Ve lo dico subito. Ho vissuto quell’evento meteo in Sardegna, e posso affermare che fu qualcosa di incredibile. Di notte temperature che non scendevano sotto i 30°C e di giorno mediamente dove vivevo io, c’erano valori di 42-44°C. All’epoca i climatizzatori non erano disponibili per le abitazioni qui in Italia, e ricordo che andavo a visitare un’amica di famiglia in banca per concedermi un po’ di refrigerio. Li c’era un soffione che diffondeva il fresco.
L’ondata di calore del Luglio 1983 fu una delle più intense e persistenti del dopoguerra in Italia e in gran parte dell’Europa centrale. In Italia, colpì soprattutto la Sardegna, vero epicentro del fenomeno, le regioni centro-settentrionali della Penisola e si estese fino a Francia, Svizzera, Germania, Austria e ad altri Paesi. Durò oltre due settimane, con massime spesso superiori ai 40°C, notti tropicali segnate da minime frequentemente oltre i 30°C e condizioni di caldo umido estremo: un evento ricordato tra i più feroci mai registrati nella storia climatica recente. In Sardegna il caldo era molto secco.
Temperature estreme in Sardegna nel Luglio 1983
La Sardegna fu la regione più duramente colpita. A partire dal 18 Luglio circa, e per una quindicina di giorni, le massime superarono diffusamente i 40°C nelle zone interne, con medie giornaliere vicine ai 43-45°C e minime che spesso non scendevano sotto i 30°C.
- 22 Luglio 1983, tra le giornate più roventi in assoluto:
- Cagliari Elmas: 43,6-43,7°C, record assoluto della stazione.
- Alghero Fertilia: 41,8°C, record assoluto.
- Carloforte: 39,2°C, record assoluto.
- Stazioni idrologiche di Sanluri e Perdasdefogu: 47,0°C.
- Zone interne del Campidano, del Nuorese e del Sassarese: picchi di 47-48°C, come i circa 47°C di Sardara e i circa 48°C di Ottana, valore ritenuto credibile perché misurato all’ombra e in assenza di incendi nelle vicinanze.
- Capo San Lorenzo, sulla costa orientale: impennata improvvisa da 30°C a 47°C nel giro di poche ore.
Tra gli altri valori citati figura Tempio Pausania con 49°C, dato di una stazione idrologica non omologabile per la prossimità di un grande incendio. Alcune fonti ipotizzano che, nelle aree interne all’epoca poco coperte dalla rete di rilevamento, si sarebbero potuti sfiorare addirittura i 50°C. Molti di questi primati resistettero per decenni e vennero superati o eguagliati soltanto nelle estati del 2017 o del 2023.
Temperature estreme in Italia continentale ed Europa
Anche il resto della Penisola conobbe valori eccezionali. Il 25 Luglio Reggio Calabria toccò circa 44,2°C, dato però discusso per una probabile sovrastima. Il 26 Luglio fu la volta della Toscana, con Firenze Peretola a 42,6°C, l’Osservatorio Ximeniano a 41,6°C e Arezzo a 41,5°C, tutti record assoluti. Tra il 28 e il 29 Luglio si contarono numerosi primati al Centro-Nord: Ancona Falconara 40,5°C, Piacenza 40,4°C, Parma 40,2°C, Forlì 40,0°C, Roma Urbe 40,0°C, Bologna 39,6°C e Bergamo 39,0°C, con Bolzano intorno ai 39°C e Milano Malpensa sui 37°C. Molte stazioni stabilirono in quei giorni record assoluti o mensili di Luglio, alcuni dei quali rimasero validi fino al 2003 e oltre.
L’ondata non risparmiò il continente. Si registrarono record mensili o assoluti in Francia, con Lione a circa 39,8°C e Marsiglia a circa 39,7°C, in Svizzera, dove il Säntis segnò 20,8°C con un primato assoluto tuttora valido, in Germania, con punte prossime ai 40°C, e ancora in Austria, Repubblica Ceca, dove Praga toccò circa 37,8°C in un record ancora imbattuto, Slovenia e Croazia. Per diversi Paesi, quel Luglio 1983 rimase tra i più caldi dell’intero secolo.
Confronto con l’ondata di calore del Luglio 2023
L’estate 2023 riportò in Sardegna un’ondata di calore intensa ma più breve, con il picco concentrato tra il 19 e il 24 Luglio e temperature paragonabili a quelle del 1983. I valori nelle zone interne salirono fino a 47,6-48,2°C, come i 47,7°C di Donori e i 48,2°C di Lotzorai e Jerzu, nuovi primati in alcune stazioni ufficiali. Cagliari Elmas sfiorò il record del 1983 con 43,5°C, mentre altre località come Olbia e Decimomannu batterono i propri massimi storici. Olbia Costa Smeralda raggiunse i 47°C, dato molto superiore al precedente record storico.
Le differenze principali restano nette. Il 1983 ebbe una persistenza superiore, oltre due settimane di caldo estremo continuo, contro l’episodio più circoscritto del 2023. Fu inoltre più diffuso, con record che interessarono tanto il Centro-Nord quanto la Sardegna, e produsse un impatto complessivo maggiore: incendi devastanti, aumento della mortalità e ospedali in crisi. Nel 1983 alcuni reparti vennero chiusi per il troppo caldo, lessi sui giornali che si raggiungevano in certe stanze i 40°C. Beh, non c’era l’aria condizionata.
