La cattura del carbonio dall’aria: una tecnologia promettente ma complessa

La cattura del carbonio dall’aria: una tecnologia promettente ma complessa

La cattura diretta del carbonio dall’aria (DAC) , spesso descritta come una delle soluzioni più innovative per affrontare la crisi climatica, sta mostrando importanti limiti tecnologici e ingegneristici. Secondo uno studio condotto dall’ Iniziativa Energia del MIT , molte delle ipotesi su cui si basa questa tecnologia risultano eccessivamente ottimistiche o persino irrealistiche , sollevando dubbi sulla sua efficacia su larga scala.

Il DAC si propone di estrarre il biossido di carbonio (CO2) direttamente dall’atmosfera, dove la sua concentrazione è pari a circa lo 0,04% . Tuttavia, la bassa densità del gas rende necessaria la lavorazione di enormi volumi d’aria: circa 1,8 milioni di metri cubici per produrre una singola tonnellata di CO2. Questo comporta un consumo energetico estremamente elevato, rendendo il processo costoso e inefficiente .

Se si volesse rimuovere 10 gigatonnellate di CO2 all’anno, pari a un livello significativo per contrastare i cambiamenti climatici, sarebbe necessario utilizzare il 40% dell’energia elettrica globale attualmente prodotta . Inoltre, l’alimentazione di questi impianti con fonti fossili come il carbone porterebbe a un aumento netto delle emissioni, vanificando l’intero scopo della tecnologia.

Tra i principali ostacoli identificati dai ricercatori, spicca la localizzazione degli impianti . Questi devono essere costruiti in aree protette dagli elementi atmosferici e vicine a siti adatti per lo stoccaggio del carbonio , richiedendo al contempo accesso a fonti energetiche rinnovabili . La complessità logistica e infrastrutturale di questa configurazione rende difficile immaginare un’applicazione diffusa del DAC.

Un altro problema è la scalabilità . A differenza delle tecnologie CCS (Carbon Capture and Sequestration), che catturano il CO2 direttamente dai fumi industriali con concentrazioni di gas molto più alte, il DAC opera con concentrazioni atmosferiche estremamente basse, aumentando i costi e riducendo l’efficienza.

L’esito fallimentare del vertice COP29 ha ulteriormente messo in luce la difficoltà di raggiungere un consenso politico globale sulle strategie di riduzione delle emissioni. L’affidarsi esclusivamente a soluzioni tecnologiche post-emissione come il DAC non può sostituire la necessità di ridurre direttamente le emissioni di gas serra. Gli esperti del MIT hanno sottolineato che la volontà politica rimane il fattore chiave per affrontare il cambiamento climatico.