(METEOGIORNALE.IT) Nel dibattito meteo-climatico contemporaneo, l’urgenza ambientale ha assunto toni apocalittici, eppure, paradossalmente, le soluzioni proposte sono spesso intrise di illusioni. Il 2025 è l’anno in cui iniziano a mostrarsi le prime crepe della transizione verde, e le riflessioni più lucide arrivano non dai politici o dagli attivisti, ma da scienziati ed economisti che hanno studiato in profondità le connessioni tra clima, energia, povertà e sviluppo industriale.
Tra questi, tre nomi emergono come fari nel buio dell’ideologia: William Nordhaus, Vaclav Smil e Michael Shellenberger. Le loro visioni divergono ma convergono su un punto fondamentale: la transizione energetica non sarà né rapida, né indolore, né equa, se affrontata con la leggerezza che oggi la circonda.
William Nordhaus: il clima è un problema globale, non locale
Premio Nobel per l’economia nel 2018, William Nordhaus ha creato il modello DICE (Dynamic Integrated model of Climate and the Economy), una simulazione che integra economia, dinamiche meteo-climatiche e sviluppo industriale. Il cuore della sua teoria è tanto semplice quanto spietato: ridurre le emissioni in un solo continente non serve a nulla se il resto del mondo continua a inquinare.
L’unico modo, secondo Nordhaus, per contenere davvero l’effetto serra sarebbe una carbon tax globale, capace di attribuire un costo reale a ogni tonnellata di CO2 emessa. Ma questo presuppone una governance mondiale efficiente, che oggi non esiste.
Nel frattempo, chi applica da solo politiche rigorose – come l’Unione Europea – si trova svantaggiato economicamente e non ottiene benefici climatici concreti, poiché le emissioni non si fermano ai confini.
“Senza cooperazione globale, i Paesi virtuosi pagano per tutti” – scrive Nordhaus, in quello che definisce il “dilemma tragico” della transizione.
Vaclav Smil: l’energia non cambia come le app sul telefono
Scienziato interdisciplinare, Vaclav Smil ha dedicato la sua vita allo studio di come le civiltà producono e consumano energia. Il suo approccio è crudo, tecnico, a tratti scoraggiante, ma sempre ancorato alla realtà: nessuna transizione energetica nella storia è mai avvenuta in meno di 50 anni.
Sostituire petrolio, carbone e gas, che oggi coprono circa il 90% del fabbisogno mondiale, richiede ricostruire completamente infrastrutture, reti e abitudini produttive. Significa estrarre milioni di tonnellate di rame, nichel, litio. Significa riorganizzare le filiere industriali da zero.
E poi c’è il fattore meteo: eolico e solare dipendono dal vento e dalla luce. Senza grandi sistemi di accumulo – oggi inesistenti a livello industriale – il rischio di blackout sarà una costante.
“Stiamo illudendo milioni di persone dicendo che il green è dietro l’angolo. In realtà, la decarbonizzazione è un’impresa titanica” – afferma Smil nel suo libro Energy and Civilization (MIT Press).
Michael Shellenberger: green sì, ma senza fanatismo e senza ingiustizia
Tra le voci più provocatorie, Michael Shellenberger è un ex ambientalista radicale che oggi critica l’ecologismo da salotto. Nel suo bestseller Apocalypse Never, sostiene che l’ambientalismo moderno è diventato una religione apocalittica, che ha smesso di ascoltare la scienza in favore del panico e del sensazionalismo.
Shellenberger riconosce il cambiamento climatico, ma denuncia le ricette sbagliate: le rinnovabili sono intermittenti, le batterie non bastano, e vietare i combustibili fossili nei Paesi poveri significa condannarli a rimanere poveri. L’energia, per lui, è liberazione, non peccato da espiare.
E non solo: l’eccessivo affidamento sulla CINA per la produzione di pannelli solari, turbine e batterie crea una nuova dipendenza geopolitica, di cui l’Occidente sembra non rendersi conto.
“Il nucleare è l’unica fonte realmente pulita e stabile, e l’abbiamo demonizzata. È ora di smetterla di sacrificare i poveri per placare le coscienze verdi dei ricchi” – dichiara in una intervista a Forbes.
Una transizione climatica che deve fare i conti con la realtà
Se c’è un insegnamento che accomuna Nordhaus, Smil e Shellenberger, è questo: il clima non cambia con i buoni sentimenti, ma con politiche coordinate, tecnologie reali e tempi lunghi. Il meteo estremo non si mitiga con gli slogan, e l’energia pulita non nasce nei convegni.
L’EUROPA, che oggi guida il cambiamento, rischia di bruciarsi da sola se non imposta la transizione su basi pragmatiche. Ignorare i vincoli economici, ingegneristici e geopolitici potrebbe far fallire l’unica occasione di agire, e creare nuove disuguaglianze.
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