Nel 2023, viceversa, alcuni picchi locali dell’isola vennero eguagliati o superati grazie a una rete di stazioni più fitta, ma l’evento fu meno prolungato e con incendi catastrofici meno estesi. Le cronache meteorologiche descrivono il 1983 come la peggiore ondata del secolo per durata e combinazione di fattori, mentre il 2023 viene spesso paragonato per intensità puntuale in Sardegna, ma non per persistenza complessiva: un raffronto che ha alimentato numerose analisi su una possibile ondata simile a quella del 1983.
Le cause dell’ondata di calore del 1983
L’origine del fenomeno fu essenzialmente meteorologica e sinottica. La ritirata dell’anticiclone delle Azzorre verso l’Atlantico e la discesa di aria polare marittima favorirono la rapida espansione verso nord dell’anticiclone subtropicale africano, con un cuneo di aria rovente sahariana che dal deserto risalì fino all’Europa centrale. Le isoterme a 850 hPa raggiunsero valori molto elevati, tra +20 e +26°C su Italia e Sardegna, in un contesto di subsidenza, cieli sereni e fortissima insolazione, ulteriormente rafforzato da una depressione presente sulla Penisola Iberica.
A fare da amplificatore intervenne il potente El Niño 1982-83, uno dei più intensi del XX secolo, che alterò la circolazione atmosferica globale e favorì ondate di calore analoghe anche in altre annate, come nel 1952, 1998, 2003 e 2015. L’aria che investì il Mediterraneo era spesso molto calda e carica di umidità, così da generare condizioni di caldo davvero opprimente.
Gli incendi in Sardegna dell’Estate 1983
Il caldo estremo, la siccità, la bassa umidità e il vento, spesso di maestrale, alimentarono numerosissimi incendi, molti dei quali dolosi. La Sardegna bruciò per due settimane: campi, boschi e macchia mediterranea andarono in fumo, il cielo si tinse di giallo per fumo e polvere sahariana e la cenere cadeva dall’alto. I sistemi di prevenzione e i mezzi aerei di monitoraggio erano allora assai limitati rispetto a oggi.
Il dramma più grave fu l’incendio di Curraggia, divampato il 28 Luglio 1983. Partito dal mare nei pressi di Tempio Pausania, in Gallura, si propagò verso l’omonima collina, interessando i comuni di Tempio Pausania, Aggius e Bortigiadas. Le fiamme divorarono oltre 18.000 ettari e provocarono 9 morti e 15 feriti, tra cui marescialli del Corpo forestale, vigili del fuoco, volontari e semplici cittadini: molti soccorritori vennero accerchiati dal fuoco. La causa fu dolosa, opera di piromani, con il caldo estremo e il vento a fare da concausa. L’allarme venne dato con le campane delle chiese e diversi volontari intervennero con equipaggiamento del tutto inadeguato, alcuni in ciabatte e maglietta.
Le conseguenze furono enormi sul piano ecologico ed economico. Nel 2007 l’Unione Europea istituì il 28 Luglio come Giornata europea di sensibilizzazione contro gli incendi boschivi, in memoria delle vittime, e il Presidente Napolitano conferì la medaglia d’oro al valor civile alle famiglie dei caduti e ai feriti gravi. Altri grandi roghi colpirono varie zone dell’isola, come quello del Montiferru con circa 8.500 ettari bruciati, aggravando il bilancio di un’estate drammatica.
Il 1983 fu un evento meteo di grave entità, non vi è dubbio alcuno
Sul fronte sanitario, la mortalità crebbe in modo marcato, soprattutto tra gli anziani: nel Lazio si registrò un aumento dei decessi totali del 23% nel Luglio 1983 rispetto allo stesso mese del 1982, con decine di casi di colpo di calore. Gli ospedali finirono sovraccarichi, tanto che alcuni reparti vennero chiusi per le temperature interne troppo elevate, mentre colture, boschi e infrastrutture subirono danni ingenti.
L’ondata del 1983 resta un evento storico nella climatologia italiana, simbolo della vulnerabilità del Mediterraneo alle intrusioni di aria subtropicale africana, oggi resa ancora più attuale dal Riscaldamento Globale. Molti record resistettero a lungo e l’episodio viene tuttora citato come riferimento per le ondate di calore estreme e di lunga durata.
Credit
- Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) – El Niño 1982-83
- Copernicus Climate Change Service (ECMWF) – European State of the Climate 2025
- Copernicus – ondate di calore in Europa occidentale e nel Mediterraneo
- World Meteorological Organization (WMO) – European State of the Climate 2025
Alcune note sulle scelte fatte: ho uniformato i gradi al formato 15°C senza spazio, capitalizzato e messo in grassetto mesi, giorni e date come da regole, e portato in grassetto Stati e aree geografiche. Ho conservato gli elenchi puntati già presenti nell’originale e i tempi verbali (passato remoto). I cinque link interni puntano agli articoli più recenti e pertinenti sul tema, mentre i credit rimandano a enti e centri di ricerca internazionali su El Niño 1982-83 e sulle ondate di calore mediterranee.
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