
(METEOGIORNALE.IT) Puntualmente, all’arrivo del gelo o al mancato arrivo di esso, si dà o meno la colpa al vortice polare. Cerchiamo di fare un approfondimento tecnico. In campo meteo, viene spesso descritto in modo semplicistico come una gigantesca massa d’aria gelida pronta a riversarsi sull’Europa.
Ci sono degli errori
È una semplificazione piuttosto forte. Non a caso, si tratta di un’interpretazione non è del tutto corretta. Per farla più semplice, possiamo pensarla come una vasta struttura atmosferica costituita da una potente fascia di venti che ruota attorno al Polo Nord.
Essa si colloca nella stratosfera, a quote comprese tra i 20 e i 30 chilometri, quindi molto più in alto rispetto allo strato in cui si sviluppano le perturbazioni. Non è vero quindi che il vortice manda direttamente gelo e neve da noi. È un errore piuttosto comune.

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Un distinguo
Il comportamento del vortice dipende dall’intensità e dalla compattezza dei venti a quelle quote. Quando la circolazione è forte e ben organizzata, il vortice risulta stabile e l’aria più fredda rimane confinata alle alte latitudini artiche. Viceversa, se la struttura perde forza, possono verificarsi delle deformazioni che seguono principalmente due modalità. L’allungamento o la rottura.

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La prima opzione
La prima è la più frequente, in gergo tecnico si chiama displacement. In questo caso il vortice non si spezza, ma viene spinto via, un po’ come una trottola che viene urtata. La sua forma tende ad allungarsi e a diventare ellittica. Questo tipo di disturbo può chiaramente condizionare molto la corrente a getto polare, anche se spesso gli effetti sull’Europa risultano limitati o poco evidenti.
Ce ne possono essere anche più di uno durante l’inverno e non ricevere nemmeno un’ondata di freddo. È esattamente quello che è successo alcuni giorni fa. Vortice particolarmente allungato, ma non rotto, e ondata di gelo in Europa.
La seconda opzione
Lo split, invece, è un evento meteo più raro e decisamente più significativo. Qui il vortice si divide in due nuclei distinti, separati dalla presenza di un anticiclone in stratosfera. Questo sì che può comportare un’ondata gelida tutti gli effetti. Il freddo viene trasferito alle medio-basse altitudini e successivamente alle basse latitudini.
Non è un gioco di parole. È un complesso meccanismo che permette l’arrivo di masse d’aria freddissime attorno al quarantacinquesimo parallelo. Stiamo però parlando di un’area geografica enorme. Non certo di un singolo paese.
Chiariamo meglio la questione
Prima abbiamo volutamente semplificato, in realtà c’è un piccolo errore di fondo. Non è l’aria gelida della stratosfera a scendere direttamente verso il suolo. L’aspetto determinante è la capacità del disturbo di propagarsi verso il basso e di alterare il jet stream, arrivando fino alla troposfera. È qui che il freddo viene trasferito e si creano eventuali perturbazioni o alte pressioni. La stratosfera è dovuta sopra di noi ma è talmente alta che non condiziona il meteo quotidiano.

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E per concludere…
Qualora lo split venisse completamente attuato, la corrente a getto tende a rallentare, a diventare più ondulata e a favorire configurazioni meteo propense al freddo. Se invece il disturbo resta confinato in quota, il tempo alle nostre latitudini continua a seguire una normale variabilità stagionale.
Veniamo al sunto della questione. Per questo motivo, anche un vortice estremamente debole in stratosfera può non produrre alcuna conseguenza al suolo, così come uno split non garantisce automaticamente ondate di gelo. Ecco perché le condizioni meteo gelide in Europa non sempre dipendono esclusivamente dal vortice. Esattamente com’è successo in questi primi giorni gelidi di gennaio 2026
Credits
Global Forecast System del NOAA,
IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
Copernicus Climate Change Service (C3S)
