, Meteoservice e stazioni storiche):

  • Pianura Padana: fino a -10°C tra Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna. Milano -6°C, Bologna -7°C.
  • Centro-Nord: Firenze raggiunse -5/-7°C, record per marzo in alcune stazioni.
  • Roma: minime vicine a 0°C, con fiocchi di neve segnalati nei quartieri periferici settentrionali.
  • Napoli e Sud: minime sotto i +2°C, con valori prossimi allo zero in molte zone costiere.
  • Puglia: il tracollo più impressionante. A 850 hPa si registrarono -12°C l’8 marzo su tutta la regione. Santa Maria di Leuca e Bari vissero il marzo più freddo degli ultimi 60 anni, in alcune statistiche locali persino più rigido del febbraio 1956. Gelate persistenti per oltre due settimane su Murge e Tavoliere.

Di giorno le massime spesso non superavano i +3/+5°C al Nord e al Centro, con sensazioni termiche ancora più basse per il vento da nord-est, raffiche fino a 50-60 chilometri orari sull’Adriatico.

 

Le nevicate: record al Sud, ma fiocchi anche a Firenze e Roma

La neve fu il segno più evidente dell’evento. Cadde copiosa a quote molto basse e in regioni dove a marzo è rarissima.

Puglia – la regione più colpita
Tra il 6 e l’11 marzo bufere ripetute imbiancarono tutto, dal Gargano al Salento. Accumuli eccezionali:

  • Castellana Grotte (300 metri): 80 centimetri
  • Turi: 76 centimetri
  • Gioia del Colle (Murge): 72 centimetri, neve al suolo per 9 giorni consecutivi
  • Casamassima: 55 centimetri, neve al suolo per 7 giorni
  • Lizzano (Taranto): 45 centimetri
  • Lecce: 30 centimetri
  • Brindisi e costa ionica: oltre 30 centimetri in alcuni punti
  • Santa Maria di Leuca (costa): 4 centimetri, comunque storici per il periodo

La neve resisteva ai bordi delle strade fino ad aprile inoltrato. Fu una delle nevicate più abbondanti e durature di sempre per la Puglia in primavera.

Toscana e Centro
Il 16 marzo una perturbazione nevosa sorprese Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo: 10-20 centimetri a quote di pianura, 50-60 metri sul livello del mare, con accumuli fino a 15-20 centimetri sui Lungarni a Firenze. Neve diffusa su gran parte della regione.

Altre zone

  • Veneto e Friuli-Venezia Giulia: diversi centimetri a bassa quota.
  • Umbria e Marche: colline imbiancate.
  • Fiocchi a Napoli, Crotone, Palermo e Potenza, con episodi ripetuti.
  • Nord: accumuli più contenuti, ma gelo intenso e persistente.

 

Impatti e curiosità

  • Agricoltura: danni gravissimi alle colture primaverili, mandorli, peschi e ulivi in fiore al Sud. In Puglia e Basilicata si parlò di “catastrofe” per l’olivicoltura.
  • Trasporti: disagi ferroviari sulla tratta Genova-Milano, strade bloccate al Sud, aeroporti con ritardi e cancellazioni.
  • Durata della neve al suolo: a Gioia del Colle 9 giorni, a Casamassima 7 giorni, valori eccezionali per marzo.
  • Confronto storico: in alcune aree del Sud più intenso del marzo 1956 per la durata del gelo; paragonabile alle grandi nevicate del 1956 o del 1985, ma decisamente più tardivo.

Il freddo cominciò a cedere solo dopo il 18 marzo, quando l’anticiclone si indebolì e giunsero correnti atlantiche più miti.

 

Perché fu così eccezionale

Tre fattori si combinarono in modo quasi perfetto: un vasto serbatoio di aria gelida siberiana formatosi durante un inverno rigido; una configurazione di blocco anticiclonico persistente, il cosiddetto ponte russo-iberico; il possibile contributo stratosferico legato allo Stratwarming di gennaio e all’impulso di inizio febbraio descritto da Blackshear nel 1987, che favorì con ritardo la discesa di aria fredda in troposfera.

Oggi, nel contesto del Riscaldamento Globale, eventi simili sono diventati molto più rari nel mese di marzo. Il marzo 1987 resta un punto di riferimento per gli studiosi di climatologia storica e per i previsori che analizzano i colpi di coda invernali.

Quell’ondata di gelo non fu soltanto un evento meteorologico: è un ricordo collettivo. Chi la visse racconta ancora oggi di aver “rivisto l’inverno” quando ormai si pensava alla primavera. Un Burian tardivo, potente e indimenticabile.

 

Crediti
Dati di rianalisi atmosferica: NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
Dataset NCEP/NCAR Reanalysis: NOAA Physical Sciences Laboratory
Rivista scientifica: Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society (METEOGIORNALE.IT)

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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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