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Meteo, perché il gelo 2012 rischia di tornare anche peggiore

Federico De Michelis di Federico De Michelis
03 Dic 2025 - 18:40
in A Scelta dalla Redazione, Ad Premiere, Meteo News, Zoom
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Nevicate storiche e indici climatici: cosa ci insegna il passato per questo Inverno.

Il gelo del 2012: quando febbraio stupì tutti

(METEOGIORNALE.IT) Del 2012 ne abbiamo parlato spesso. A gennaio cominciammo a intravedere la possibilità che a febbraio arrivasse una vera ondata di gelo.
Ricordo perfettamente lo scetticismo di quei giorni: la previsione sembrava estrema.

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In alta atmosfera si era creata una situazione molto importante, ma non era affatto chiaro se avrebbe avuto ripercussioni anche in troposfera. In altre parole: i venti alle quote inferiori si sarebbero davvero invertiti? L’aria gelida dalla Siberia sarebbe riuscita a raggiungere l’Europa?

Alla fine l’aria fredda arrivò davvero. Non fu però un gelo paragonabile al 1985, non toccammo quei livelli storici. Eppure, attenzione, fu comunque un evento meteorologico enorme, da non sminuire minimamente.

Per circa due settimane, vari impulsi di aria fredda da est investirono l’Italia. E poi successe qualcosa che, per chi ama la neve, rasenta il magico: il Mar Mediterraneo iniziò a “partorire” nubi e precipitazioni. Questi sistemi si spostarono prima sulla Sardegna, poi su Toscana, Lazio, Campania, sulle regioni del Centro-Sud e, a tratti, anche sul Nord Italia.

Faceva davvero freddo. Più volte le precipitazioni si trasformarono in neve fin in pianura. Cadde neve persino su Roma, e non è certo una città abituata a vederla ogni inverno, soprattutto nell’epoca del cosiddetto cambiamento climatico. Eppure il 2012 ci ha regalato proprio questo.

 

Il colpo di scena del 2018 e il richiamo del 1956

Poi c’è il 2018, fine febbraio. Un altro episodio che ha lasciato il segno.
Evento più breve del 2012, sì, ma per molti versi persino più rilevante.

Quella irruzione gelida, di chiara matrice siberiana, portò neve fin su Napoli, dove qualcosa del genere non si vedeva da decenni. C’è chi, non a torto, richiama alla mente il 1956, un’altra annata segnata da un evento estremo proveniente dalla Siberia.

Quando l’aria siberiana arriva da noi, soprattutto sul settore occidentale dell’Italia, spesso succede questo: il flusso gelido nei bassi strati si miscela con correnti più umide in quota provenienti da ovest. Ed è in questo tipo di “incrocio” che nascono le grandi nevicate: freddo nei bassi strati, umidità in quota, precipitazioni diffuse… e la neve dilaga.

 

Più precipitazioni giornaliere: cosa significa per le nevicate

In questa fase climatica – perché sì, il clima sta cambiando, eccome – stiamo osservando un incremento delle precipitazioni giornaliere. Tradotto senza troppi giri di parole: quando piove, o nevica, spesso lo fa con maggiore intensità rispetto al passato.

Questo implica che, se le condizioni termiche fossero favorevoli, una singola giornata di neve potrebbe risultare più abbondante di molte nevicate storiche di riferimento. Non è un dettaglio da poco.

Molti, ad esempio, hanno quasi dimenticato la grande nevicata su Roma del 1986.
Era febbraio, c’era un’ondata di freddo che aveva “girato” passando dalla Francia per poi piombare sull’Italia. Il freddo si riversò sull’Adriatico: non fu un episodio produttivo di nevicate enormi ovunque, ma fu comunque di rilevanza storica.

L’11-12 febbraio 1986 – ormai un’altra epoca – dopo giorni di clima rigidissimo e massime attorno a 0°C anche su Roma, arrivò il colpo di scena. Un fronte perturbato piuttosto intenso giunse da ovest: prima segnali sulla Sardegna, dove la neve cadde fin ad Alghero e metà isola fu imbiancata l’11 febbraio.
Poi, sul finire della giornata, la neve raggiunse Roma e cadde fittissima. Più fitta che nel 1956, raccontano in molti.

In alcuni quartieri della capitale si accumularono oltre 40 centimetri di neve. Una nevicata quasi “stratosferica”, con temperature di pochi gradi sotto lo zero, neve polverosa, asciutta, tutt’altro che “neve romana” pesante e bagnata. Uno di quegli episodi che sembrano scritti per restare impressi.

Eventi così sono ancora possibili, anche in piena epoca di cambiamento climatico. Ma sono, per definizione, fenomeni meteo estremi, e quindi particolarmente difficili da prevedere con precisione.

 

Perché il meteo estremo è così difficile da prevedere

Tutto ciò che rientra nel meteo estremo – grandi ondate di calore, ondate di gelo, nevicate eccezionali – è il terreno più difficile per la previsione. E infatti tutti i servizi meteorologici ufficiali stanno investendo milioni di euro per affinare i modelli previsionali.

Lo fanno per motivi molto concreti. Le ondate di calore estive, ad esempio, causano purtroppo molte più vittime del freddo. Ma anche la previsione delle ondate di freddo è oggetto di studi dettagliati.

