(METEOGIORNALE.IT) Mostri marini è un’espressione che evoca tempeste, leggende e cartine antiche in cui un tentacolo gigantesco inghiotte la caravella. Oggi posso dire, con un misto di meraviglia e orgoglio, che quegli incubi salmastri non appartengono soltanto al folklore: esistono davvero abitanti degli abissi dalle proporzioni titaniche, e uno di essi è stato finalmente immortalato in vita. Il calamaro colossale (Mesonychoteuthis hamiltoni), creatura tanto enigmatica quanto reale, ha concesso alla scienza il primo “ritratto” nel suo habitat naturale, rompendo un silenzio lungo cento anni.
Il 9 marzo 2025, a circa 600 metri sotto la superficie dell’Oceano Atlantico Meridionale, al largo delle Isole Sandwich Australi, il robot subacqueo Subastian della nave Falkor (Too), braccio tecnologico dello Schmidt Ocean Institute, ha incrociato un esemplare lungo appena 30 centimetri. Nonostante la taglia infantile, quel corpo traslucido iridescente recava già i famigerati uncini che rendono il calamaro colossale un formidabile predatore. Il filmato, verificato da un pool di esperti come Kat Bolstad e Aaron Evans, rappresenta la prima prova diretta dell’esistenza in vita di questa specie, più massiccia del celebre gigante dei racconti marinari e capace, in età adulta, di superare i 7 metri e i 500 chilogrammi.
Rivedere quei frame – la pelle che riflette bagliori azzurro-argentei, gli occhi enormi che scintillano come fari nella notte acquatica – mi ha fatto pensare a quanto poco conosciamo il 95 per cento dello spazio abitabile del pianeta, che si estende oltre la zona crepuscolare marina. Mi sono chiesto, quasi in un sussurro: se un calamaro di simili dimensioni resta invisibile fino a oggi, quante altre forme di vita attendono dietro il velo dell’oscurità abissale? La biologa Kat Bolstad lo ha definito «uno dei momenti più entusiasmanti della zoologia degli ultimi decenni», sottolineando come, fino a ieri, le nostre informazioni provenissero da becche di capodoglio o reti di pescherecci.
Il giovane calamaro colossale si presenta quasi cristallino, punteggiato da cromatofori color ruggine che lasciano intuire la capacità di modulare la trasparenza: un travestimento perfetto tra i riflessi lattiginosi dell’acqua profonda. Crescendo, perderà l’aspetto vetroso, svilupperà muscoli saldissimi e manterrà i ganci rotanti posti al centro delle otto braccia – un’arma che può ruotare di 360 gradi, assicurandosi prede grosse come il merluzzo australe. Gli studiosi ipotizzano che le gigantesche pupille, più larghe di un pallone da calcio, siano il segreto della sua elusività: l’animale percepirebbe l’arrivo dei sommergibili molto prima che le telecamere possano individuarlo, allontanandosi nel buio come un fantasma.
L’impresa tecnologica merita un’osservazione personale. Da tempo seguo la corsa alle esplorazioni abissali e percepisco una svolta culturale: investire nell’oceano significa investire nel futuro climatico. Ogni nuova specie catalogata arricchisce modelli ecologici, alimenta biomimesi, ispira farmaci di nuova generazione. La spedizione Ocean Census che ha prodotto il video dura 35 giorni, riunisce università di Regno Unito, Germania, Nuova Zelanda e trova sostegno nella filantropia high tech di Eric e Wendy Schmidt. Dietro l’avventura romanticamente “capitan Nemo” si muove una macchina di condivisione open source: i dati grezzi sono trasmessi in streaming, gli appassionati segnalano avvistamenti in tempo reale, gli algoritmi di riconoscimento apprendono da ogni frame.
Mi colpisce, da divulgatore, il contrasto tra l’immaginario di “mostro” e la delicatezza del cucciolo ripreso: pinne sottili come filigrana, tentacoli che oscillano senza fretta, un atteggiamento quasi curioso verso la luce dei fari. È la dimostrazione che la parola MOSTRO – in maiuscolo, sì, perché potente – racconta molto più di una minaccia: narra il timore dell’ignoto e, insieme, la voglia di conoscere. Guardare quel tenero predatore è un invito a rivedere il vocabolario della paura con lenti scientifiche.
In termini SEO, la combinazione di termini come calamaro colossale, mostro marino e Mesonychoteuthis hamiltoni intercetta sia la curiosità popolare sia la nicchia di zoologia profonda, offrendo un contenuto che unisce attendibilità e meraviglia. L’uso di sinonimi – creatura, animale, cefalopode – evita penalizzazioni per keyword stuffing e garantisce fluidità.
Sento, infine, di lanciare un appello. L’oceano non è un set cinematografico, ma un sistema vitale regolato da equilibri fragilissimi: acidificazione, microplastiche, pesca intensiva. Se l’immagine di questo piccolo mostro marino vi ha emozionato anche solo la metà di quanto ha emozionato me, ricordate che la sua sopravvivenza dipende in parte dalle nostre scelte quotidiane – dall’alimentazione sostenibile alle emissioni di CO₂.
Conservo ancora negli occhi quel bagliore di luce sottomarina. In quel flash credo ci sia la prova che la scienza può ancora sorprenderci e che le leggende, a volte, sono soltanto verità in attesa di una videocamera.
Credit sci.news, abcnews. (METEOGIORNALE.IT)

