
(METEOGIORNALE.IT) Nell’ultima settimana ho preparato parecchi articoli sulla possibilità di avere, durante la stagione invernale, nevicate. Il mio collega ha elaborato percentuali sulla probabilità di neve osservando il modello matematico europeo e confrontandolo con altri valori e indici di comportamento del clima. Tuttavia, quei numeri hanno un valore relativo. In passato si diceva spesso che un certo evento aveva un tempo di ritorno di cinquant’anni. Quel valore è effettivamente puramente statistico e, quando si parla di numeri così distanti tra loro, il margine di errore si amplifica.
Qualche anno fa, ricordo cadde la neve su alcune aree della Sicilia, dove si diceva che le nevicate avvenivano una volta ogni 100 anni; eppure l’anno successivo, negli stessi luoghi, si ebbe una nuova nevicata. In teoria, significherebbe che ora bisogna attendere 200 anni per averne un’altra. Ma le cose non stanno proprio così: quel numero è una grandezza che costruiamo per dare un significato a un evento atmosferico. Perché ne abbiamo bisogno? Per comprendere e definire gli eventi atmosferici futuri, soprattutto quelli rilevanti.
In Italia, per esempio, non assegniamo un valore del genere alla pioggia: possiamo dire che, in un certo mese, ci sono cinque giorni di pioggia medi e cadono 100 millimetri (è un esempio puramente indicativo). Eppure, con il clima che cambia, osserviamo non più quei cinque giorni di pioggia del passato, ma uno solo, durante il quale possono cadere 100 millimetri magari in un’ora. Questo, però accade davvero: lo abbiamo visto in molte località italiane negli ultimi tempi e, addirittura, nell’ultimo anno questo accentuarsi di precipitazioni intense e concentratissime sembra essersi incrementato.
La fisica dell’atmosfera ci dice che oggi è presente una maggiore quantità di umidità; quindi, teoricamente, aumenta la precipitazione possibile. Ma i numeri che poi si realizzano sono spesso superiori a quelle percentuali: un aumento del 7% di umidità non si traduce in un aumento del 7% delle precipitazioni, bensì in manifestazioni irregolari e a tratti estreme.
E torniamo così all’Inverno, alle ondate di freddo e al punto di vista dei matematici: stiamo osservando un caos pazzesco, probabilmente dovuto a un Vortice Polare piuttosto debole. Sul Nord America, per esempio, è imminente un’irruzione di aria fredda che porterà temperature invernali da ondata di gelo fin sul nord della Florida e sul Golfo del Messico: situazioni meteo estreme. Sarebbe come se in Italia arrivasse d’improvviso aria fredda siberiana. Da noi, però, questo non succederà: state tranquilli. In Italia avremo, per ora, l’influenza soprattutto dell’Oceano Atlantico e delle alte pressioni, con una certa difficoltà ad avere precipitazioni sulle regioni settentrionali. Questa, quantomeno, sembra essere la situazione possibile per questa parte di Novembre; poi, in seguito, vedremo. Come ho detto, c’è davvero molto caos.
In questo caos, quando terminerà l’irruzione di aria fredda sul Nord America, avremo probabilmente una discesa fredda sull’Europa. Bisognerà valutare, e ce lo diranno i modelli matematici, dove quest’aria fredda si arresterà: potrebbe interessare solo la parte settentrionale del continente, in particolare il settore orientale e la Scandinavia, ipotesi al momento abbastanza plausibile. Per quanto riguarda l’Italia, non ci sono previsioni chiare e nette. Una proiezione vista oggi su un modello matematico estremamente autorevole mostra perfino la formazione di una bassa pressione in transito sul Mediterraneo, capace di catalizzare il freddo dal Nord Europa trascinandolo verso sud attraverso la Valle del Rodano. Ma parliamo di previsioni a lunghissimo termine: è una possibilità teorica, non una vera e propria previsione.
Al di fuori della teoria, ci sono gli indici climatici. Questi sembrano propensi a indicare la possibilità di un Inverno più freddo rispetto agli ultimi anni, forse agli ultimi quindici; includo l’Inverno 2011-2012, quando si verificò la famosa ondata di gelo di Febbraio. È difficile dire se avremo più freddo del 2011-2012, che come media climatica non fu neppure un Inverno rigido, nonostante il grande freddo delle prime due settimane di Febbraio.
Gli indici di comportamento sono parametri globali che possono influenzare l’Europa e, quindi, fornire probabilità. Potrebbe però accadere che quella probabilità si concretizzi non in Italia, ma su un altro continente, per esempio sul Nord America, che ha una potenzialità di ondate di freddo da record (per questi tempi) ben maggiore rispetto all’Europa. Nel nostro continente, infatti, per avere freddo intenso serve l’espansione dell’aria siberiana; ricordo che l’aria polare, pur molto fredda, non è gelida quanto quella siberiana. Tuttavia, anche la polare in arrivo dalla Scandinavia può determinare, persino nel contesto attuale di cambiamento climatico, eventi nevosi a bassa quota, anche in pianura.