Da questo punto di vista, gli statunitensi sono particolarmente avanti. Grazie al lavoro di centri di ricerca e di centri meteo privati che investono cifre enormi, oggi abbiamo una quantità impressionante di dati e indici climatici, anche in un periodo in cui, per vari motivi, i fondi pubblici alla ricerca non sono così generosi come un tempo.

Gli europei non stanno a guardare: i servizi meteorologici di Spagna, Francia e, in parte, anche dell’Italia sono molto attenti ai fenomeni di freddo intenso. Ma è soprattutto grazie alla potenza di calcolo e alla mole di dati provenienti dagli Stati Uniti se possiamo monitorare con questa precisione gli indici climatici di comportamento, quelli che ci dicono quando il sistema atmosferico è “inclinato” a favore di eventi estremi.

Sapere che esistono indici favorevoli, però, non significa avere la certezza che questi si tradurranno in ondate di gelo su Europa e Italia, con neve su Firenze, Roma, Milano, Napoli… magari perfino Palermo.

Già, Palermo.
Non è un sogno: alla fine di gennaio 1999 una giornata di neve colpì la città. Fu il risultato di una poderosa irruzione di aria fredda partita dall’Artico russo, raffreddatasi ulteriormente in Lapponia, e poi scesa verso l’Italia attraverso la valle del Rodano.

Il Nord Italia fu interessato solo marginalmente, con temperature in pianura padana non particolarmente estreme (spesso nemmeno sotto i -10°C). Il flusso freddo, invece, colpì duramente la Sardegna, le regioni adriatiche e infine la Sicilia. Proprio su Palermo si registrò una giornata nevosa, con temperatura attorno a 0°C, e i tetti della città si imbiancarono. Altro che fantasia.

 

Clima che cambia, ma non è ancora l’apocalisse

Possiamo dire con serenità che, rispetto agli anni ’80 e ’90, il clima è cambiato. A livello globale l’aumento di temperatura c’è, ma non è ancora paragonabile a quello che potrebbe verificarsi entro il 2100 se le emissioni non verranno contenute.

Solo che, onestamente, nel 2100 molti di noi non saranno qui a verificare di persona come andrà a finire. Meglio concentrarsi su questo inverno, che è più alla nostra portata.

Tutte le annate in cui gli indici di comportamento del clima hanno suggerito una maggiore probabilità di ondate di freddo, in larga parte le hanno poi effettivamente viste. Un esempio è la Niña: non ne parliamo spesso, e invece è un indice non da poco, perché tende a favorire inverni più freddi sul Nord America e, in misura minore, su una parte dell’Europa, un po’ meno però sull’Italia.
Questo è ciò che emerge da studi – spesso privati – condotti proprio negli Stati Uniti.

 

Un inverno appena nato, tutto da scrivere

Alla fine, abbiamo messo sul tavolo qualche indice, qualche ricordo e qualche numero. Il resto, lo scriverà l’atmosfera.

Di inverno meteorologico finora sono trascorsi appena tre giorni su 90: è davvero agli albori, è un bimbo che deve ancora imparare a camminare, inciampare, ribellarsi. E l’inverno, per sua natura, è spesso ribelle.

Gli americani lo stanno già sperimentando con grandi bufere di neve; loro in fondo ci sono abituati. Noi, in Europa, una prima assaggio l’abbiamo avuto già a fine novembre – quando, tecnicamente, era ancora autunno – con neve a bassa quota e persino in Sardegna fin verso i 300 metri.

In quell’occasione il freddo è arrivato dalla Francia praticamente senza ostacoli: niente barriera alpina sul percorso diretto verso la Sardegna, niente catena appenninica a frenare l’aria fredda. La neve è caduta anche sulle Baleari, a 400-500 metri di quota, e sulla catena dell’Atlante fin verso i 600 metri. E stiamo parlando del Nord Africa, dove in queste notti molte località di Algeria e Tunisia stanno sfiorando gli 0°C. Chi l’avrebbe detto?

È un inverno diverso, questo, e lo sappiamo bene.
Sembra quasi di raccontare ogni anno la stessa storia, ma quest’anno la “forza della natura” sembra decisamente più pronta a offrirci eventi di freddo intenso. Che poi questi colpiscano davvero in pieno l’Italia, beh… questo non è ancora scritto da nessuna parte.

 

Fonti e dati: ECMWF, NOAA, Copernicus Climate Change Service (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: cambiamento climaticoindici climaticineve Napolineve palermoneve romanevicata 1986ondata di gelo
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Federico De Michelis

Libero professionista nel campo dei dati meteo e dell’Osservazione della Terra. Laurea in Ingegneria Spaziale (Brunel University London). Formazione avanzata in meteorologia in Europa e in Canada, con approfondimenti su modellistica numerica, telerilevamento e analisi dei dati ambientali. Cosa faccio Previsione operativa e analisi per settori meteo-sensibili (energia, outdoor, eventi, turismo) Interpretazione di prodotti satellitari e di modelli (EO/remote sensing) Assessment dei rischi meteo-climatici e reportistica Divulgazione e supporto a media e progetti educativi/R&D Lavoro all’intersezione tra scienza, tecnologia e decisioni concrete, con attenzione a qualità dei dati e comunicazione chiara. La meteorologia è la mia passione fin da bambino; dopo un anno di liceo all’estero mi sono trasferito a Londra dove ho conseguito la laurea alla Brunel University London.

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