
(METEOGIORNALE.IT) C’erano una volta i giorni della merla. Freddi per definizione, almeno secondo la tradizione. Una storia antica, tramandata di bocca in bocca. Suggestiva, certo. Ma oggi? Diciamolo. I proverbi contano poco, anzi pochissimo.
A fare la differenza, ormai, è l’osservazione dei modelli matematici di previsione. Non c’è alternativa. Le previsioni meteo moderne nascono lì, tra equazioni, simulazioni e continui aggiustamenti. È l’unico strumento che abbiamo per delineare delle linee di tendenza, consapevoli che possono cambiare, talvolta anche rapidamente.
E gli esempi non mancano. Basti pensare alle nevicate in pianura padana: annunciate più volte nel corso di questo inverno e poi, nei fatti, rimaste sulla carta. Fatta eccezione per alcuni episodi in Emilia-Romagna, dove la neve è arrivata davvero. Perché? Lì è intervenuta aria fredda dai Balcani, una dinamica diversa, più concreta.
Molte delle nevicate previste al Nord Italia si basavano sulla presenza di un presunto cuscinetto di aria fredda al suolo. Un elemento delicato, difficile da inquadrare anche per i modelli più evoluti. In teoria, le condizioni c’erano: gelate per più giorni, atmosfera stabile, terreno freddo. Tutto lasciava pensare a un consolidamento del cuscinetto prima del transito delle perturbazioni atlantiche. Ed ecco la famosa “neve da addolcimento”, quella che arriva con l’aria più mite in quota.
In pratica, però, è andata diversamente. Pioggia. Neve solo sui rilievi. E quella teoria, così cara alla climatologia padana, aggirata senza troppi complimenti.
Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato. O meglio: i cuscinetti freddi non si sono mai davvero strutturati. Erano fragili, temporanei, legati a brevi inversioni termiche notturne. Insufficienti a reggere l’urto delle correnti meridionali prefrontali.
L’unica fase davvero promettente? Quella tra Natale e la prima decade di Gennaio. In quel frangente l’aria fredda era più consistente e infatti le nevicate in Emilia-Romagna si sono verificate. Avrebbero potuto estendersi alla pianura padana? Forse sì, ma solo sul settore orientale, esposto alle correnti umide dall’Adriatico. Altrove, nulla di fatto.
E qui emerge un altro punto chiave. In Italia è mancata una vera intrusione di aria fredda artica o continentale. Quella capace di abbassare seriamente le temperature. Le nevicate a quote basse osservate a Novembre in Sardegna, con aria fredda in arrivo dalla Valle del Rodano sospinta dal maestrale, sono state più significative di molte fasi successive di Gennaio. Un paradosso solo apparente.
Segno che l’aria fredda, nelle settimane seguenti, è stata decisamente più debole. Quasi timida. E il Mediterraneo, ancora una volta, è rimasto ai margini delle grandi irruzioni gelide.
Il tutto si inserisce in un contesto dominato da una NAO spesso positiva, con correnti occidentali tese. Perturbazioni dirette soprattutto verso il comparto meridionale, mentre il Nord Italia resta inizialmente ai margini. Poi, col tempo, le piogge tornano, la neve ricompare sulle Alpi, e i bacini idrici tirano un primo sospiro di sollievo.
È un pattern. Uno schema di comportamento atmosferico. Nulla di statico, però. Cambierà. E infatti lo farà nella prima decade di Febbraio.
Del freddo, quello vero, torneremo a parlare. Perché non è affatto “parcheggiato”. Spesso accade così: quando le grandi ondate gelide colpiscono il Nordamerica, dopo circa una settimana il Vortice Polare tende a riorganizzarsi sull’Europa. Ma l’effetto, attenzione, dipende dalla traiettoria.
Se l’aria arriva da nordovest, è mitigata dall’oceano Atlantico e dalla Corrente del Golfo. Freddo sì, ma contenuto. Se invece scende dalla Scandinavia o dalla Russia europea, cambia tutto. Circolazione continentale. Aria secca, gelida. E a quel punto, sì, possono nascere autentiche ondate di gelo.
Insomma, l’inverno non ha ancora detto l’ultima parola.
Credit
Dati e analisi basati su elaborazioni dei modelli di ECMWF (https://www.ecmwf.int) e NOAA (https://www.noaa.gov). (METEOGIORNALE.IT)
