
(METEOGIORNALE.IT) Il misterioso mondo delle profondità oceaniche rimane ancora in gran parte inesplorato, nonostante occupi oltre il 70% della superficie terrestre. È qui, nella zona Clarion-Clipperton – una vasta distesa di fondale marino nell’Oceano Pacifico tra Messico e Hawai’i – che scienziati come il Dr. Adrian Glover del Museo di Storia Naturale di Londra stanno cercando risposte sulle conseguenze ambientali dell’estrazione mineraria in acque profonde.
La zona Clarion-Clipperton: un tesoro nascosto sotto l’oceano
Sotto la superficie dell’Oceano Pacifico, fino a 5.000 metri di profondità, si estende la Clarion-Clipperton Zone (CCZ). Quest’area abissale, vasta circa 4,5 milioni di chilometri quadrati, ospita una biodiversità straordinaria. Nonostante le condizioni estreme – buio perpetuo, temperature gelide e scarsità di nutrienti – il fondale brulica di vita: cetrioli di mare, coralli, spugne e creature ancora sconosciute.
Accanto a questa biodiversità si trovano i cosiddetti “noduli polimetallici”, soprannominati “patate degli abissi”, composti principalmente da cobalto, nichel e manganese. Questi materiali sono ora al centro dell’interesse industriale globale, cruciali per la produzione di batterie ricaricabili e quindi per la transizione energetica verso fonti rinnovabili.
Il boom dell’estrazione mineraria degli abissi
La scoperta dei noduli risale agli anni ’60, quando le prime spedizioni scientifiche portarono alla luce un potenziale valore commerciale immenso. Oggi, aziende e governi vedono nella CCZ una risorsa strategica. Tuttavia, come avverte Glover, ci troviamo di fronte a un dilemma: mentre l’estrazione può favorire la decarbonizzazione globale, i danni agli ecosistemi marini potrebbero essere irreparabili.
Gli studi condotti, tra cui la recente ricerca di Glover e colleghi su un’area minata nel 1979, rivelano che anche dopo 44 anni, le tracce delle macchine minerarie sono chiaramente visibili. Il recupero della biodiversità è iniziato, ma il processo è estremamente lento, dimostrando la vulnerabilità estrema degli habitat abissali.
Impatto ambientale e rischio di estinzioni
Uno degli interrogativi più critici sollevati dagli scienziati riguarda il rischio di perdita di biodiversità e di estinzione di specie. La lentezza dei processi biologici negli abissi implica che qualsiasi perturbazione possa durare secoli o millenni. Comprendere appieno l’estensione di questa biodiversità è fondamentale per valutare se alcune specie potrebbero essere completamente spazzate via dalle attività minerarie.
Secondo Glover, è imperativo descrivere nuove specie, mappare i loro habitat e stabilire aree marine protette che rappresentino fedelmente la varietà biologica presente, prima di procedere con qualsiasi attività estrattiva.
La necessità urgente di proteggere gli abissi
Le profondità oceaniche non sono solo custodi di specie bizzarre e ancora sconosciute, ma sono anche fondamentali per la salute del pianeta. Gli abissi svolgono un ruolo cruciale nella regolazione del clima globale e potrebbero celare risorse preziose, come composti medicinali o nuove molecole antimicrobiche.
Come ribadisce Glover, non possiamo sapere oggi quali scoperte future potrebbero emergere dagli abissi, ma è nostro dovere etico proteggerli. Sacrificare questi ecosistemi unici per soddisfare il fabbisogno immediato di minerali rischia di privare l’umanità di risorse inestimabili, dalle cure per malattie agli strumenti contro il cambiamento climatico. (METEOGIORNALE.IT)
