(METEOGIORNALE.IT) Nel corso tra Marzo 2024 e Febbraio 2025 il pianeta ha vissuto una stagione degli incendi globale che sembra contraddire il senso comune. La superficie totale bruciata è stata inferiore alla media degli ultimi venti anni, eppure le emissioni di anidride carbonica sono aumentate in modo marcato. Il paradosso è solo apparente e porta al centro della scena i grandi complessi forestali ricchi di carbonio, dall’Amazonia al Congo Basin, passando per le foreste boreali del Canada e i mosaici di savana e bosco del Pantanal Chiquitano.
Prima di correre alle conclusioni, conviene mettere in fila i numeri e capire che cosa sta cambiando. Gli scienziati che monitorano gli incendi estremi parlano di oltre 8 miliardi di tonnellate di CO₂ immesse in atmosfera, mentre la superficie bruciata si ferma a circa 3,7 milioni di chilometri quadrati. In pratica un territorio più piccolo di quello che arde in un anno tipico, ma con combustibile diverso e molto più “denso” di carbonio.
Contemporaneamente, gli eventi più severi si sono concentrati in quattro aree simbolo. California meridionale in pieno Gennaio, Amazonia nord orientale e Pantanal Chiquitano in Sud America, quindi il cuore umido dell’Africa centrale nel Congo Basin. In ognuno di questi casi, l’attribuzione climatica indica che il Riscaldamento Globale ha aumentato la probabilità e spesso la severità delle condizioni favorevoli al fuoco.
Che cosa è cambiato nella geografia del fuoco
La stagione 2024 2025 si colloca al sedicesimo posto dal 2002 per superficie bruciata. La differenza sta nel tipo di ecosistemi coinvolti. Savane, praterie e boscaglie restano i biomi in cui il fuoco è più frequente, ma hanno registrato valori sotto media. Il contrappasso è arrivato dalle foreste, vere riserve di carbonio, dove gli incendi anche se meno estesi rilasciano più CO₂ per unità di area. È qui che la somma delle emissioni ha superato di circa il 10 percento la media dei primi due decenni del secolo.
Questo spostamento non è casuale. Le foreste umide e quelle boreali stanno entrando sempre più spesso in un regime in cui periodi insolitamente piovosi fanno crescere la biomassa seguiti da fasi secche e calde che la trasformano in combustibile. La letteratura satellitare e i database globali confermano il quadro: meno ettari, più carbonio. È un segnale coerente con l’aumento delle temperature medie, che asciugano la vegetazione e allungano le finestre meteorologiche favorevoli alla propagazione.
Gli Stati Uniti e il caso fuori stagione della California meridionale
In Nord America la stagione 2024 2025 è stata estrema per estensione e per emissioni, seconda solo al biennio record precedente nelle grandi foreste boreali. Ma l’episodio che ha colpito l’opinione pubblica si è consumato in pieno Gennaio nella California meridionale. Fuori dal periodo tipico, oltre una dozzina di incendi hanno attraversato con velocità senza precedenti l’area di Los Angeles. Il bilancio umano ed economico è stato gravissimo, con migliaia di abitazioni distrutte e decine di vittime, dentro una settimana in cui vento caldo e secco, vegetazione pronta a bruciare e molteplici inneschi si sono allineati.
Le analisi di attribuzione indicano che le condizioni meteo favorevoli al fuoco invernale diventano più probabili in un clima più caldo. Studi indipendenti hanno riscontrato un aumento della probabilità di combinazioni di caldo, siccità e venti di Santa Ana proprio nel cuore dell’inverno. Nello scenario del rapporto, l’area bruciata nell’evento della California meridionale risulta fino a 25 volte maggiore rispetto a un mondo senza riscaldamento antropico. Non è un dettaglio statistico. Significa che finestre di rischio un tempo rare si manifestano in mesi in cui la popolazione e le infrastrutture non sono pronte a un comportamento del fuoco così aggressivo.
Sud America tra Amazonia e Pantanal Chiquitano
Nel Sud America la stagione 2024 2025 è stata definita senza precedenti per intensità, livelli emissivi e impatti su società e ambiente. Brasile, Bolivia e Venezuela hanno registrato superfici bruciate molto sopra media, con picchi nel Pantanal e nei boschi secchi del Chiquitano, oltre che nella foresta amazzonica orientale. Qui, la combinazione tra El Niño e modalità atlantiche ha innescato temperature molto elevate e una prolungata assenza di piogge tra Gennaio e Aprile 2024, con umidità del suolo scesa in profondità fino all’uno percento.