A quel punto, sarà poi da vedere da dove e come giungerà l’aria fredda, per capire per esempio se e dove potrebbe nevicare sulla Pianura Padana; mentre un simile evento potrebbe portare neve a bassa quota sulle regioni tirreniche e sulla Sardegna. Nel Novembre del 2001, per esempio, in Sardegna a fine mese si ebbe una nevicata a quote molto basse, specie nelle zone interne (non in pianura). Dunque, questi eventi sono possibili anche nel nostro decennio, anzi, quinquennio, pur contraddistinto da temperature molto alte, perché ormai quasi ogni mese superiamo i valori più elevati misurati sulla terra. Parliamo di misure: non stiamo dicendo che, nella storia geologica, non ci sia mai stato più caldo. Ricordiamolo.
C’è poi l’altra massa d’aria: l’aria Artico marittima. Già in passato, quando il clima era meno mite di oggi, portava precipitazioni nevose solo sopra una certa quota in Italia. Era origine di maltempo proveniente da Nord-Ovest che interessava soprattutto le regioni tirreniche e le meridionali, portando tanta neve sull’Appennino, sui monti della Sardegna e sui monti della Sicilia.
Neve. Un elemento necessario nel nostro mare è la formazione di una bassa pressione: umidità e precipitazioni che si mescolano poi con l’aria fredda. L’aspetto più favorevole per avere neve a bassa quota resta l’aria di origine siberiana; per vederla, teoricamente, servirebbe un Stratwarming marcato. Ma abbiamo visto che può succedere anche senza. Quindi, anche se i modelli stagionali non prevedono l’arrivo di aria siberiana (perché non possono prevederlo con questa precisione), il fenomeno può comunque realizzarsi al di là delle previsioni.
Tutte le percentuali sulle città che abbiamo elaborato sono un’altra cosa: si basano su numeri, percentuali e pochi fattori selezionati. Qui, invece, stiamo allargando il campo: osserviamo i vari indici di comportamento del clima, che sono numerosissimi.
Il mio è un articolo discorsivo che vuole spiegare le potenzialità degli eventi meteorologici estremi che possono ancora verificarsi. Di certo, come emerso anche dagli articoli sulle città, la quota neve che in passato si associava a determinate sinottiche tende oggi a essere più alta, perché l’aria in Italia è effettivamente più calda rispetto al passato. Ma non così tanto da escludere le precipitazioni nevose. Su questo circolano teorie e opinioni, ma nessuno di noi ha la sfera di cristallo per dire che un certo fenomeno non succederà.
Alcuni eventi, infatti, avvengono quasi inspiegabilmente. La nevicata sul settore Nord-Ovest del 28 Dicembre 2020 fu ai limiti, eppure caddero 20 centimetri di neve su Milano: le strade furono ricoperte nonostante l’isola di calore urbana. Cadde neve un po’ dappertutto sul settore centro-occidentale del Nord e tantissima neve sulle Alpi nei giorni successivi: alzandosi la quota neve, nevicò copiosamente sui rilievi a bassissima quota, anche a 800 metri, dal 28 Dicembre fino al giorno dell’Epifania, con accumuli fino a 2 metri. Fu un estremo meteo piuttosto importante, avvenuto appena cinque anni fa; in cinque anni la temperatura non è salita di 2 °C.
Anche quando si parla di temperature in aumento, bisogna sempre specificare il periodo di riferimento: periodo preindustriale, ultimi vent’anni o trent’anni? Bisogna dare i numeri con precisione. Molto spesso, però, si citano indicazioni generiche e si parla dello scioglimento dei ghiacciai mostrando fotografie dei primi del Novecento. A mio avviso, in questo caso sono delle forzature: all’inizio del Novecento eravamo alla fine della Piccola Era Glaciale, cioè alla massima espansione dei ghiacciai (per esempio alpini e in altre aree del globo), dopo circa 300 anni di periodo freddo. Successivamente si tornò a condizioni più miti che non avevano nulla a che fare con il Riscaldamento Globale: quello lo abbiamo visto in modo più netto soprattutto dalla fine degli Anni Novanta (sebbene nel corso del secolo fosse già percepibile).
È difficile distinguere quale percentuale sia responsabilità delle emissioni e quale delle fluttuazioni climatiche: la fine della Piccola Era Glaciale non è dovuta all’inquinamento da anidride carbonica, ma a una fluttuazione del clima. Peraltro, anche questa Piccola Era Glaciale resta un mistero. Ve ne fu forse un’altra, persino più intensa, attorno all’anno ‘500, durata alcune centinaia di anni. Sono fenomeni naturali, talvolta innescati da massicce eruzioni vulcaniche o da variazioni solari.
Ora, però, stiamo vivendo una crescita esagerata della temperatura che ha davvero poco a che fare con le fluttuazioni naturali ed è causata proprio dalle emissioni dei gas serra, aggravate anche da metano liberato, per esempio, dal permafrost in fusione.
Queste dinamiche, legate al cambiamento climatico, stanno accentuando l’aumento della temperatura. I modelli climatici non avevano tenuto conto di alcuni parametri; in certi casi hanno anche esagerato alcune proiezioni. Tuttavia, l’aumento termico c’è e, dal 2030, purtroppo supereremo la soglia di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale, indicata dagli Accordi sul Clima come punto di difficile ritorno. Questo significa che, per tornare a condizioni più normali, dovremo investire molto: convertire la produzione di energia elettrica, muovere auto e industrie con energia pulita e smettere di immettere altra CO₂ in atmosfera.
Credit: World Meteorological Organization, NOAA Climate.gov, ECMWF, Met Office, IPCC (METEOGIORNALE.IT)