Nel Pantanal, la stagione delle piogge tra Febbraio e Maggio non ha ricaricato i suoli. Questo ha favorito incendi estesi anche nelle aree umide, con emissioni da record e impatti su biodiversità, qualità dell’aria e comunità indigene. Studi di attribuzione rapida hanno stimato che condizioni meteorologiche favorevoli a incendi così intensi siano tra quattro e cinque volte più probabili in un clima riscaldato dall’uomo. Il rapporto sottolinea come l’evento 2024 2025 nel Pantanal Chiquitano abbia rilasciato quantità di carbonio molte volte superiori alla media dal 2003, pur con un numero di focolai non necessariamente eccezionale. È l’intensità a fare la differenza.
Africa centrale, il segnale netto nel Congo Basin
Nel Congo Basin, bacino pluviale che ospita la seconda foresta tropicale del mondo, il 2024 ha segnato un’annata da primato per area bruciata e per perdita di foresta primaria. In Luglio e Agosto 2024 le condizioni di caldo, aridità e ventilazione sono risultate molto più probabili a causa del Riscaldamento Globale. L’analisi contenuta nel rapporto evidenzia come la porzione di territorio attraversata dalle fiamme sia stata circa tre volte maggiore rispetto a un clima senza forzante antropica.
Il quadro africano richiede una precisazione. Nel complesso del continente la superficie bruciata è stata sotto media per il secondo anno consecutivo, soprattutto nelle savane. Tuttavia una parte crescente dei fuochi si sta addentrando nelle foreste umide, con episodi meno numerosi ma più intensi. È un cambiamento sostanziale perché questi ecosistemi immagazzinano grandi stock di carbonio in biomassa e torbe. Qui il fuoco può trasformarsi da processo ecologico a fattore di degrado profondo, con ricadute su biodiversità, servizi ecosistemici e salute umana a causa dell’inquinamento atmosferico.
Perché brucia meno territorio ma sale la CO₂
La chiave di lettura sta nella combinazione tra meteo, vegetazione e uso del suolo. In molte regioni tropicali aperte è continuata la tendenza a una contrazione delle superfici bruciate, per ragioni che includono cambiamenti nelle pratiche agricole e nella gestione del territorio. Al contrario, nelle foreste l’aumento delle anomalie termiche e idriche sta spingendo il sistema oltre soglie che favoriscono incendi ad alta severità. Le foreste boreali del Canada ne sono un esempio. Nel 2024 il manto nevoso si è ritirato prima del normale e la siccità pluriennale ha dato continuità a combustibili già stressati, con riaccensioni di focolai che avevano covato sotto la neve.
Il risultato netto è che bruciano quote minori di territorio globale ma in contesti ecologici più densi di carbonio, con cicli di combustione che rilasciano enormi quantità di CO₂ e aerosol. La conferma arriva dai sistemi di monitoraggio basati su satelliti e modelli di assimilazione, che integrano dati di area bruciata, intensità termica e produttività della vegetazione per stimare le emissioni giornaliere e mensili.
Che cosa ci dicono le attribuzioni climatiche
Il rapporto mette in fila quattro eventi faro e usa approcci multipli di attribuzione per separare il ruolo del clima, della disponibilità di combustibile e dell’innesco. Nella California meridionale la probabilità di condizioni favorevoli al fuoco in pieno inverno risulta aumentata e l’area bruciata è stimata fino a 25 volte maggiore a causa del riscaldamento umano. Nell’Amazonia nord orientale e nel Pantanal Chiquitano le condizioni di siccità estrema e di calore intenso sono tra le quattro e le cinque volte più probabili rispetto al passato. Nel Congo Basin gli stati atmosferici che generano giornate con indice di pericolosità alto risultano da tre a otto volte più frequenti.
Questi numeri non dicono che il cambiamento climatico accende le fiamme, spiegano però quanto spesso e quanto a lungo il meteo presenta finestre in cui un innesco può trasformarsi in incendio estremo. La differenza la fanno poi la gestione del territorio, la prevenzione, la frammentazione del paesaggio e la presenza di infrastrutture e case in aree esposte.
Riassumendo
Tra Marzo 2024 e Febbraio 2025 gli incendi hanno bruciato circa 3,7 milioni di chilometri quadrati, sotto la media del ventennio, ma hanno emesso oltre 8 miliardi di tonnellate di CO₂, circa il 10 percento in più del normale recente. Le anomalie più gravi hanno colpito California meridionale, Amazonia nord orientale, Pantanal Chiquitano e Congo Basin. L’attribuzione climatica indica che il Riscaldamento Globale ha reso più probabili e più severi questi episodi, in alcuni casi moltiplicando l’area bruciata fino a 25 volte. La transizione del fuoco verso ecosistemi forestali ricchi di carbonio spiega perché le emissioni crescono anche quando l’area totale diminuisce.
Credit: ESSD Copernicus, Global Fire Emissions Database, Copernicus Atmosphere Monitoring Service, World Weather Attribution, World Resources Institute Global Forest Review, NASA Earth Observatory

